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Scritti di Luigi Gedda

11 - parte II

IL R.O.S.A.

Gli accorgimenti di Mary per suggerire alle sue «rose» l'interpretazione cristiana del dolore era accompagnata da considerazioni toccanti profondamente umane come le seguenti che riporto dalla lettera del 29 giugno 1978: «Ragazzi, giovani e famiglie lasciano le città per un periodo più o meno lungo di riposo sui monti o al mare, sovente per le persone anziane o inferme è questo un periodo difficile, perché si trovano più sole; parecchie non possono avere il beneficio del cambiamento d'aria, e si affaccia la tristezza, la melanconia. Ma non dobbiamo, da brave "rose", lasciarci avvizzire da questi sentimenti: anzi dobbiamo far tesoro delle prossime settimane per unirci maggiormente al Signore. Come? portandoci col pensiero a Gesù solo nell'Orto del Getsemani, solo in tanti tabernacoli, e offrirgli la nostra parte di sacrificio in atto d'amore o di riparazione».
Analogamente nella lettera-circolare del Natale 1978: «Con tanto affetto invio i più sentiti auguri a ciascuno di voi per il Santo Natale. Forse qualcuno lo trascorrerà solo, lontano dai parenti; coraggio! Voi, non siete soli: il Signore è in ogni anima che lo ama; pregate, se siete obbligati a rimanere a letto, chiedete che almeno per Natale e per Capodanno vi venga portata la S. Comunione. In ogni caso pensate a Gesù Agonizzante che quanto più soffriva, più intensamente pregava».
Dalla lettera-circolare del 10 marzo 1979: «Fino a qualche anno fa a tutti i fedeli in buona salute era chiesto di fare atti di penitenza in Quaresima, oggi sono forse solo le persone sane che vivono in conventi a praticare digiuni e penitenze. Noi infermi abbiamo in questo campo una parte privilegiata; non abbiamo bisogno di ricercare penitenze straordinarie; basta che, ora per ora, accettiamoe viviamo con amore più grande, senza lamentele, le sofferenze, le rinunce richieste dal nostro stato di infermità».
Questo lavoro per le sue «rose» era come un rosario spirituale di Mary che essa alternava con il lavoro per Tabor sul ritmo profondo, incalzante e sempre più doloroso della sua malattia. Difatti essa scrive nella lettera-circolare di novembre-dicembre 1981: «Vorrei poter venire di persona a fare i migliori auguri per queste care festività, specialmente per l'Immacolata e il Natale, ma non lo posso, sia perché le "Rose" sono fiorite in tutta Italia, dalle Alpi a Siracusa, sia perché le mie condizioni di salute non mi permettono simile passeggiata, ma prego l'Angelo Custode di ogni "Rosa" di fare ciò che è impossibile a me e nel cambio avete tutto da guadagnare».
Le «rose» del Reparto Operaio Spirituale Ammalati che Mary visitava frequentemente con il telefono e con le lettere-circolari di cui ho dato qualche saggio, erano centosessantuno quando essa morì.
Per dire l'effetto di questi contatti riporto da una testimonianza dell'«operaia» Isa Barbetta di Livorno: «Durante la mia malattia mi ripeteva spesso: "[...] è proprio vero che non siamo capaci di comprendere la grandezza dei doni di Dio, anche in campo fisico, se non quando ne soffriamo la perdita o la diminuzione. Ci aiuti la Mamma Celeste a usare santamente di tutto quanto la bontà di Dio elargisce", per un"'operaia" defunta mi scriveva: "Speriamo che ora faccia parte di quel Reparto in Paradiso che accoglie i fratelli e le sorelle defunte. Noi ancora viandanti offriamo preghiere per loro e confidiamo che, vicini a noi nella comunione dei santi, ottengano benedizioni e grazie per ciascuno e per la cara Società Operaia"» (2 gennaio 1987).
Ed ecco che Jole Galofaro, un'altra ammalata succeduta a Mary nel colloquio epistolare del R.O.S.A. la ricorda così:

