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Scritti di Luigi Gedda

1 - parte I

PRIMA GIOVINEZZA

La famiglia di Mary Gedda è piemontese perché deriva da Pecco, un paese arroccato sulle colline che circondano Ivrea. Lo è doppiamente perché mamma era una Calderoni nata a Casale Corte Cerro, nella provincia di Novara, paese nel quale molte famiglie portano questo cognome. I nostri nonni paterni e materni si erano trasferiti dalla provincia nella capitale, a Torino; Antonio Gedda per gestire un panificio in via San Massimo e Giuseppe Calderoni un negozio di mercerie nella piazza del Municipio insieme al fratello Bartolomeo.
Fu a Torino che papà Giacomo e mamma Marianna si conobbero e si sposarono il 15 aprile 1900, ma dovettero trasferirsi a Venezia il 1° dicembre di quell'anno perché il ragioniere Gedda era ispettore alle dogane e i superiori lo destinarono alla Bocca di Malamocco per ispezionare le navi che entravano e uscivano dalla laguna. Io nacqui in località Alberoni e così ebbi la fortuna di venire al mondo nella diocesi di Venezia, quando ne era patriarca Giuseppe Sarto, il futuro san Pio X.
Dalla frontiera marittima papà fu trasferito a quella italo-francese di Modane, ossia all'imbocco nord della galleria del Frejus dove operano due dogane, francese e italiana. Il trasferimento avvenne il 1° dicembre 1903 e fu qui, precisamente a Modane-Fourneaux, che nacque Mary Gedda il 25 agosto 1906.
Io avevo allora quattro anni e ricordo che la nascita di Mary avvenne in un momento difficile perché un'alluvione aveva fatto straripare il torrente Are e riempito di acqua e fango l'unica strada che correva sul fondo valle.
La medicina insegna che il periodo di gravidanza è delicato e prescrive alla madre un tenore di vita tranquillo a protezione della creatura che deve nascere. Per questo penso che una causa lontana, ma non indifferente delle molte lunghe malattie sofferte da mia sorella può essere riferita a quel periodo agitato, vissuto da mamma durante la sua seconda gravidanza.
Modane appartiene alla diocesi di Chambery legata al ricordo della Sindone che i Savoia conservarono a lungo in quella città dove la preziosa reliquia corse pericolo di essere distrutta da un incendio di cui porta molti segni come affumicature e rattoppi. Noto questi particolari perché, come dirò in seguito, Mary ebbe la fortuna di vegliare una notte presso la Santa Sindone.
Nel 1908-1909 mio padre chiese e ottenne di essere trasferito a Torino dove abitammo nel quartiere nuovo e significativo di via Cibrario, dominato da un altissimo campanile voluto e disegnato da un santo, tanto virtuoso quanto singolare, ufficiale dell'esercito sabaudo ai tempi delle guerre dell'indipendenza e poi sacerdote, fondatore di varie opere, fra cui un istituto di suore educatrici, un pensionato per signore, un centro di raccolta e formazione per domestiche. Questo personaggio, il servo di Dio abate Francesco Faà di Bruno, del quale il cardinale Palazzini ha scritto recentemente un'ampia biografia (1), è caratterizzato dal rilievo che egli diede alla necessità e al dovere di suffragare i soldati che muoiono in guerra. Questo pensiero si radicò nella sua mente quando fu militare combattente e lo portò a costruire una chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio; anche questa, come il campanile annesso, da lui disegnata. Quando si giunse a Torino da Modane, mia sorella fu avviata alle Suore del Suffragio per le scuole elementari e in quella chiesa si accostò per la prima volta alla santa comunione il 27 marzo 1913, quando io frequentavo il ginnasio.
Nella nostra famiglia, che sembrava definitivamente sistemata a Torino, i nostri genitori si preoccupavano a fondo dell'educazione dei figli e dei rapporti con i nostri nonni quelli paterni che si trovavano in località Campidoglio, a breve distanza dalla nostra abitazione, e quelli materni che vivevano a Casale Corte Cerro dove anche noi trascorrevamo l'estate.
Papà, occupato nella dogana della stazione di Porta Nuova, dedicava ai figli il suo tempo libero facendoci spesso visitare i monumenti e i musei di cui è ricca la città sabauda e specialmente il Museo Egizio e di arte antica allestito dallo Schiapparelli. Il suo zelo di funzionario intelligente e vigile, lo condusse al sequestro di un'antica biga romana spedita a Londra di cui si occuparono i giornali della città (La Stampa, 16 marzo e 27 marzo 1910; La Gazzetta del Popolo, 16 marzo 1910; Il Momento, 17 marzo 1910).
Riporto quanto ne scrisse la Gazzetta del Popolo, perché l'episodio qualifica, più delle parole, la mentalità di nostro padre:

Alcuni giorni or sono un certo signor Fuschini Domenico di Orvieto faceva scaricare da un vagone nella stazione di Porta Nuova una grande cassa giunta dalla sua città per farne eseguire il trasbordo in altro carro di un treno della linea di Francia e farla proseguire, come bagaglio, per Londra, dove era diretta. Sulla cassa di legno bianco, erano state applicate strisce di carta nelle quali si leggevano a grandi caratteri: "Arredi teatrali". Nacque una contestazione fra lo speditore e l'amministrazione ferroviaria, la quale dato il volume della cassa, si rifiutava di concedere la spedizione come bagaglio. Il Fuschini, accalorandosi, insisteva dicendo che, trattandosi di effetti teatrali, non aveva mai incontrato tali opposizioni.
Per caso la cassa, oggetto della disputa, era stata depositata proprio vicino all'ufficio di dogana, e all'ufficiale di servizio alla stazione, il ragioniere Giacomo Gedda, parve che l'insistenza del Fuschini fosse eccessiva. Egli subodorò che in quella cassa fossero rinchiusi oggetti d'arte antica, che con abile manovra - la spedizione per bagaglio che è esente dalla visita doganale - si volessero trafugare all'estero sottraendoli alla vigilanza della dogana alla frontiera sulle merci in uscita.
Il ragioniere Gedda intervenne e coadiuvato dal Capo stazione principale di P.N. [Porta Nuova] fece fermare la cassa sospetta. Il Fuschini protestò, ma senza risultato, e dovette rassegnarsi a vedere trasportare la sua cassa al Museo d'antichità dove venne aperta... Gli "arredi teatrali" erano una biga romana in bronzo.


1 - parte II



 

 


 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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INDICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1) - P. Palazzini, Francesco Faà di Bruno, scienziato e prete, Roma 1980.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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