Vi ho lasciati parlando di Maria e dunque riprendo il discorso da dove
l'ho lasciato. Dicevo come il volto di Maria Addolorata abbia da essere
contemplato da ogni cristiano in generale e da ogni membro della Società
Operaia in particolare.
Il nostro guardare alla Madre deve sempre essere un atto eminentemente
spirituale. Cioè un guardare a Maria come a Colei che meglio
di ogni altro esempio umano incarna la capacità di realizzare
l'opera pensata dall'eternità da Dio per ogni singolo essere
umano.
Maria ha lavorato straordinariamente sulla sua libera volontà
per giungere, come il Figlio, alla piena adesione alla volontà
del Padre.
Gli Operai hanno questa uguale meta davanti ai loro occhi, con l'aggiunta
che dispongono accanto a loro di un altro modello di questo lavoro sulla
volontà costituito dal fondatore della Società Operaia,
il professor Luigi Gedda.
Luigi Gedda, lo sanno benissimo coloro che lo conobbero, ha lavorato
indefessamente sino alla fine della sua vita quasi centenaria.
Io credo che la sua vita sia stata certamente un scendere frequentemente
nella Valle del Cedron a tenere compagnia a Gesù agonizzante,
ma contemporaneamente sia stata anche e soprattutto un salire il monte
della sua trasfigurazione, il suo Tabor (è forse un caso se il
bollettino gestemanico porta un tale nome...?).
La vita di Luigi Gedda (a quando una sua illuminata biografia?) ci racconta
di un desiderio potente di crescere nell'esperienza di Dio, costi anche
(come a Luigi Gedda è costato!) la perdita di rilevanza nella
società terrena.
La sua è stata una potentissima corsa verso quella trasformazione
in Colui che ci ama. E' il cammino della santità, che si fa salendo
sempre un monte, sia esso il Calvario, il Tabor, il Monte degli Ulivi
o il Carmelo et similia.
Luigi Gedda voleva certamente far capire a tutti i suoi operai che occorreva
amare Dio con tutta la potenza richiesta dallo Shema Israel.
Dunque, un compito fondamentale di coloro che sotto la spinta del fondatore
si sono messi a frequentare il Monte degli Ulivi sarà proprio
di salire il Tabor ma anche di aiutare le persone con cui ci si relaziona
quotidianamente a salirlo con noi.
Per fare questo occorrerà ricevere quella continua ossigenazione
che ci viene dallo Spirito Paraclito, l'Ossigeno dell'Amore Divino.
Ma stavamo parlando dell'umiltà di Maria.
Davvero, quando penso a fin dove in tutti questi decenni il Signore
ha portato Luigi e l'Opera da lui fondata, mi sentirei di dire, parafrasando
il prologo lucano (Lc 1,48): "Ha guardato all'umiltà
del suo servo".
Il riconoscimento della piccolezza, della "bassezza", della
miseria del proprio essere (perché questo significa oggettivamente
la parola taipeinosis utilizzata da Maria
nel Magnificat) viene ancora una volta letto da Dio come umiltà,
dove il merito umano sta nel riconoscere di non avere davvero alcun
merito.
Luigi Gedda ha creduto, e così in Lui Dio ha potuto fare. Dio
poteva fare a meno di lui, ma una volta che Luigi Gli ha corrisposto
l'amore, non era più possibile per Dio fare a meno di lui, e
così è nata quella provvidenziale esperienza spirituale
e umana che noi conosciamo come Società Operaia.
Tutto sta dunque in quel dar scacco al Signore costringendoLo a non
farsi superare in amore e dunque ammettendoci alla Sua vita divina dove
sarà certo Lui a darci scacco matto, a vincere ma di fatto facendoci
pienamente partecipi della Sua vittoria.
Come dice il grande poeta Veneto-friulano Biagio Marin in una sua poesia-preghiera,
"Fa che la morte mia, Signor, la sia comò'l score
de un fiume in t'el mar grando".
Il segreto conosciuto e praticato da tanti beati in questi due millenni
di Cristianesimo e particolarmente vissuto ed analizzato dai santi dottori
della riforma carmelitana Santa Teresa d'Avila, San Giovanni della Croce
e Santa Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo è dunque
il segreto di cui vuol farci tutti partecipi Luigi Gedda.
