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Un'immagine di Mary, fotografata nella cripta del Getsemani
di Casale Corte Cerro, è parlante.
Con le mani giunte appoggiate sulle braccia della statua di Gesù
in agonia, Mary lo guarda e lo riflette; ma non come uno specchio potrebbe
riflettere un volto angosciato, velato di sudore e di sangue. Il volto
di Mary è trasfigurato dalla «metànoia», la
trasfigurazione che il dolore di Cristo produce nell'anima del cristiano
perché la passione del Salvatore lo libera dal peso del suo dolore,
dalla disperazione della morte.
La meditazione di Mary aveva esplorato il Getsemani in ogni senso e
perciò, se anche non conobbe letteralmente il testo di una riflessione
di Pascal, certamente ne ha partecipato, per conto suo, il pensiero.
Le parole di Pascal sono queste:
«Jésus s'arrache d'avec ses disciples pour entrer dans
l'agonie; il faut s'arracher de ses plus proches et des plus intimes
pour l'imiter»
(Gesù si strappa dai suoi discepoli per entrare nell'agonia:
è necessario strapparsi dalle persone prossime e dai più
intimi per poterlo imitare).
Era da qualche tempo ormai che Mary, senza parlarne con i familiari,
si accorgeva che la sua vita doveva presto concludersi. Quando, colpita
dall'emiparesi, aveva avuto bisogno di me per trasferirsi dalla sedia
al letto, mi disse a voce alta come per scaricarsi il cuore: «Se
il Signore mi vuole, perché ti addolori? Io sarò sempre
con voi». Allora ho ingoiato le lagrime ed ho taciuto, ma ora
sottolineo quelle sue parole: «Se il Signore mi vuole...»
che le uscirono spontaneamente e misurano quanto fosse intimo e continuo
il suo colloquio con Dio.
Più tardi, circa un mese prima della morte, quando superò
una crisi ipoglicemica, mi disse: «Luigi, è bene che io
muoia...». Mary collegava i valori della vita nel tempo che Dio
le aveva concesso a quella che sarebbe stata la sua vita nell'eternità
e ai compiti che Dio le avrebbe affidato come quello di assistere chi
essa amava, e a cui avrebbe cercato di procurare fiducia, serenità
e assistenza.
Due particolari mi hanno confermato in questa ipotesi. Anzitutto l'ordine
che ho trovato nelle sue carte quando venne a morte, come di persona
che deve fare delle consegne, ordine che per lei era molto difficile
perché impedita anche nei movimenti degli arti superiori. Inoltre
il fatto che, essendosi verificato il suo transito alla fine del gennaio
1985, Mary fece in tempo a ricevere molti calendari del nuovo anno e
fra questi uno di provenienza spagnola che porta come titolo e augurio
FELIX AÑO 1985. Mary lo prescelse e lo collocò,
con evidenza, a capo della sua rubrica telefonica, dove io lo trovai
in seguito. Era dunque un anno che avremmo dovuto considerare felice,
quello che Mary prevedeva essere il suo anno pasquale, del passaggio
dalla terra al ciclo...
Nel suo corpo il sistema endocrino aveva avuto varie compromissioni
probabilmente in rapporto con la sua lunga malattia ossea. Da qualche
tempo infatti soffriva di squilibri glicemici con ipo ed iperglicemie.
A questi disordini furono in buona misura attribuiti l'emiparesi, la
difficoltà nella visione per l'opacarsi del cristallino ed anche
le piaghe da decubito che, per un certo periodo, migliorarono con il
trattamento insulinico.
Così venne il giorno nel quale Iddio, come lei prevedeva, la
volle con Sé.
Non posso descrivere quelle ore con parole diverse da quelle che scrissi
allora per Tabor e che riporto come fosse la testimonianza
immediata di un'altra persona. Difatti mi sentivo un altro e lo dissi
a mia moglie, perché la nostra Mary non era più con noi.
Mary ci ha lasciati il 29 gennaio, rapidamente, per un coma diabetico,
che si è sovrapposto alle malattie di cui soffriva da molto
tempo ed ho potuto appena, quella mattina ancora, portarle l'eucarestia
come ho fatto 419 volte durante l'ultimo periodo della sua vita, per
grazia divina e concessione del cardinale Ugo Poletti. Mary ha risposto
alle formule che recitavo ripetendo il confiteor.
Un mese prima, nella crisi che potè essere superata, aveva
ricevuto da Monsignor Conte l'olio degli infermi.
Alle 13 mi baciò due volte; un bacio era per me e per Linda,
l'altro per la Società Operaia. Poi perse conoscenza e alle
13,45 raggiunse Dio.
