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Testimoni di vita operaia

Beatificato da Giovanni Paolo II a Loreto il 5 settembre 2004

ALBERTO MARVELLI,
UN SANTO IN GIACCA E CRAVATTA

La mia presenza qui si giustifica soltanto perché voglio rendere testimonianza a due persone che hanno in comune la stessa fede e hanno condiviso la stessa ansia di amare Gesù.
Voglio dire appunto dell'ingegner Alberto Marvelli e del professor Luigi Gedda. Due anime che, quando si sono incontrate, si sono capite al volo e hanno instaurato tra loro un rapporto di reciproca fiducia e di… “mutuo soccorso”. Sì, un reciproco aiutarsi nella preghiera, nell’azione e nel sacrificio.
Prima però di addentrarmi in questo breve pensiero, permettetemi di ringraziare sua eccellenza monsignor Mariano De Nicolò e monsignor Lanfranchi, che mi hanno fatto dono di questa occasione, per me unica e provvidenziale, di poter rendere testimonianza di che cosa possa fare la grazia quando trova un terreno adatto e ricettivo.
Mentre ascoltavo i vari relatori illustrare i tanti meriti e le doti profonde di questo giovane, che in ventotto anni ha realizzato quanto altri neppure sfiorano in ottanta o anche novant’anni di vita, il mio spirito godeva profondamente di queste meraviglie del Signore. Perché è sempre Lui che opera e agisce nel cuore dell’uomo.
Certamente hanno motivo di gioire e ringraziare il Signore i Salesiani che ancora una volta sperimentano, con questa beatificazione, la validità del loro sistema educativo creato e voluto da don Bosco.
La professoressa Casadei, con l’anticipazione di qualche inedito, ci ha fatto presentire di Alberto uno spessore di vita cristiana interiore veramente insospettato, capace di una vita mistica che solo il dialogo continuo con Dio può alimentare e sviluppare.
Altri relatori hanno messo in evidenza le capacità meravigliose che Alberto aveva, e che avrebbe certamente sviluppato ancor più efficacemente nel tempo se fosse vissuto più a lungo, per costruire la città dell’uomo e ancor più la città di Dio, per la quale impiegava tutta la sua volontà e la sua capacità di amare.
Io qui vorrei ora ricollegarmi a quanto diceva nella sua relazione monsignor Fausto Lanfranchi, affermando che nella vita del venerabile Marvelli c’è un ambito che riguarda la Societa Operaia con la sua spiritualitą getsemanica.
Vorrei, se mi riesce, evidenziare quanto abbia inciso questo incontro nella vita di Alberto e come abbia segnato il coronamento della sua formazione spirituale.
Mi si permetta una breve premessa circa il sorgere di questo movimento laicale che ha anticipato al suo interno alcuni temi del concilio Vaticano II e che ha avuto poi nel tempo la piena approvazione da parte della Chiesa con un decreto del Consilium pro Laicis il 19 marzo 1981, divenendo così un movimento di diritto pontificio.
La Società Operaia sorge a Roma il 3 settembre 1942 per opera di un manipolo di uomini che escono da un corso di Esercizi Spirituali, pronti a dedicare le loro energie alla diffusione di una spiritualità che mira a ridare ossigeno e una piena ricarica a quanti operano già nella chiesa per il Regno di Dio. A base di questa spiritualità ci sono le parole di Gesù: “Padre, non la mia ma la tua volontà sia fatta”. Queste parole divengono un programma di vita per quanti già vivono per Dio, ma a volte l’azione disperde l’energia e fa perdere di vista l’obiettivo reale per cui si lavora.
Non è casuale che proprio in questa spiritualità si imbatta negli ultimi tre anni di vita Alberto, già così lanciato nel dialogo con Dio e nella ricerca costante della Sua volontà. La realizzazione della volontà del Padre trova un terreno già preparato nell’anima di Alberto, che si sente pienamente a suo agio con quanto viene meditando nelle istruzioni fraterne del professor Luigi Gedda e con quanto leggerà di lì a poco tempo, quando lo stesso Gedda pubblicherà le sue riflessioni nel libro Getsemani.
Alberto Marvelli viene a conoscenza della Società Operaia nel 1943 e fa subito richiesta di poter entrare a farne parte. Ma solo alla fine di un corso di Esercizi Spirituali, tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946 a Rho, riuscirà a realizzare la sua richiesta formale. In realtà il suo spirito era già entrato in sintonia piena con questa spiritualità fin dal suo primo contatto con il professor Gedda. Egli aveva già iniziato la costruzione della città di Dio nella sua anima fin dalla sua adolescenza e ora la perfezionava completando, come dice San Paolo, quello che mancava alla passione di Cristo: l’adesione della propria volontà alla sofferenza di Gesù. Sono stupende quelle parole che Alberto scrive nel suo Diario: “Signore, voglio soffrire io ciò che soffri tu”. C’è in queste parole la volontà piena e cosciente di voler essere veramente un alter Christus, di volersi trasformare totalemte in Gesù per “salvarsi e salvare”