L'immagine di Mary Gedda (l'ho sempre chiamata Mary all'inglese) è per me come racchiusa in un luminoso involucro, quasi il circoscritto nimbo ovale a poli acuti cui iconografi e iconologi attribuiscono significato di trascendenza. Come racchiusa nell'alone della volontà di Dio ho sempre percepito Mary. E dico percepito perché certi rapporti d'anima vanno al di là del vedere e dell'udire. Certo l'ho udita molte volte, come tutti, al telefono, l'ho sentita attraverso le sue lettere, e l'ho anche vista quando mio marito ed io siamo andati a farle visita.
Icone della volontà di Dio rimane Mary nel mio ricordo [...] ogni conversazione con Mary, ogni sua lettera, ogni progetto, ogni esposizione di fatti, ogni scambio di opinioni era sempre dominato dall'affidamento alla volontà di Dio. Non l'abitudinario «se Dio vuole» che è quasi un luogo comune. Ma, sempre, una meditazione, il lampo di una riflessione intima che sottostava alle parole e le sovrastava. Un continuo abbandono, una disposizione teologale, un contenuto di fede, di speranza, di amore. Ma niente di supino. Mary era un'anima verticale, un'anima di grandi desideri, ricca di progetti. Ma tutto era ampio, proiettato al di là del personale, tutto a livello ecclesiale. Ed è appunto la sua passione ecclesiale, esigente, severa, illuminata, l'altra caratteristica di Mary che mi è presente. Passione, non soltanto amore, perché la sua intelligenza naturale e la sua sensibilità soprannaturale erano così acute da far sì che ella amasse con dolore, con preoccupazione fraterna, materna e filiale. Non era davvero aliena dall'accorgersi dei pericoli, delle incertezze, delle difficoltà. Quante volte mi ha fatto pensare a santa Teresa di Gesù e alle sue ansie per i «mali della Chiesa», i mali causati dagli uomini al Cristo Mistico.
Totalmente abbandonata alla volontà di Dio, ella però sapeva che la preghiera può far violenza al ciclo. E questa sua fiducia non era per nulla contrastante con l'accettazipne della volontà divina, era un ulteriore atto di fede come un dire: «È così, va bene, accettiamo, offriamo, ma, se vuole, Lui può cambiare tutto».
E se questa fede nella preghiera era un altro aspetto della sua figura morale, ce n'è un altro ancora che mi colpiva. Anche parlando del suo stato fisico, delle sue malattie, delle sue sofferenze, non mi ha mai detto: «Prega per me». Sempre per gli altri... per Luigi e per Linda e per i parenti a me sconosciuti, «prega, sai, prega» [...] però la stessa S.O. e il R.O.S.A. non erano per lei terreno riservato, giardino chiuso. Mi faceva pensare all'esortazione di Pio XII alle Claustrali, sollecitate a dilatare il cuore e la preghiera «alle dimensioni del mondo», o all'invito rivolto alle stesse da Paolo VI: «portare nel cuore la passione del mondo».
E tutto questo - ancora un'altra caratteristica di Mary - con un'attenzione speciale anche ai singoli, con una vera partecipazione alle sofferenze di ciascuno. Così malata lei, con quanto interesse si informava e ascoltava, come considerava importanti le malattie altrui! E quale contrasto con tanti malati per i quali i loro mali sono sempre più gravi, più tormentosi di quelli di ogni interlocutore!
Mary, claustrata nella malattia, orante laica, attivissima contemplativa, proprio tu che non sei mai stata prigioniera, aprici le vie alla libertà dello spirito, ai vasti spazi della carità. Mary, «operaia di Cristo», continua a operare, per noi e per il suo Regno. (Tabor, 1985, p. 24).

Poco più di un anno prima della sua morte, quasi a conclusione del suo «soffrire amando» giunge a Mary un premio. Nella festa della Madonna di Lourdes del 1984 Giovanni Paolo II promulga l'enciclica Salvifici doloris. Mary nella lettera-circolare di marzo-aprile la presenta così: «Più volte, inviandovi la circolare solita vi ho riportato dei brani rivolti dal Santo Padre ai sofferenti. Ora poi il Papa ci ha fatto il dono di una magnifica Enciclica. Dopo pagine sublimi [...] conclude rivolgendosi a noi sofferenti con parole che ci sono di immenso conforto: "Chiediamo a voi tutti che soffrite di sostenerci. Proprio a voi che siete deboli, chiediamo che diventiate una sorgente di forza per la Chiesa e per l'umanità. Nel terribile combattimento fra le forze del bene e del male di cui ci offre spettacolo il nostro mondo contemporaneo, vinca la vostra sofferenza in unione con la Croce di Cristo"».
Ammalata lei stessa, edificava il prossimo anche per l'evento ultimo, quello della morte, del quale per delicatezza preferiva non scrivere.
Ma ne parlava. Ecco una testimonianza resa da suor Renza Delle Pezze religiosa delle suore di Menzingen che dirigeva il Getsemani di Paestum quando Mary vi trascorreva il periodo estivo: «Una persona di animo nobile, mite, schietta, colta, ma nello stesso tempo aveva la semplicità dei santi [...] era felice quando c'era un sacerdote di passaggio perché poteva assistere a più Sante Messe. "Facciamo il bene - diceva - finché possiamo muoverci". Il telefono era il suo amico carissimo che la metteva in contatto con tante persone e suore di clausura. Un giorno, parlando della morte le chiesi: "Ha paura lei della morte?". "No, disse, perché il Signore ama i piccoli e gli indifesi e io sono una di quelli"». (28 gennaio 1987).
Infatti Gesù ha detto (e Giovanni Paolo II lo ricorda nell'enciclica): «Ero malato e mi avete visitato [...]: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

12 -



































 

 

 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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