Noi l'abbiamo vestita di bianco come una sposa che va incontro al
suo Signore e le abbiamo messo fra le mani un rosario composto con
noccioli delle olive del Getsemani di Gerusalemme perché fu
una grande anima getsemanica che si presentava al Signore con questo
titolo, avendo ispirato la sua vita a quella di Maria, la Regina del
Monte degli Ulivi.
Il suo transito fu di martedì e le sue esequie di giovedì;
anche con questo Mary volle darci un'indicazione getsemanica. Infatti
è più facile ripetere il fiat del dolore per il distacco
da una persona amatissima nel giorno nel quale lo ha pronunciato Gesù.
L'abbiamo portata alle 11 nella nostra parrocchia di Sant'Eugenio
che ricorda Pio XII dove nel 1975 erano avvenuti i funerali di don
José Maria Escrivà de Balaguer, il fondatore dell'Opus
Dei.
La sua bara era sul pavimento coperta da un grande cuscino di fiori
bianchi. I presenti erano una folla composta di «operai»
di Roma e fuori, amici e conoscenti. Nel presbiterio la santa messa
fu celebrata dal cardinale Pietro Palazzini, prefetto della Sacra
Congregazione per i Santi, assistito dal parroco don Luigi Tirelli
e da padre Lucio Migliaccio, procuratore generale dell'Ordine dei
Chierici Regolari della Madre di Dio. Celebravano altri diciannove
sacerdoti.
Il cardinale Palazzini pronunciò il discorso e il parroco don
Tirelli ricordò che Mary, parrocchiana esemplare per la sua
sofferenza e per il suo sorriso, estendeva il suo apostolato in tutta
Italia come redattrice di Tabor. Nell'intervallo fra la santa
messa e le esequie io ho recitato a nome di Mary il Simbolo degli
«operai».
Poi abbiamo accompagnato la salma di Mary nel cimitero del Verano
e l'abbiamo provvisoriamente collocata nella tomba dei Romano, la
famiglia di mia moglie.
Ora comincia il dopo Mary.
Questo lo dico per tutti voi, fratelli e sorelle della Società
Operaia, perché certamente capite cosa significhi per me non
avere più al centro dei nostri rapporti il suo telefono, la
sua corrispondenza, la sua funzione di redattrice di Tabor
e soprattutto il suo consiglio saggio, soave, quotidiano. Perciò
propongo a tutti gli «operai» e le «operaie»
di considerare Mary Gedda «confondatrice» della Società
Operaia. Mi sembra dovuto e bello.
Appartenere alla Società Operaia non significa aspirare ad
un bene terreno, ma scegliere una strada perché gli uomini
e la propria anima conseguano il bene eterno. Questo da laici e come
laici. Mary lo aveva capito e lo insegnava. Alla maggiore consapevolezza,
deve seguire un esame di coscienza dell'«operaio» perché
Dio ha un progetto per ciascuna persona umana che dev'essere realizzato.
È ciò che ha fatto Mary in condizioni di eroismo.
Questo puntare sull'assoluto, sull'eterno e sul divino è il
massimo realismo al quale un uomo può essere chiamato. Ci troviamo
in un periodo storico nel quale il costume cristiano va scomparendo
perché manca la sua radice profonda che è l'imitazione
di Cristo, la docilità alla sua parola e il ricorso a quei
misteri che ha lasciato a disposizione della Chiesa perché
gli uomini possano essere salvati e, come lui, dei salvatori; perché
Gesù significa appunto «Salvatore».
Una lezione che Mary faceva sopratutto ai giovani era la seguente:
II fiat del Getsemani non significa soltanto accettazione
della fatica quotidiana, del lavoro necessario e del dolore ma, prima
ancora, è un prolungamento del fiat con il quale Dio
ha creato e mantiene in essere l'universo e l'umanità. Iddio
ha un piano minuzioso, individuale, articolato, di integrazione reciproca
fra gli uomini che si conoscono e non si conoscono. Bisogna accettare
questo piano creativo e concreto, vocazionale e individuale perché
si compia.
Non vi è possibilità di progresso fuori di questo piano
che è riservato al fiat della creazione, dell'annunciazione
e del Getsemani.
Questo discorso impegna l'uomo a «costruire la volontà
di Dio», a cercarla secondo le sue attitudini e il suo ambiente
e a portare con fortezza le avversità che possono contrastare
il piano divino. La Chiesa, alle soglie del 2000, ha bisogno di questo
laicato.
Termino col dirvi che vorrei ricordare Mary con un opuscolo e perciò
vi sono grato se mi scriverete quanto avete conosciuto di lei o ricevuto
attraverso colloqui, lettere, articoli.
Nell'eucarestia io la ritrovo. Fate così anche voi.
Così io scrissi allora per Tabor e lo ripeto benché
non sia facile imitare Mary nel considerare «felice» l'anno
del suo transito.