Sono meravigliose le parole che la professoressa Casadei ci ha rivelato in quegli inediti di Alberto circa la santità e l’incapacità dei giovani di librarsi in alto perché privi di fede e di entusiasmi; giovani “cui non splende nell’anima mai la tentazione di evadere dalla terra e dal male… per conquistar Dio, l’infinita luce, l’infinita vita”.
Una vita e una luce che si sprigionano da Alberto al servizio della comunità in cui vive. La carità per il suo prossimo lo divora e lo rende operante in ogni campo. Il suo non è un agitarsi convulso, ma un metodico lavoro per l’Azione Cattolica, per la San Vincenzo, per l’assessorato, per le opere pubbliche, per le opere parrocchiali, per il catechismo, per tutto ciò che concorre al bene del suo prossimo.
Stamane, mentre venivo qui, ho sostato brevemente nella chiesa di Sant’Agostino davanti alla tomba di Alberto. Giustamente e con ragione è stato scritto sulla sua lapide: Operaio di Cristo. Un titolo che designa in tutta la sua essenza l’operato di Alberto: ha lavorato per il suo Gesù.
Il mondo si chiede che pazzia è mai questa di innamorarsi di un crocifisso, di un uomo che non ha né bellezza né splendore, inchiodato su una croce e deriso da tutti, un uomo bestemmiato e segno di contraddizione in tutti i tempi. Ebbene c’è una sola risposta a questa pazzia, una risposta che ci viene sempre da San Paolo: è la follia della croce, stoltezza per i non credenti ma, per coloro che credono, salvezza e risurrezione.
L’apostolato di Alberto, questo nuovo santo in giacca e cravatta, si radica proprio qui, in un lavoro incessante per le anime e trae la sua forza e il suo sostegno da due mezzi fondamentali nella vita cristiana: la preghiera e l’Eucaristia. Questi due pilastri hanno sostenuto tutta l’azione di Alberto e tutta la sua costruzione interiore. Prescindere da queste due forze significa togliersi ogni possibilità di comprensione della figura di Alberto, vuol dire negarsi la possibilità di entrare in comunione con lui e soprattutto con il suo Dio, che egli ha imparato ad amare fin dalla sua più tenera età dalla madre, e poi con tutte le sue forze nell’età matura.
Un’ultima cosa non posso, tacere e che mi pare possa giustificare la mia presenza qui.
Quando Alberto scoprì la Società Operaia e intuì la potenzialità di bene racchiusa nella spiritualità del Getsemani, si adoperò con tutte le sue forze per farla conoscere e diffondere. Fondò e formò il primo Reparto Operaio Diocesano (il ROD come viene conosciuto e siglato in questo movimento laicale), che in comunione con il vescovo e gli altri gruppi ecclesiali si sforzava di vivere e far vivere i valori evangelici per diffondere e far crescere il Regno di Dio. Io non posso credere che il lavoro di Alberto sia andato perduto nel tempo, che il seme da lui irrorato con la sua testimonianza e la sua preghiera sia scomparso dalla Diocesi di Rimini. Diceva Tertulliano: “Sanguis martyrum semen christianorum” e quindi io posso con tutta certezza affermare che la testimonianza resa al vangelo da Alberto non può essere sparita nel tempo, ma è solo momentaneamente latente.
Una nuova primavera si prepara per la Chiesa, anche se questa primavera richiederà ancora e sempre nuova testimonianza di preghiera e di sofferenza.
Sta a noi non lasciare cadere invano questo seme e raccogliere questa testimonianza di santità che Alberto ci trasmette. Per adesso ringraziamo il Signore per questo nuovo dono che Egli fa a tutti noi e alla chiesa intera.
Sforziamoci di esserne degni.

Rimini, marzo 2004 - Marcello Mannella con la sorella di Alberto, Geltrude Marvelli Landini

Rimini, marzo 2004 - Marcello Mannella con Mons. Lanfranchi, postulatore della causa di beatificazione di Alberto


 

Relazione di Marcello Mannella

tratto da: Alberto Marvelli– Fedeltà a Dio e fedeltà alla Storia – a cura di N. VALENTINI e R. DI CEGLIE – Atti del Convegno di Studi - Rimini, 19-20 marzo 2004

 

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