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L'abitazione dove la nostra famiglia si trasferì
in seguito non gode delle preziosità ecclesiali di quella precedente
a Porta Metronia, ma ne possiede delle altre che innamoravano Mary.
Anzitutto l'immediata vicinanza con la cappella della casa generalizia
della Ancelle del Sacro Cuore dove il Sacramento viene esposto ogni
giorno i per tutta la giornata. Dalle stanze di Mary non solo si vede
la cappella, ma il suo interno e questo fu un grande conforto per lei,
che prma raggiungeva ogni giorno la cappella per la messa del mattino,
quando, dopo l'emiparesi, non potè più muoversi da casa.
Sul versante opposto si vede la basilica di Sant'Eugenio che ricorda
«il pastore angelico», Pio XII, che resse la chiesa nel
periodo della guerra che Mary visse a Roma, basilica che ora è
la nostra parrocchia. Oltre Sant'Eugenio e oltre il Tevere, Mary poteva
vedere il colle Vaticano che si profila come una nave che ha sulla prua
la cupola di San Pietro e sulla poppa la torre della radio.
Eravamo felici che Mary, non potendo più uscire di casa e appoggiandosi
al suo carrello o dalla sedia a rotelle, avesse la possibilità
di gustare ogni giorno questo panorama che è quasi una sintesi
della storia e della fede.
Ritornando al suo studio, Mary poteva telefonare, ricevere, scrivere
le innumerevoli lettere personali, le sue circolari e pregare.
La sua pietà di ogni giorno consisteva nell'eucarestia ricevuta
durante la messa, nella recita dell'ufficio della Madonna e del Simbolo.
Se dovessi scegliere fra i salmi del «Piccolo ufficio»,
quello che Mary recitava con maggiore attenzione, indicherei il salmo
62 che si legge alla domenica: «O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora
ti cerco, di te ha sete l'anima, a te anela la mia carne, come terra
deserta, arida, senz'acqua... Nel mio giaciglio di te mi ricordo e penso
a te nelle veglie notturne...».
Erano poi il rosario e le coroncine a rendere satura del colloquio con
l'Eterno le sue giornate. Al sabato, finché le fu possibile,
frequentò la messa prefestiva durante la quale, dal primo banco,
leggeva a voce alta e nitida la preghiera alla quale rispondono i fedeli.
Al collo portava la medaglia miracolosa del santuario di Rue du Bac
a Parigi dove la Madonna apparve a santa Caterina Labouré e che
Mary aveva visitato.
Sulla scrivania le molte carte che le venivano da ogni parte e, negli
ultimi tempi, una lunga forbice che le serviva non per tagliare, ma
per raggiungere i fogli che le occorrevano, in quanto la mano sinistra
era incapace di afferrare e quella destra, a motivo della frattura dell'omero,
aveva una mobilità limitata. L'ingresso del suo piccolo appartamento,
prossimo alla porta di casa, faceva sì che il primo saluto a
chi veniva fosse di Mary. La finestra di fronte alla sua scrivania le
permetteva di vedere le case che si arrampicano sulla via Monti Parioli
e fra queste una, la più vicina, che porta sulla terrazza dell'ultimo
piano la scultura, a pieno tondo, di un gallo.
Fra i molteplici significati che il gallo ebbe nell'arte cristiana dei
primi secoli ritengo che questo gallo moderno abbia ricordato a Mary
quel gallo di cui parla un evangelista a proposito della parusìa,
ossia del ritorno di Cristo per il giudizio universale: «Mentre
[Gesù] era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio,
Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano [...] Gesù
si mise a dire loro [...] "Vigilate perché non sapete quando
il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte, o
al canto del gallo, o al mattino, perché non giunga all'improvviso,
trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate"»
(Mc 13,3-37).
Mary alla scuola del Getsemani aveva imparato a vegliare e pregare.
Ritengo che il gallo le ricordasse ogni giorno una felice certezza:
che il suo Gesù sarebbe tornato per accoglierla nella casa del
Padre.
Come eco della vita trascorsa da Mary nella parrocchia di Sant'Eugenio
raccolgo anzitutto la testimonianza del parroco don Luigi Tirelli Barilla:
Ho trovato un biglietto di Mary del maggio 1981 con il quale accompagnava
una copia di Tabor per me, suo nuovo parroco a S. Eugenio.
Non ho avuto molte occasioni di conversare con Lei e penso che ad
ogni incontro con Gesù Sacramentato fossimo entrambi tanto
compresi della grandezza del momento da ridurre le parole a pochi
accenti di fraternità e di amicizia: peraltro la delicatezza
dei familiari temeva disturbarmi, con lunghi colloqui. Ma ho fatto
così l'esperienza meravigliosa che le anime, se unite a Cristo,
non hanno bisogno di discorsi e di spiegazioni per capirsi. Leggo,
in un articolo della rivista Tabor il motto che Lei ricorda
all'«operaia»: «leale, silenziosa, lieta e concreta».
Si può realizzare questo ideale? Penso che Mary Gedda l'abbia
incarnato stupendamente. Nell'ultimo periodo, così duro per
il male fisico, splendeva anche sul volto la dolcezza di questa offerta
«getsemanica» spirituale. Quanto è necessario e
vero ciò che Lei scrive alle «operaie»: «trattenute
in famiglia da persone anziane, inferme, bisognose delle loro cure»
o esse stesse per età o altri motivi divenute involontarie
«claustrali».
