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Scritti di Luigi Gedda

10 - parte I

CIAO, GIOIA !

Bloccata sulla sedia a rotelle e spesso desiderosa di cambiare posizione per alleggerire i dolori che le piaghe da decubito le procurano, Mary non rivela la sua sofferenza fisica e accoglie chi la visita con due parole diventate consuete: «Ciao, gioia!». Come per dire che non occorre preoccuparsi della sua salute perché la presenza della persona amica le procura un tale piacere che cancella ogni dolore.
La sua accoglienza era così trasparente e affettuosa che un amico mi ha detto e ripetuto: «I suoi occhi mi accarezzavano».
Questo comportamento è una nota che Mary ha tenuto lungo tutta la vita ben prima di essere malata, direi da quando morì la nostra mamma.
Le sofferenze per sé, la comprensione e la dolcezza per gli altri. Una dolcezza a volte severa perché intelligente e voluta, quando era per il bene del prossimo ma sempre accattivante, generosa, disponibile, questo è il carisma di Mary che rimane nel cuore di tutti, talora appeso a un filo, quello del telefono.
L'uso del telefono per raggiungere o accogliere chi avesse bisogno di lei, oppure di cui lei avesse bisogno per aiutare altri, è così caratteristico nella vita di Mary che è bene ascoltarne un'eco dalla testimonianza che la professoressa Nicolina Jorio, direttrice dell'Istituto di Magistero Maria Santissima Assunta, ha scritto per Tabor.

Prima di essere per me una persona fisica, alla quale corrispondeva un volto e una precisa fisionomia, la signorina Mary è stata una voce, una voce che mi giungeva sul filo del telefono.
Dirò, anzi, che gli incontri con lei erano stati talmente rari e fugaci, che anche dopo di questi la sig.na Mary è rimasta per me più che altro una voce.
Ho avuto infatti con lei due incontri soltanto e in circostanze assolutamente eccezionali. La prima volta - dopo che già frequenti colloqui telefonici erano intercorsi tra lei e me - la incontrai a Villa Ave Maria, sull'Appia Antica, dove lei con il fratello Luigi furono tra i primi ad accorrere in quell'ormai lontano 31 maggio 1976, giorno che segnò la partenza della Madre Tincani da questa terra. Ebbi allora modo di constatare de visu quanto la limitazione fisica cui era costretta - e della quale mai si doleva con alcuno, forse neppure la diceva a se stessa - avesse affinato lo spirito e ne avesse dilatato e approfondito lo sguardo, che si rivelava attentissimo su persone e cose. Uno sguardo abituato a tutto intimamente ponderare, su tutto molto meditare e riflettere prima di esprimere una valutazione personale; uno sguardo soprattutto, molto attento all'altro che le viveva accanto, o si imbatteva in lei, al quale altro sempre aveva un apprezzamento da esprimere, un gesto di simpatia e stima da manifestare.
Aiutata dal fratello Luigi - sulla cui fortezza fisica e spirituale si è sempre appoggiata con illimitata fiducia - si portò presso la salma della Madre Tincani e lì rimasero a lungo entrambi in silenzio, quasi ininterrotto materialmente ma spiritualmente mai. La vidi così carica di commozione per sé e per ciascuna di noi, quando lasciò la stanza con un ultimo intenso addio al volto trasfigurato della Madre, e quando ripartì in macchina, accompagnando con sguardo di affettuosa partecipazione quelle di noi che conosceva da più lunga data.
Il secondo incontro, successivo a questo, si svolse nel più totale silenzio apparente; Iddio aveva ormai messo la parola fine alla di lei esisienza terrena che era stata per tutti un dono. Ero io, questa volta, che mi ritrovavo a pregare accanto al suo letto. Sul quale mi sembrava volesse proferire l'ultimo suo atto di offerta a Dio. Il volto composto in una pace non più di quaggiù, diceva con chiarezza a noi tutti che la cara Mary aveva finalmente attinto la Verità cui aveva anelato in vita, quella Verità per cui aveva lavorato, offerto, pregato.
In quell'immagine fisica che conservava ancora qualcosa della fugace terrestrità, ritrovai intera la voce che avevo spesso ascoltato al telefono, con tutti i suoi ricchi messaggi. Mi resi conto allora quanto fossse vero ciò che il fratello Luigi ci confidò accanto alle sue spoglie, con voce rotta dalla commozione: «Che cosa ho perduto!».
Ma noi sappiamo, e assai più di noi lo sa il fratello che il delicato mondo interiore di Mary, come la sua ricca maternità spirituale, non sono «perduti»: essi ancora esistono e agiscono nel campo e tra le persone che le furono più care.
Questa riflessione mi riporta ancora alla sua voce, sulle cui vibrazioni mi giungevano riflessi molti problemi, ansie e speranze che toccavano la vita del fratello e la sua. Intuivo che lei aveva interamente abbracciato l'Opera cui il fratello aveva dato vita, come pienamente ne aveva condiviso le difficoltà e le asprezze del cammino. Da parte sua si dava senza riserva, potenziando al massimo gli strumenti che Dio le aveva messo a disposizione - preghiera, intelligenza, la penna, il telefono - diventando essa stessa quasi un filtro alle maggiori ansie e preoccupazioni che in lei si decantavano e ridimensionavano.
Nel suo cuore e nella sua intelligenza - e di conseguenza nella sua voce - tutto trovava accoglienza, sereno equilibrio, pace profonda, tanto profonda che riusciva a trasmetterla ai suoi interlocutori. Questo suo modo di porsi di fronte alla realtà - dalle più drammatiche alle più liete - le consentiva di saper ascoltare tutti e tutto e di saper dare l'aiuto giusto, se non altro con la preghiera e con la parola, sempre serena e rasserenante. Lo stesso suo tono di voce - caldo, pacato, vorrei dire intcriore - dava il senso dell'accoglienza e della pace.
Soltanto in questo modo è possibile a me ricordare la signorina Mary, con queste poche semplici parole dettate da una conoscenza filtrata dal filo del telefono. Ho la presunzione di pensare che sia una memoria certamente minima e assai parziale, ma vera.
Come vera è la sua intercessione presso Dio, alla quale tutti ci raccomandiamo.

