Se il carisma di Mary fu quello di conquistare il suo
interlocutore con la dolcezza dello sguardo, della voce, della comprensione
e del tratto, l'uso più raffinato di questo dono veniva riservato
a quelli che, come lei, erano ammalati.
Al punto che essa stessa si accorse del bisogno che i malati hanno di
ricevere questo aiuto e pensò di fondare nella Società
Operaia un reparto speciale riservato non solo agli «operai»
ma a tutte le persone ammalate che potevano giovarsi di un colloquio
spirituale alle quali mandò dal 1978 in poi, saltuariamente,
ma con frequenza, delle lettere circolari.
A questo reparto da lei ideato Mary diede il nome di Reparto Operaio
Spirituale Ammalati, che di solito abbreviava con la sigla R.O.S.A.,
chiamando «rose» i suoi ammalati.
La collezione delle lettere-circolari scritte da Mary nello spaziodi
sei anni sono una fonte preziosa per conoscere le vibrazioni del suo
spirito come «operaia» e come malata, e per questo ne riporto
qualche saggio.
Nella prima lettera (del 2 marzo 1978) Mary riferisce quasi integralmente
il magnifico discorso del papa agli ammalati durante l'anno santo e
soggiunge «è questa parola del Santo Padre che ripeto a
ciascuno di voi, carissimi, come augurio per la Santa Pasqua».
Il riferimento alla parola autorevole del pontefice continua ad essere
la colonna portante del suo colloquio epistolare sollecitata dal pensiero
che il regnante pontefice rivolge sempre ai malati e anche dalla posizione
preferenziale riservata a essi nelle udienze pubbliche, come Mary poteva
vedere, sul video di Teleradiosole, nel cortile di Castelgandolfo.
La teologia del dolore attinta a questa fonte accompagna le sue espressioni
affettuose, la partecipazione delle sue esperienze di malata, le notizie
di cronaca riguardanti la Società Operaia e le intenzioni che
essa suggerisce perché la malattia di ciascuno abbia una finalità
soprannaturale, ecclesiale.
Nella lettera di Natale 1978 Mary riporta il saluto che Giovanni Paolo
II rivolge ai malati nell'udienza del 13 dicembre e aggiunge: «Per
ogni membro del R.O.S.A. è di grande conforto questo continuo
pensiero del Papa per chi è ammalato, per chi in ogni modo soffre».
Nel maggio successivo, parlando a un gruppo di infermi e di non vedenti
ai piedi della Grotta di Lourdes nei giardini vaticani, il Papa disse:
«Grazie per la vostra presenza che si può considerare quasi
presenza sacramentale del Cristo. Sì, voi siete nella vostra
carne ferita e dolorante, l'espressione di Cristo Crocifisso e come
il prolungamento della sua passione». Mary riporta queste e le
altre parole nella lettera del 22 giugno 1979 e scrive: «Non ho
nulla da aggiungere se non di invitarvi ad accogliere quanto il Papa
vi dice».
Nella lettera che scrive ai suoi malati dal Getsemani di Casale Corte
Cerro nel settembre di quell'anno, Mary echeggia le parole del Papa
del 22 agosto: «Voi carissimi infermi, lo sapete, avete un posto
privilegiato nel cuore del Papa» e così nella lettera d'Ognissanti
riporta le parole che il Papa rivolge ai malati nella visita al santuario
di Pompei fra le quali: «Gesù, pur chinandosi sui malati
e sui sofferenti per guarirli e consolarli, non ha soppresso la sofferenza
stessa, ma ha voluto sottoporsi a tutto il dolore umano possibile, quello
morale e quello fisico, nella sua passione sino all'agonia morale nel
Getsemani». E Mary commenta: «sarebbe sciupare i meravigliosi
insegnamenti del Papa, aggiungere altro» e indica come intenzioni
per l'offerta delle loro sofferenze: «quelle del Papa».