Gli operai allora sono chiamati a fare ancora e sempre tesoro della
sua testimonianza d'amore per Gesù e e di Cristo per lui.
Oggi, invece, per poter tornare al tema della Trinità e della
vita fraterna, penso che ci possa essere di aiuto rispondere a qualche
interrogativo.
Sappiamo che Dio viene, viene sempre, e noi nella nostra vita, come
Abramo, ne percepiamo i passi a volte silenziosi, talvolta fragorosi,
sempre decisivi.
Ma cosa viene a chiederci in primis questo
Dio che viene, questo Dio che è amore, amore infinito?
Che amiamo gli altri, il creato, il nostro prossimo? No, la cosa è
ancora più semplice:
che
ci lasciamo amare da Lui.
Dio che è amore desidera essere amato, e si lascia amare . Questo
Dio non ci chiede di metterci subito prostrati con i ceci sotto le ginocchia
ma domanda solo il nostro amore, solo la nostra disponibilità
a lasciarci amare. Non ci chiede niente, ci offre Lui tutto.
Solo dopo aver risposto personalmente a questa domanda di amore che
ci viene da Dio possiamo porci un'altra domanda:
i rapporti tra le persone che si lasciano amare da Dio come dovrebbero
essere?
Ecco, ora possiamo entrare nel campo della relazione fraterna degli
operai tra loro, e con i loro parenti, colleghi, amici e conoscenti
e questo è un campo dove certamente occorre fare sempre tanto
e sempre si dovrà fare perché l'opera della Società
Operaia diventi sempre più quello che Cristo e Luigi Gedda hanno
nel cuore.
Non potendo dilungarmi ancora, mi permetto allora soltanto di sottoporre
alla vostra meditazione il salmo 138 ed alcuni passi non come di solito
paolini ma petrini, che penso e spero possano anch'essi aiutare la nostra
meditazione e favorire la nostra discussione.
Ben sapendo che proprio Pietro e Paolo sono campioni di una capacità
di vita fraterna onesta e franca, dove alla sana discussione sui fondamenti
della vita in Cristo seguivano i gestì di un amore reciproco
che discendeva direttamente da quell'Amore uscito dal costato aperto
del Crocifisso.
A quei brani della Scrittura aggiungo due brevi meditazioni che ho trovato
in questi giorni e che mi sembra possano anch'essi aiutarci a meditare.
Ma prima di concludere aggiungo soltanto questo flash:
se è Dio che offre rutto Se stesso, e se davvero noi siamo chiamati
a divenire simili a Dio, allora anche la fraternità è
offrire tutto. Attuando cioè la stessa modalità di amare
che è di Cristo.
Comprendendo che Dio non
mette Sé stesso al centro ma mette l'amore per te al centro di
tutto. E dunque anche
noi a questo punto sappiamo come amare i fratelli e le sorelle della
comunità: con la stessa modalità "kenotica"
di amore.
Dunque i rapporti di fraternità mostrati dagli operai deriveranno
da quella accoglienza dataci in primis dal
Signore. Non ci accettiamo gli uni gli altri, ma ci accogliamo a immagine
dell'accoglienza dataci dalla Trinità nel cuore profondo della
Sua vita divina.
La gioia che splendeva spesso sul volto di Luigi Gedda (e della venerabile
sua sorella Maiy) traeva la sua fonte certamente da questo mistero di
amore.
Certo, per giungere a questo amore occorre passare attraverso la
morte a noi stessi per risorgere donne e
uomini nuovi. Ma se prendere la nostra croce ci sembra impossibile,
sappiamo che Gesù ci mette accanto la Signora del Calvario, Maria,
e non ci lesinerà mai un aiuto come quello che Egli ricevette,
quel giorno, da uno sconosciuto uomo di Cirene.
Dio ci ha accolti fino a morire perché
quella accoglienza fosse piena. E tutto questo
perché anche su ognuno di noi si stagliasse la Luce intensissima
della Risurrezione e noi venissimo resi partecipi di quei paesaggi grandiosi,
da grido, per i quali fummo pensati dall'eterno amore del Padre.