Il colloquio spirituale ricamato con il filo del telefono era talmente caratteristico nell'immagine di Mary che anche la direttrice del Centro Nazionale di Studi Cateriniani lo ha rilevato:

Ricordo Mary Gedda - scrive la professoressa Giuliana Cavallini come una di quelle rare persone che da una semplice e normale amabilità di tratto irradiano, quasi inconsciamente, una ricchezza spirituale non comune.
I miei contatti con lei erano poco frequenti e il più delle volte telefonici. Potevano essere motivati dalla richiesta di un articolo su un determinato argomento, o di una fotografia da pubblicare, richiesta fatta con un particolare garbo, che sembrava sotteso dalle certezze del consenso.
C'era infatti in lei quella felice simbiosi di gentilezza e di forza che è indice di una grande elevatezza di animo, di quel sovrano dominio dello spirito sul fisico che è frutto di forti doti di carattere e dono di grazia.
Per questo la sua voce giungeva sempre gradita: era il mezzo per entrare in comunicazione con una creatura i cui limiti fisici davano maggior rilievo allo splendore dell'anima. Una creatura che ispirava e, nel ricordo, continua ad ispirare, un'ammirazione piena di affetto.

L'amabilità e l'apostolato occupavano uno spazio e un'intensità maggiore quando il dialogo non correva attraverso il telefono ma si vrrificava con la presenza fisica di chi si rivolgeva a lei. Ne raccogliamo dei riflessi dalla lettera che suor Assunta Capelli, preside dell'istituto Santa Chiara di Roma, scrisse a Mary dopo la sua morte:

Ti incontrai, Mary, la prima volta nella tua abitazione di Roma, in via Amba Aradam, nei lontani anni della nostra giovinezza. Ero venuta a casa tua per un colloquio con tuo fratello, mio Professore di Psicologia, in merito alla mia tesi di laurea.
Timorosa, ferma davanti alla porta d'ingresso, esitavo a suonare ed ero molto preoccupata. Mi decisi finalmente e suonai. La porta si aprì e ti vidi, Mary: vidi il tuo dolce sorriso, i tuoi occhi luminosi e buoni, la tua persona mite e accogliente; udii la tua voce, pacata e soave, che m'invitava a entrare e subito nel mio animo turbato ci fu quiete, serenità e pace.
Fu il nostro primo incontro. Altri ne seguirono, più volte ci ritrovammo, e tu mi fosti amica e sorella. Ad ogni nuovo incontro era il rinnovarsi di una gioia intima e profonda: c'era fra noi una dolce intesa, affinità di pensieri e sentimenti, uno stesso ideale di consacrazione e di apostolato.
Talvolta ti sorprendevo, presenza gentile e affettuosa, accanto a tuo padre per tenergli compagnia; di frequente ti trovavo impegnata - tu eri intelligente, colta, intuitiva - in lavori di ricerca scientifica o di cultura spirituale.
Quando le vicende della vita e le distanze - io ero partita per il Medio Oriente, in missione - ci tolsero le possibilità di incontrarci e tu fosti più gravemente colpita dalla malattia che già ti affliggeva e che ti impedì di camminare, non si spense la nostra amicizia, ma fu sempre alimentata dal reciproco ricordo, dall'unione nella preghiera, da qualche telefonata e da lettere che ancora conservo e talvolta, ripensandoti, rileggo con commozione.
Temo di offendere il tuo naturale riserbo e la tua profonda umiltà se dico, ma lo dico chiedendoti perdono, che esse rivelano, come già i tuoi colloqui, la luce del tuo spirito, la tua abituale unione con Dio, la tua vita di preghiera e di donazione, il tuo vivo desiderio di apostolato, il tuo soffrire e offrire con amore per la salvezza dei fratelli, la tua opera di animazione apostolica mediante la parola e gli scritti. Rivelano anche la tua squisita carità e la profonda umiltà, virtù che hai saputo coltivare nel silenzio e nel nascondimento, mettendo in luce gli altri, facendo posto a loro. Ti sembravano sempre molto importanti e grandi le opere altrui e le esaltavi, mentre ritenevi piccole e insignificanti le tue. Eppure quanto bene hai saputo fare, quanto amore, quanta gioia donare! Con la tua vita hai veramente dato lode al Signore e l'hai proclamato ai fratelli.
Ti ho rivista Mary, dopo tanti anni e tante vicende, composta e biancovestita fiduciosamente affidata a «sorella nostra morte corporale»; dormivi il sonno dei giusti; la serenità e dolcezza del tuo volto ispiravano ancora sentimenti di bontà, di amore e di pace.
Grazie, Mary, della tua amicizia fraterna, della tua testimonianza, della tua vita; grazie per tutto ciò che di te ci hai donato. Restaci ancora vicina e intercedi per noi, tu che ora vivi nella luce di Dio.

10 - parte II




































 

 

 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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