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Nel descrivere l'immagine di Mary ho approfittato dei
ricordi di molte persone che desidero ringraziare singolarmente perché
hanno reso possibile una certa compiutezza del racconto biografico e
la necessaria spersonalizzazione del mio discorso.
Di alcune testimonianze non mi sono ancora servito perché, in
vario modo, esulano dal contesto temporale e rappresentano un commento,
quasi una sintesi di ciò che l'immagine di mia sorella ha lasciato
nel cuore di molti.
Il commento prende inizio dai ricordi di padre Lucio Migliaccio,
superiore generale dell'Ordine della Madre di Dio, i quali si riferiscono
in particolar modo al pellegrinaggio di Mary in Palestina che ebbe luogo
con la Società Operaia nel 1972 e che era il suo secondo viaggio
in Terra Santa, avendo già visitato Gerusalemme nel 1964.
Il mio primo incontro con la Mary fu in via Amba Aradam dove abitava
con il papà e con Luigi suo fratello: tornava dalla chiesa
della Navicella poco distante dall'abitazione; vidi così il
suo volto giovanile, due occhi penetranti, un largo sorriso spuntare
da un mucchio di panni rossi; erano le vestine dei chierichetti che
avrebbe dovuto rammendare e stirare. Non c'è dubbio che dovette
lasciare in me una certa impressione, se a distanza di circa quarant'anni
posso ricordare con tanta precisione questo incontro. In quel periodo
di grande vitalità, so che era particolarmente impegnata in
parrocchia.
Altre due circostanze riportano la mia memoria a momenti particolari.
La prima è il pellegrinaggio a Lourdes durante il quale rimasi
edificato per la devozione alla Madonna. Credo che abbia trascorso
tutto il suo tempo disponibile alla Grotta.
L'altra circostanza, forse di più intensa emozione, è
il viaggio in Palestina. L'immagine che mi ritorna con maggiore rilievo
è di quando abbiamo raggiunto il lago di Tiberiade avendo visitato
Nazareth. Cana, Genezaret e di qui, in battello, siamo giunti a Cafarnao.
Sulla strada del ritorno sostammo a lungo a Tabgha nei pressi della
«Cappella del primato» così chiamata per l'episodio
che qui ebbe luogo dopo la resurrezione di Gesù.
«Gesù si manifestò ancora ai discepoli sul mare
di Tiberiade - scrive l'evangelista Giovanni - e si manifestò
in questo modo. Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele da Cana
di Galilea e altri due discepoli si trovarono insieme. Dice loro Simon
Pietro: "Vado a pescare". Gli rispondono: "Veniamo
anche noi con te". Uscirono dunque e montarono in barca, ma quella
notte non presero nulla. Quando ormai s'era fatto giorno, si presentò
Gesù sulla riva. I discepoli però non sapevano che era
Gesù. Dice loro dunque Gesù: "Figlioli, non avete
un po' di companatico?". "No", gli risposero. Ma egli
disse loro: "Gettate la rete dal lato destro della barca e ne
troverete". La gettarono dunque, e non erano più capaci
di tirarla per la gran quantità dei pesci. Allora il discepolo
che Gesù amava, dice a Pietro: "È il Signore!"
. Simon Pietro sentendo "È il Signore!", cinse la
sopravveste, perché era nudo, e si gettò in mare».
Segue, nel testo di Giovanni, la narrazione della colazione di pane
e pesce che Gesù fece con gli Apostoli e prosegue: «Quando
dunque ebbero fatto colazione, Gesù chiede a Simon Pietro:
"Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?".
Gli risponde: "Sì, Signore, tu sai che ti amo". Gli
dice: "Pasci i miei agnelli". Gli domanda di nuovo, per
la seconda volta: "Simone di Giovanni, mi ami tu?". Gli
risponde: "Sì, Signore, tu sai che ti amo". Gli dice:
"Pasci le mie pecorelle". Gli chiede per la terza volta:
"Simone di Giovanni, mi ami tu?". Si contristò Pietro,
perché gli aveva domandato per la terza volta: "Mi ami
tu?"; ed egli rispose: "Signore tu sai tutto, tu conosci
che ti amo". Gesù gli dice: "Pasci le mie pecorelle"».
(Gv 21, 1-17).
Ho ritenuto necessaria la citazione perché è di questo
colloquio di Gesù con Pietro che Mary ha parlato con me seduta
su uno di quegli scogli che sembra sorreggano quella piccola chiesa.
Mary, lo ricordo perfettamente, era come assorta ed ebbi veramente
la sensazione che stesse ascoltando le medesime parole del Signore
rivolte a Pietro: «Mi ami tu più di questi?». E
volle che registrassi alcune considerazioni sul luogo e sulla testimonianza
di Pietro. Poi, cosa inaspettata, pregò l'architetto Avetta
perché, accostando il microfono alle acque del lago, registrasse
anche il sussurro delle onde che si rifrangevano contro la roccia...
credo che questa registrazione esista ancora.
