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CIAO,
GIOIA !
Bloccata sulla sedia a rotelle e spesso
desiderosa di cambiare posizione per alleggerire i dolori che le piaghe
da decubito le procurano, Mary non rivela la sua sofferenza fisica e
accoglie chi la visita con due parole diventate consuete: «Ciao,
gioia!». Come per dire che non occorre preoccuparsi della sua
salute perché la presenza della persona amica le procura un tale
piacere che cancella ogni dolore.
La sua accoglienza era così trasparente e affettuosa che un amico
mi ha detto e ripetuto: «I suoi occhi mi accarezzavano».
Questo comportamento è una nota che Mary ha tenuto lungo tutta
la vita ben prima di essere malata, direi da quando morì la nostra
mamma.
Le sofferenze per sé, la comprensione e la dolcezza per gli altri.
Una dolcezza a volte severa perché intelligente e voluta, quando
era per il bene del prossimo ma sempre accattivante, generosa, disponibile,
questo è il carisma di Mary che rimane nel cuore di tutti, talora
appeso a un filo, quello del telefono.
L'uso del telefono per raggiungere o accogliere chi avesse bisogno di
lei, oppure di cui lei avesse bisogno per aiutare altri, è così
caratteristico nella vita di Mary che è bene ascoltarne un'eco
dalla testimonianza che la professoressa Nicolina Jorio, direttrice
dell'Istituto di Magistero Maria Santissima Assunta, ha scritto per
Tabor.
Prima di essere per me una persona fisica, alla quale corrispondeva
un volto e una precisa fisionomia, la signorina Mary è stata
una voce, una voce che mi giungeva sul filo del telefono.
Dirò, anzi, che gli incontri con
lei erano stati talmente rari e fugaci, che anche dopo di questi la
sig.na Mary è rimasta per me più che altro una voce.
Ho avuto infatti con lei due incontri soltanto e in circostanze assolutamente
eccezionali. La prima volta - dopo che già frequenti colloqui
telefonici erano intercorsi tra lei e me - la incontrai a Villa Ave
Maria, sull'Appia Antica, dove lei con il fratello Luigi furono tra
i primi ad accorrere in quell'ormai lontano 31 maggio 1976, giorno
che segnò la partenza della Madre Tincani da questa terra.
Ebbi allora modo di constatare de visu quanto la limitazione
fisica cui era costretta - e della quale mai si doleva con alcuno,
forse neppure la diceva a se stessa - avesse affinato lo spirito e
ne avesse dilatato e approfondito lo sguardo, che si rivelava attentissimo
su persone e cose. Uno sguardo abituato a tutto intimamente ponderare,
su tutto molto meditare e riflettere prima di esprimere una valutazione
personale; uno sguardo soprattutto, molto attento all'altro che le
viveva accanto, o si imbatteva in lei, al quale altro sempre aveva
un apprezzamento da esprimere, un gesto di simpatia e stima da manifestare.
Aiutata dal fratello Luigi - sulla cui fortezza fisica e spirituale
si è sempre appoggiata con illimitata fiducia - si portò
presso la salma della Madre Tincani e lì rimasero a lungo entrambi
in silenzio, quasi ininterrotto materialmente ma spiritualmente mai.
La vidi così carica di commozione per sé e per ciascuna
di noi, quando lasciò la stanza con un ultimo intenso addio
al volto trasfigurato della Madre, e quando ripartì in macchina,
accompagnando con sguardo di affettuosa partecipazione quelle di noi
che conosceva da più lunga data.
Il secondo incontro, successivo a questo, si svolse nel più
totale silenzio apparente; Iddio aveva ormai messo la parola fine
alla di lei esisienza terrena che era stata per tutti un dono. Ero
io, questa volta, che mi ritrovavo a pregare accanto al suo letto.
Sul quale mi sembrava volesse proferire l'ultimo suo atto di offerta
a Dio. Il volto composto in una pace non più di quaggiù,
diceva con chiarezza a noi tutti che la cara Mary aveva finalmente
attinto la Verità cui aveva anelato in vita, quella Verità
per cui aveva lavorato, offerto, pregato.
In quell'immagine fisica che conservava ancora qualcosa della fugace
terrestrità, ritrovai intera la voce che avevo spesso ascoltato
al telefono, con tutti i suoi ricchi messaggi. Mi resi conto allora
quanto fossse vero ciò che il fratello Luigi ci confidò
accanto alle sue spoglie, con voce rotta dalla commozione: «Che
cosa ho perduto!».
Ma noi sappiamo, e assai più di noi lo sa il fratello che il
delicato mondo interiore di Mary, come la sua ricca maternità
spirituale, non sono «perduti»: essi ancora esistono e
agiscono nel campo e tra le persone che le furono più care.
Questa riflessione mi riporta ancora alla sua voce, sulle cui vibrazioni
mi giungevano riflessi molti problemi, ansie e speranze che toccavano
la vita del fratello e la sua. Intuivo che lei aveva interamente abbracciato
l'Opera cui il fratello aveva dato vita, come pienamente ne aveva
condiviso le difficoltà e le asprezze del cammino. Da parte
sua si dava senza riserva, potenziando al massimo gli strumenti che
Dio le aveva messo a disposizione - preghiera, intelligenza, la penna,
il telefono - diventando essa stessa quasi un filtro alle maggiori
ansie e preoccupazioni che in lei si decantavano e ridimensionavano.
Nel suo cuore e nella sua intelligenza - e di conseguenza nella sua
voce - tutto trovava accoglienza, sereno equilibrio, pace profonda,
tanto profonda che riusciva a trasmetterla ai suoi interlocutori.