È il cardinale Pietro Palazzini che ci insegna come si possa
giungere dalle lagrime alla gioia con il discorso che pronunciò
quel giorno nella chiesa di Sant'Eugenio:
Quando la creatura umana non possiede più nulla: quando si
trova impotente di fronte ad eventi che la superano e la travolgono,
ha ancora una risposta: le restano le lagrime.
Iddio ha messo così in alto il prezzo delle lagrime, ha annesso
tanta efficacia a questo dono misterioso che Egli stesso si lascia
vincere dal pianto. Il Verbo di Dio Incarnato, Gesù Cristo,
si è lasciato commuovere dalle lagrime della vedova di Naim
restituendo alla vita il suo unico figlio; si è lasciato vincere
dalle lagrime di Pietro, concedendo non solo il perdono, ma dandogli
il carisma del primato nella sua Chiesa. Egli stesso, fatto uomo,
ha pianto sulla tomba di Lazzaro.
Quindi, quando al ricordo di quelli che non ci sono più, il
rimpianto fa salire le lagrime dal nostro cuore, non è già
un debole tributo che noi deponiamo sulle bare e sulle tombe dei nostri
morti, perché deponiamo allora quello che c'è di più
prezioso nelle nostre anime, nel nostro sentimento; quello che c'è
in noi di più intimo e di più profondo..., diamo una
testimonianza d'amore.
Ora perché non fossimo ridotti a non poter offrire ai nostri
morti altro che lagrime sterili, Iddio ha messo nel nostro cuore e
sulle nostre labbra, qualche cosa di ben più efficace e fecondo,
qualcosa che penetra oltre questo mondo e, attraversando il luogo
di prova, porta freschezza, luce, pace, ai nostri defunti: ha messo
la preghiera.
La preghiera è ben più feconda delle lagrime, ha ben
più valore dei ricordi; per la preghiera non vi sono ostacoli,
non vi sono distanze, non vi sono limiti. Il cielo si apre alla voce
della preghiera.
La preghiera ottiene tutto, trionfa su tutto. È l'onnipotenza
supplice. Egli stesso ce lo ha assicurato, il Figlio di Dio, Cristo
benedetto: «Pregate ed otterrete». Perciò in questa
pur dolorosa circostanza quanti abbiamo conosciuto ed apprezzato la
defunta, la ricordiamo davanti a Dio, perché, Padre di infinita
misericordia, accolga l'offerta del Sangue di Cristo in propiziazione
e suffragio per la sua anima.
Chi l'ha conosciuta sa bene quale era il suo impegno cristiano nell'umiltà
e nel silenzio. Sa bene il suo zelo apostolico, specie a mezzo della
stampa, della rivista Tabor, con cui giustamente pensava di
raggiungere quanti non riusciva, anche per le sue condizioni fisiche,
a raggiungere di persona.
E mentre nella sofferenza e nel dolore affinava la sua anima, aveva
nella rivista un pulpito, da cui bandire la parola di Dio.
Lo faceva senza risparmio di forze e di tempo.
Poi la fine, che ha riempito tutti, fratello, cognata, parenti e conoscenti
di profondo dolore.
II cristianesimo non è inumano: la morte è il massimo
dei dolori, la separazione dalle persone care è la più
tremenda delle angosce. Ma nel cristiano questo dolore è lenito
dal pensiero di una misteriosa presenza, che continua oltre la morte.
La morte, che, nelle sensibilità, dà la tristezza dell'assenza,
nella fede dà la dolcezza di una presenza vera, più sicura
di quella che la vita garantiva. Perché i morti non appartengono
alla variazione del tempo, superano i limiti dello spazio, tolgono la
confusione dei numeri e delle date. Se si ha fede nella vita come prova,
si deve averla nella morte come promozione, perché è il
culmine, un passaggio. Ed è ancora la fede a parlarci del misterioso
legame che unisce vivi e defunti con un meraviglioso scambio di aiuti
nella preghiera, suffragante degli uni, intercedente degli altri.
La differenza sostanziale nell'interpretare la vita e gli avvenimenti
fra chi crede e chi nega, è che i credenti sanno che il «reale
è nell'invisibile» e gli altri si ostinano disperatamente
ad aggrapparsi al visibile.
Per noi il lutto è un rito e le lagrime una lavanda purificante.
Al mondo, che, fra passato e futuro, si aggrappa a ciò che vede
e tocca, noi diciamo che siamo sostenuti dalla sicurezza in quello che
non vediamo.
A ogni morte che esperimentiamo nelle nostre file è una crescita
in finezza, che proviamo, sorpassando la vertigine del vuoto che ci
tenta. Parola di Gesù: «Sarete tristi, ma la vostra tristezza
si trasformerà in gioia e nessuno potrà rapirvela».
Capitolo
15 - COMMENTO
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Edizioni A.V.E 1987
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