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Testimoni di vita operaia

ALBERTO
MARVELLI,
UN SANTO IN GIACCA E CRAVATTA
La mia presenza qui si giustifica soltanto perché
voglio rendere testimonianza a due persone che hanno in comune la stessa
fede e hanno condiviso la stessa ansia di amare Gesù.
Voglio dire appunto dell'ingegner Alberto Marvelli e del professor Luigi
Gedda. Due anime che, quando si sono incontrate, si sono capite al volo
e hanno instaurato tra loro un rapporto di reciproca fiducia e di…
“mutuo soccorso”. Sì, un reciproco aiutarsi nella
preghiera, nell’azione e nel sacrificio.
Prima però di addentrarmi in questo breve pensiero, permettetemi
di ringraziare sua eccellenza monsignor Mariano De Nicolò e monsignor
Lanfranchi, che mi hanno fatto dono di questa occasione, per me unica
e provvidenziale, di poter rendere testimonianza di che cosa possa fare
la grazia quando trova un terreno adatto e ricettivo.
Mentre ascoltavo i vari relatori illustrare i tanti meriti e le doti
profonde di questo giovane, che in ventotto anni ha realizzato quanto
altri neppure sfiorano in ottanta o anche novant’anni di vita,
il mio spirito godeva profondamente di queste meraviglie del Signore.
Perché è sempre Lui che opera e agisce nel cuore dell’uomo.
Certamente hanno motivo di gioire e ringraziare il Signore i Salesiani
che ancora una volta sperimentano, con questa beatificazione, la validità
del loro sistema educativo creato e voluto da don Bosco.
La professoressa Casadei, con l’anticipazione di qualche inedito,
ci ha fatto presentire di Alberto uno spessore di vita cristiana interiore
veramente insospettato, capace di una vita mistica che solo il dialogo
continuo con Dio può alimentare e sviluppare.
Altri relatori hanno messo in evidenza le capacità meravigliose
che Alberto aveva, e che avrebbe certamente sviluppato ancor più
efficacemente nel tempo se fosse vissuto più a lungo, per costruire
la città dell’uomo e ancor più la città di
Dio, per la quale impiegava tutta la sua volontà e la sua capacità
di amare.
Io qui vorrei ora ricollegarmi a quanto diceva nella sua relazione monsignor
Fausto Lanfranchi, affermando che nella vita del venerabile Marvelli
c’è un ambito che riguarda la Societa
Operaia con la sua spiritualitą
getsemanica.
Vorrei, se mi riesce, evidenziare quanto abbia inciso questo incontro
nella vita di Alberto e come abbia segnato il coronamento della sua
formazione spirituale.
Mi si permetta una breve premessa circa il sorgere di questo movimento
laicale che ha anticipato al suo interno alcuni temi del concilio Vaticano
II e che ha avuto poi nel tempo la piena approvazione da parte della
Chiesa con un decreto del Consilium pro Laicis il 19 marzo 1981, divenendo
così un movimento di diritto pontificio.
La Società Operaia sorge a Roma il 3 settembre 1942 per opera
di un manipolo di uomini che escono da un corso di Esercizi Spirituali,
pronti a dedicare le loro energie alla diffusione di una spiritualità
che mira a ridare ossigeno e una piena ricarica a quanti operano già
nella chiesa per il Regno di Dio. A base di questa spiritualità
ci sono le parole di Gesù: “Padre,
non la mia ma la tua volontà sia fatta”. Queste
parole divengono un programma di vita per quanti già vivono per
Dio, ma a volte l’azione disperde l’energia e fa perdere
di vista l’obiettivo reale per cui si lavora.
Non è casuale che proprio in questa spiritualità si imbatta
negli ultimi tre anni di vita Alberto, già così lanciato
nel dialogo con Dio e nella ricerca costante della Sua volontà.
La realizzazione della volontà del Padre trova un terreno già
preparato nell’anima di Alberto, che si sente pienamente a suo
agio con quanto viene meditando nelle istruzioni fraterne del professor
Luigi Gedda e con quanto leggerà di lì a poco tempo, quando
lo stesso Gedda pubblicherà le sue riflessioni nel libro
Getsemani.
Alberto Marvelli viene a conoscenza della Società Operaia nel
1943 e fa subito richiesta di poter entrare a farne parte. Ma solo alla
fine di un corso di Esercizi Spirituali, tra la fine del 1945 e l’inizio
del 1946 a Rho, riuscirà a realizzare la sua richiesta formale.