Conosco, in una parrocchia dove sono molti, e spesso soli, i longevi,
che cosa vuol dire la lenta ma niente affatto inconscia «lotta»
con gli anni incombenti: ricordi, diradarsi di amici e di visite,
difficoltà di capirsi, acciacchi e d'altro canto un diritto
a mantenere la vita anche attraverso interessi umani di piccolo o
grosso calibro.
Mary aveva nel suo Tabor veramente un efficace mezzo di co¬municare
le radiose certezze della fede e dimostrava così con «concretezza»
che il Getsemani è il velo terreno predisposto per capire la
celeste beatitudine del monte della Trasfigurazione.
Siamo straordinariamente «graziati» da un Papa, che conosce
e vive il dolore coi malati e i tribolati di ogni genere e questo
dono che Dio ci ha fatto non è senza un Suo fine di ricostruzione
di una società sfasciata e fatiscente: per ridare linfa a questi
giovani privati di ideali, a queste coppie così sbandate nei
legami più sacri, a tanti vecchi degni di compassione per lo
squallore di un tramonto che sembra definitivo e non foriero dell'alba
senza fine, ci vogliono anime non vegetali, ma «spirituali».
Ce lo ha ripetuto il recente Sinodo dei Vescovi nella relazione finale:
«Oggi abbiamo grandissimo bisogno di santi che dobbiamo implorare
da Dio con assiduita».
Vorrei dare un consiglio ai miei confratelli, sacerdoti e parroci,
di ogni paese: non perdete di vista queste anime privilegiate che
si trovano nel perimetro dei vostri territori e che possono sostituire,
se non ci sono, le «contemplative» che hanno sempre costituito
le barre portanti dell'Arca Santa di Dio, la Chiesa pellegrina verso
la Città Eterna!
La madre generale delle Ancelle del Sacro Cuore confinanti con la casa
nella quale abitiamo mi ha scritto di Mary questo ricordo:
Le invio con poche e povere parole le impressioni che ha suscitato
in me la cara amicizia con l'indimenticabile signorina Mary.
Dico «amicizia» anche se pochi contatti ho potuto avere
con lei (solo rapidi saluti quando la vedevo nella nostra cappella
o nell'uscire da questa), ma l'ho sentita sempre molto vicina e molto
unita a me, al mio Istituto. Era veramente un'amica e una sorella.
Mi è rimasta sempre profondamente impressa l'espressione del
suo viso leggermente triste e sofferente, illuminata da quel suo sorriso
dolce. Impressionava la finezza del tratto, l'interesse sempre dimostrato
per quanto le si diceva o raccomandava alle sue preghiere.
Le suore che hanno avuto maggiori e più intimi contatti con
lei, mi hanno più volte parlato della grande dimenticanza di
sé della signorina Mary, della sua semplicità e modestia
nel non mettere mai in risalto il lavoro faticoso e a volte certamente
stressante, di compilare una rivista, scrivendo, sollecitando articoli,
correggendo bozze. Mi hanno sempre detto che nel trattare con lei
provavano serenità e pace. Le impressionava la dedizione affettuosa
e tenera al suo Luigi per il quale erano il suo lavoro, i suoi sacrifici,
le preghiere sue e anche quelle che si volevano offrire per lei. Al
tempo stesso il profondo senso di gratitudine per quanto lui e la
signora Linda facevano e si sacrificavano per lei.
La rammento spesso e la prego perché sono certa che intercede
anche per noi, le Ancelle del S. Cuore, che considererà sempre
amiche e sorelle.
MARIA LUISA LANDECHO
torricella, 26 luglio 1985
La malattia di Mary che le impediva di inginocchiarsi e la obbligava
a camminare con l'arto inferiore sinistro rigido e perciò appoggiata
da questo lato all'infermiera e dall'altro a un bastone, ebbe un improvviso
peggioramento quando incespicò in un tappeto e cadde. Ne risultò
una contusione al capo e la frattura dell'omero destro. Qualche tempo
dopo sopravvenne un'emiparesi a sinistra parzialmente risolta mediante
fisioterapia. Però, da allora, non fu più in grado di
scrivere a macchina.
In più, presero inizio dei dolori al torace che mediante un trattamento
vitaminico fu possibile dominare. Ma l'organismo nel suo complesso deperiva
in modo graduale e irrimediabile così da provocare delle estese
e dolorose piaghe da decubito.
Malgrado ciò, serena e sorridente, Mary si interessava delle
Adoratrici che frequentavano la cappella delle suore, e quando poteva,
pnrtecipava alle loro preghiere. Seguiva, con molto interesse, quanto
avveniva nella chiesa parrocchiale, specialmente quando Giovnnni Paolo
II dispose che la basilica diventasse sede di prelatura per l'Opus Dei.
Delle immagini affrescate nel catino dell'abside di Sant'Eugenio da
Ferruccio Ferrazzi, Mary apprezzava particolarmente quella della Sindone
che le ricordava Torino e Montevergine, come pure quel gruppo di operai
nell'atto di issare una grande croce che essa considerava come un simbolo
della Società Operaia e volle che fosse riprodotto sulla copertina
di Tabor nell'anno XXXV della rivista quando la Società
Operaia, avendo ottenuto l'erezione canonica nella diocesi di Roma,
fu dichiarata associazione di diritto pontificio dal Pontificium Consilium
pro laicis (19 marzo 1981)
Capitolo
13 - Intimità
con Dio
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Edizioni A.V.E 1987
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