Più frequenti furono gli incontri con Mary durante il periodo
della sua malattia, un periodo molto lungo che nell'arco della sua
vita ne ha occupato la maggior parte; un Getsemani durante il quale
più volte ha ripetuto «non mea voluntas sed tua fiat»,
ma credo anche «si possibile est transeat a me calix iste»
perché si sentiva limitata nella sua possibilità di
lavoro, di aiuto materiale al fratello, alla parrocchia, alla Società
Operaia. Si ha un bel dire che le sue pene fisiche, i suoi dolori
laceranti erano il contributo più prezioso alle «Opere»
che pur seguiva con ammirabile forza d'animo, servendosi del telefono
in modo del tutto singolare. Senza la sua malattia, la Mary sarebbe
stata, con la sua intelligenza e con la sua preparazione culturale,
una donna d'azione, una donna forte come quelle che ci vengono descritte
nella Sacra Scrittura. Nella scia dinamica di suo fratello, avrebbe
voluto muoversi, andare, essere presente, spronare, guidare: tutto
questo avrebbe voluto fare la Mary; ma la sua immobilità, il
bisogno continuo di cure la mortificarono nel suo «volere».
È stato questo il volto più nascosto della sua autentica
sofferenza.
Gli incontri che ebbi con Mary quando non le fu più consentito
di uscire, furono «eucaristici», se è lecito usare
questa espressione. Essa partecipava con indicibile devozione alla
santa messa quando io la celebravo nella sua casa di Roma; al piccolo
altare faceva da abside la visione incomparabile della cupola di S.
Pietro. Se non avessi il timore di essere frainteso, direi che era
una concelebrazione: lei prendeva parte al sacrificio eucaristico
partecipando a suo modo con il suo personale sacrificio.
Però non avrei mai pensato a quella che sarebbe stata la messa
celebrata nel suo «dies natalis», nello studio attiguo
alla sua camera ardente. Fra il piccolo altare e l'arco della porta,
protetta da un grande Crocifisso d'argento, vedevo il suo volto sereno,
dormiente, ed ebbi la sensazione di ritrovarmi sul Sion, dove nella
Cripta dell'Abbazia dei Padri Benedettini avevamo contemplato insieme
la «Dormitio Mariae».
L'ingegnere Pietro Molla, marito della serva di Dio
Gianna Molla Beretta, conferma quanto si è detto dei rapporti
fra Gianna e Mary con questa preziosa testimonianza:
Io ho avuto la grandissima fortuna di poterla conoscere, anche se
soltanto dal 1979 in brevi incontri a Roma, al suo tavolo di lavoro,
al Getsemani di Casale Corte Cerro e attraverso alcuni scambi di corrispondenza
che mi hanno commosso ed edificato.
Dal suo conversare, dal suo parlare di ricordi di Gianna e sorelle
della Famiglia Beretta, dal suo comportamento verso di me, dal suo
illustrarmi le origini e la vita della Società Operaia e del
Getsemani, dal suo insistere, nei suoi scritti, nell'invito a pregare
Gianna per le opere apostoliche del fratello, ho ricavato subito ed
ho conservato prima la certezza di trovarmi di fronte ad una creatura
eccezionale per doti di spirito e di cuore, di impegno cristiano per
umiltà e silenzio, ansia e volontà di far del bene,
tratto soave anche nella sofferenza, vita di preghiera, di azione
e al tempo stesso di unione con Dio.
Di Mary conservo fra le documentazioni più care della causa
di beatificazione di Gianna le fotografie di gioventù con Gianna
e le sue sorelle e gli scritti che mi ha indirizzato.
Di Mary Gianna mi parlò frequentemente negli anni 1955-1961,
con sentimenti di profonda ammirazione e di affettuosa amicizia, comunicando
a me quella conoscenza di Mary che ho espresso.
Leggendo e rileggendo con viva commozione e crescente edificazione
quanto è scritto nel numero di gennaio-febbraio 1985 di Tabor
trovo fra lei e Gianna una profonda affinità per testimonianza
cristiana, vita di fede e di preghiera e di azione, e per acccttazione
piena della volontà del Signore, anche quando essa chiama all'eroismo.
Io sono convinto che Gianna e Mary abbiano avuto una pari, ineguagliabile
educazione e formazione religiosa, soprattutto nella Famiglia e nell'Azione
Cattolica.
Entrambe poi, chiamate dal Signore a vocazioni e a circostanze di
vita differenti, hanno corrisposto al «dono di Dio» con
virtù egualmente eroiche, attinte alle vette delle beatitudini
evangeliche del discorso della montagna.
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parte II
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Edizioni A.V.E 1987
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