In realtà il suo spirito era già entrato in sintonia piena
con questa spiritualità fin dal suo primo contatto con il professor
Gedda. Egli aveva già iniziato la costruzione della città
di Dio nella sua anima fin dalla sua adolescenza e ora la perfezionava
completando, come dice San Paolo, quello che mancava alla passione di
Cristo: l’adesione della propria volontà alla sofferenza
di Gesù. Sono stupende quelle parole che Alberto scrive nel suo
Diario: “Signore, voglio soffrire io ciò che soffri tu”.
C’è in queste parole la volontà piena e cosciente
di voler essere veramente un alter Christus, di volersi trasformare
totalemte in Gesù per “salvarsi e salvare”
Sono meravigliose le parole che la professoressa Casadei ci ha rivelato
in quegli inediti di Alberto circa la santità e l’incapacità
dei giovani di librarsi in alto perché privi di fede e di entusiasmi;
giovani “cui non splende nell’anima mai la tentazione di
evadere dalla terra e dal male… per conquistar Dio, l’infinita
luce, l’infinita vita”.
Una vita e una luce che si sprigionano da Alberto al servizio della
comunità in cui vive. La carità per il suo prossimo lo
divora e lo rende operante in ogni campo. Il suo non è un agitarsi
convulso, ma un metodico lavoro per l’Azione Cattolica, per la
San Vincenzo, per l’assessorato, per le opere pubbliche, per le
opere parrocchiali, per il catechismo, per tutto ciò che concorre
al bene del suo prossimo.
Stamane, mentre venivo qui, ho sostato brevemente nella chiesa di Sant’Agostino
davanti alla tomba di Alberto. Giustamente e con ragione è stato
scritto sulla sua lapide: “Operaio
di Cristo”. Un titolo che designa in tutta la sua essenza
l’operato di Alberto: ha lavorato per il suo Gesù.
Il mondo si chiede che pazzia è mai questa di innamorarsi di
un crocifisso, di un uomo che non ha né bellezza né splendore,
inchiodato su una croce e deriso da tutti, un uomo bestemmiato e segno
di contraddizione in tutti i tempi. Ebbene c’è una sola
risposta a questa pazzia, una risposta che ci viene sempre da San Paolo:
è la follia della croce, stoltezza per i non credenti ma, per
coloro che credono, salvezza e risurrezione.
L’apostolato di Alberto, questo nuovo santo in giacca e cravatta,
si radica proprio qui, in un lavoro incessante per le anime e trae la
sua forza e il suo sostegno da due mezzi fondamentali nella vita cristiana:
la preghiera e l’Eucaristia. Questi due pilastri hanno
sostenuto tutta l’azione di Alberto e tutta la sua costruzione
interiore. Prescindere da queste due forze significa togliersi ogni
possibilità di comprensione della figura di Alberto, vuol dire
negarsi la possibilità di entrare in comunione con lui e soprattutto
con il suo Dio, che egli ha imparato ad amare fin dalla sua più
tenera età dalla madre, e poi con tutte le sue forze nell’età
matura.
Un’ultima cosa non posso, tacere e che mi pare possa giustificare
la mia presenza qui.
Quando Alberto scoprì la Società Operaia e intuì
la potenzialità di bene racchiusa nella spiritualità del
Getsemani, si adoperò con tutte le sue forze per farla conoscere
e diffondere. Fondò e formò il primo
Reparto Operaio Diocesano (il ROD come viene conosciuto e siglato
in questo movimento laicale), che in comunione con il vescovo e gli
altri gruppi ecclesiali si sforzava di vivere e far vivere i valori
evangelici per diffondere e far crescere il Regno di Dio. Io non posso
credere che il lavoro di Alberto sia andato perduto nel tempo, che il
seme da lui irrorato con la sua testimonianza e la sua preghiera sia
scomparso dalla Diocesi di Rimini. Diceva Tertulliano: “Sanguis
martyrum semen christianorum” e quindi io posso con tutta certezza
affermare che la testimonianza resa al vangelo da Alberto non può
essere sparita nel tempo, ma è solo momentaneamente latente.
Una nuova primavera si prepara per la Chiesa, anche se questa primavera
richiederà ancora e sempre nuova testimonianza di preghiera e
di sofferenza.
Sta a noi non lasciare cadere invano questo seme e raccogliere questa
testimonianza di santità che Alberto ci trasmette. Per adesso
ringraziamo il Signore per questo nuovo dono che Egli fa a tutti noi
e alla chiesa intera.
Sforziamoci di esserne degni.


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Relazione di Marcello Mannella
tratto da: Alberto
Marvelli–
Fedeltà a Dio e fedeltà alla Storia – a cura
di N. VALENTINI e R. DI CEGLIE – Atti del Convegno
di Studi - Rimini, 19-20 marzo 2004
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