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Sardegna

Sull'obbedienza -2 marzo 2011

"Chi si sforza per sottrarsi all' obbedienza si sottrae alla grazia": così recita l' inizio del capo XIII del libro 3° de "L' imitazione di Cristo".
E' argomento non facile l' "obbedienza", perché impegna, contrastandolo, il nostro naturale, fisiologico, amor proprio o quanto meno il nostro diritto dì autodecisione.
Per poter dire e dimostrare prima di tutto a sé stessi di essere obbedienti occorre anzitutto avere idee precise sull' umiltà, apprezzarne la preziosità fino ad amarne gli esempi lasciatici da santi ed anime buone.
Per poter essere obbedienti occorre quindi anche il sapersi considerare inferiori non solo genericamente a tutti ma anche a chiunque altro nostro simile col quale abbiamo rapporti, superando ed evitando giudizi e pregiudizi, tenendo conto quanto sia impossibile per lo più conoscere il contenuto vero e segretissimo dell' animo altrui.
Se poi intendessimo riferirci all' esempio lasciatoci dal Divino Obbediente Gesù, anche il solo nostro tentativo di avvicinarne qualche porzione di virtù godrebbe del sapore di perfezione e di santità. Soltanto dalla Obbedienza di Gesù (v.p.e. Mc 10, 45 ) noi cristiani dovremmo sentirci in obbligo di prendere esempio. Ma possiamo ugualmente trarre meriti immensi dal semplice imitarLo.
Come? Nel metterci al servizio di ogni fratello: bisognoso o ricco, meritevole o indegno, giusto o reprobo, rigettando da noi sempre ogni velleità di giudizio, rimettendo a Dio ogni criterio di valutazione.
L'obbedire nostro, ripetiamo, va dedicato a chiunque; eppure è "per noi", per sviluppare la nostra personale capacità di carità, di misericordia e di reale e sincera benevolenza. E' l' "egoismo" dei santi.
Il perdono nell' obbedire è sereno: scaturisce dall' amore per il prossimo, dal pratico e concreto ben volere concesso a tutti, senza distinzioni; tutto senza commenti o critiche, in onore della verità che a noi è sempre ignota.
Ecco che così l' obbedienza è sacrifìcio, assai duro e difficile da attuare perché è rinuncia a parte della nostra personalità, sempre a vantaggio di altre realtà per noi misteriose, sulle quali per noi non è lecito indagare.
Tutto ciò è valido per i rapporti con l' esterno, col prossimo.
Come comportarci allora nei riguardi della "nostra verità interiore", alla quale non potremmo mai sottrarci? Quale luce deve illuminarci per poter essere obbedienti alla sua essenzialità? Un continuo ed attentissimo autocontrollo ci deve guidare, un costante ricercarne i contenuti, perché esso ha in sé e ci trasmette la "voce di Dio": perché è quel che noi, con termine sempre inadeguato, chiamiamo "coscienza".
L' obbedienza nostra quindi è legata al nostro saper ascoltare quella "Voce".
Il "peccato" infatti consiste sempre nel rifiuto nostro di tale ascolto.

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Riflessione

che trae spunto dalla liturgia domenicale

 

dal R.O.D. di Cagliari

Piero Agus


 

 

 

 

 

 

riflessione 20 marzo 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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