Questo suo modo di porsi di fronte alla realtà - dalle più
drammatiche alle più liete - le consentiva di saper ascoltare
tutti e tutto e di saper dare l'aiuto giusto, se non altro con la
preghiera e con la parola, sempre serena e rasserenante. Lo stesso
suo tono di voce - caldo, pacato, vorrei dire intcriore - dava il
senso dell'accoglienza e della pace.
Soltanto in questo modo è possibile a me ricordare la signorina
Mary, con queste poche semplici parole dettate da una conoscenza filtrata
dal filo del telefono. Ho la presunzione di pensare che sia una memoria
certamente minima e assai parziale, ma vera.
Come vera è la sua intercessione presso Dio, alla quale tutti
ci raccomandiamo.
Il colloquio spirituale ricamato con il filo del telefono era talmente
caratteristico nell'immagine di Mary che anche la direttrice del Centro
Nazionale di Studi Cateriniani lo ha rilevato:
Ricordo Mary Gedda - scrive la professoressa Giuliana Cavallini come
una di quelle rare persone che da una semplice e normale amabilità
di tratto irradiano, quasi inconsciamente, una ricchezza spirituale
non comune.
I miei contatti con lei erano poco frequenti e il più delle
volte telefonici. Potevano essere motivati dalla richiesta di un articolo
su un determinato argomento, o di una fotografia da pubblicare, richiesta
fatta con un particolare garbo, che sembrava sotteso dalle certezze
del consenso.
C'era infatti in lei quella felice simbiosi di gentilezza e di forza
che è indice di una grande elevatezza di animo, di quel sovrano
dominio dello spirito sul fisico che è frutto di forti doti
di carattere e dono di grazia.
Per questo la sua voce giungeva sempre gradita: era il mezzo per entrare
in comunicazione con una creatura i cui limiti fisici davano maggior
rilievo allo splendore dell'anima. Una creatura che ispirava e, nel
ricordo, continua ad ispirare, un'ammirazione piena di affetto.
L'amabilità e l'apostolato occupavano uno spazio e un'intensità
maggiore quando il dialogo non correva attraverso il telefono ma si
vrrificava con la presenza fisica di chi si rivolgeva a lei. Ne raccogliamo
dei riflessi dalla lettera che suor Assunta Capelli, preside dell'istituto
Santa Chiara di Roma, scrisse a Mary dopo la sua morte:
Ti incontrai, Mary, la prima volta nella tua abitazione di Roma,
in via Amba Aradam, nei lontani anni della nostra giovinezza. Ero
venuta a casa tua per un colloquio con tuo fratello, mio Professore
di Psicologia, in merito alla mia tesi di laurea.
Timorosa, ferma davanti alla porta d'ingresso, esitavo a suonare ed
ero molto preoccupata. Mi decisi finalmente e suonai. La porta si
aprì e ti vidi, Mary: vidi il tuo dolce sorriso, i tuoi occhi
luminosi e buoni, la tua persona mite e accogliente; udii la tua voce,
pacata e soave, che m'invitava a entrare e subito nel mio animo turbato
ci fu quiete, serenità e pace.
Fu il nostro primo incontro. Altri ne seguirono, più volte
ci ritrovammo, e tu mi fosti amica e sorella. Ad ogni nuovo incontro
era il rinnovarsi di una gioia intima e profonda: c'era fra noi una
dolce intesa, affinità di pensieri e sentimenti, uno stesso
ideale di consacrazione e di apostolato.
Talvolta ti sorprendevo, presenza gentile e affettuosa, accanto a
tuo padre per tenergli compagnia; di frequente ti trovavo impegnata
- tu eri intelligente, colta, intuitiva - in lavori di ricerca scientifica
o di cultura spirituale.
Quando le vicende della vita e le distanze - io ero partita per il
Medio Oriente, in missione - ci tolsero le possibilità di incontrarci
e tu fosti più gravemente colpita dalla malattia che già
ti affliggeva e che ti impedì di camminare, non si spense la
nostra amicizia, ma fu sempre alimentata dal reciproco ricordo, dall'unione
nella preghiera, da qualche telefonata e da lettere che ancora conservo
e talvolta, ripensandoti, rileggo con commozione.
Temo di offendere il tuo naturale riserbo e la tua profonda umiltà
se dico, ma lo dico chiedendoti perdono, che esse rivelano, come già
i tuoi colloqui, la luce del tuo spirito, la tua abituale unione con
Dio, la tua vita di preghiera e di donazione, il tuo vivo desiderio
di apostolato, il tuo soffrire e offrire con amore per la salvezza
dei fratelli, la tua opera di animazione apostolica mediante la parola
e gli scritti. Rivelano anche la tua squisita carità e la profonda
umiltà, virtù che hai saputo coltivare nel silenzio
e nel nascondimento, mettendo in luce gli altri, facendo posto a loro.
Ti sembravano sempre molto importanti e grandi le opere altrui e le
esaltavi, mentre ritenevi piccole e insignificanti le tue. Eppure
quanto bene hai saputo fare, quanto amore, quanta gioia donare! Con
la tua vita hai veramente dato lode al Signore e l'hai proclamato
ai fratelli.
Ti ho rivista Mary, dopo tanti anni e tante vicende, composta e biancovestita
fiduciosamente affidata a «sorella nostra morte corporale»;
dormivi il sonno dei giusti; la serenità e dolcezza del tuo
volto ispiravano ancora sentimenti di bontà, di amore e di
pace.
Grazie, Mary, della tua amicizia fraterna, della tua testimonianza,
della tua vita; grazie per tutto ciò che di te ci hai donato.
Restaci ancora vicina e intercedi per noi, tu che ora vivi nella luce
di Dio.
10
- parte II
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Edizioni A.V.E 1987
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