In occasione della visita che il 23 dicembre 1979 Giovanni Paolo II
fece agli ammalati dell'ospedale di Santo Spirito in Roma disse loro:
«Voi conoscete la mia predilezione per tutti coloro che soffrono
ed è un atteggiamento che risponde al dovere fondamentale e primario
di chi, succedendo a Pietro, ha la formidabile qualifica di Vicario
di Cristo. Come potrei fare io le veci di Cristo, se dimenticassi la
sua costante preoccupazione per gli infermi?». Mary riportando
per esteso questo importante discorso sembra paragonare il papa all'angelo
consolatorc di Gesù nel Getsemani perché inserisce una
preghiera a questo angelo, non firmata, che io suppongo composta da
lei stessa. Eccola:
«Io ti saluto, o Santo Angelo Consolatorc del mio Gesù
Agonizzante e lodo con te la SS. Trinità per averti scelto, fra
tutti, a consolare e fortificare Colui che è la consolazione
e la forza di tutti gli afflitti. Ti supplico, per questo onore che
hai avuto e per l'obbedienza, l'umiltà e l'affetto con cui hai
soccorso la Santa Umanità del mio Salvatore Gesù, che
soccombeva per il dolore alla vista delle mie colpe, degnati consolarmi
nell'afflizione che ora mi opprime e in tutte le altre che potranno
sopravvenirmi in seguito e particolarmente quando mi troverò
nell'agonia. Amen».
Fra le parole più toccanti pronunciate da Giovanni Paolo II sulla
teologia del dolore vi sono certamente quelle diffuse per radio dal
Policlinico Gemelli il 24 maggio 1981 dopo il grave attentato subito
in Piazza San Pietro: «Desidero oggi rivolgermi in modo particolare
a tutti gli ammalati, esprimendo ad essi, io, infermo come loro, una
parola di conforto e di speranza. Quando, all'indomani della mia elezione
alla Cattedra di Pietro, venni per una visita al Policlinico Gemelli,
dissi di voler appoggiare il mio ministero papale soprattutto su quelli
che soffrono. La Provvidenza ha disposto che al Policlinico Gemelli
ritornassi da malato. Riaffermo ora la medesima convinzione di allora:
la sofferenza, accettata in unione con Gristo sofferente, ha una sua
efficacia impareggiabile per l'attuazione del disegno divino della salvezza».
Riportando queste parole lapidarie e integralmente anche quelle successive,
Mary ha certamente pensato che esse rivelavano a lei e ai suoi malati
un aspetto nuovo della sofferenza, quello di sostenere il Papa nel suo
immane compito di condurre la Chiesa in salvo attraverso le mareggiate
del nostro tempo. Il florilegio di Mary nel raccogliere le parole del
papa ai malati riguarda anche il Messaggio per la Quaresima,
per la visita all'ospedale dei Fatebenefratelli dell'Isola Tiberina
(5 aprile 1981) e alla casa di cura Villa Betania (22 dicembre 1982).
Mary esulta quando viene a sapere che Mons. Luigi Novarese, un sacerdote
romano che dedicò ai malati gran parte della sua vita, aveva
pubblicato il libro La sofferenza nel magistero di Giovanni Paolo
II (1978-1982) e così lo presenta nella sua lettera del
settembre-ottobre 1983: «È uscito un libro che dovrebbe
essere il "Vademecum", cioè il compagno di ogni "rosa"»
e si premura di ottenere dai Volontari della Sofferenza, che ne sono
gli editori, uno sconto per i suoi ammalati.
La teologia del dolore attinta alla parola del Pontefice e attraverso
questa alla suprema fonte del Salvatore, viene ritrovata da Mary nelle
parole dei santi. Riporto alcune delle sue molte citazioni per dimostrare
come fossero scelte con estrema cura.
Nella lettera-circolare luglio-agosto 1983, da santa Teresina del Bambino
Gesù: «Senza amore non si vive, senza sofferenza non si
ama», e da san Giovanni Bosco: «Le anime si istruiscono
con la parola, ma si salvano con la sofferenza... Non è la sofferenza
che santifica, ma la pazienza nel sopportare pazientemente la sofferenza».
Nella lettera-circolare di novembre-dicembre 1983, da san Giuseppe Benedetto
Cottolengo: «Siamo sempre allegri nel Signore. Egli pensa a noi
più di quanto noi pensiamo a lui»; dalla serva di Dio suor
Faustina Kowalska nella lettera-circolare di maggio-giugno 1983 riporta
alcune parole che Gesù le disse: «Nel giardino degli Ulivi
le anime tiepide mi ispirarono la più grande avversione [...]
per loro l'ultima tavola di salvezza è il ricorso alla mia Misericordia».
Dal servo di Dio padre Mariano da Torino nella lettera circolare luglio-agosto
1984: «Di tutte le penitenze, la migliore è fare ogni giorno
la volontà divina anziché la nostra, malgrado le nostre
ripugnanze, noie, stanchezze. Dove non posso giungere con l'eroismo,
voglio giungervi con l'umiltà».
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- Parte II