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Scritti di Luigi Gedda

- 15 - parte II

COMMENTO -

L'Osservatore Romano commentava la notizia della morte di Mary con un articolo del direttore professore Mario Agnes, già presidente generale dell'Azione Cattolica Italiana, intitolato «La finezza spirituale di Mary Gedda», dal quale riporto:

Mary Gedda, la cui forte tempra e il cui ardente ideale il lungo male aveva sublimato, è tornata al Padre dopo una vita spesa per Cristo, la Chiesa e i fratelli.
«Operaia di Cristo» è stata semplicemente definita, tale è stata con la convinzione profonda che quella era la sua scelta ed è stata la sua vita. In uno degli ultimi fascicoli della rivista Tabor, di cui Mary è stata vicedirettore e assidua scrittrice, annotava: «Dobbiamo anche ricordarci di un altro Reparto simbolico già esistente che ci può essere di valido aiuto per raggiungere, poi, il Reparto del Paradiso». «Si tratta - precisava - del Reparto Operaio Spirituale Ammalati». E aggiungeva: «È un Reparto prezioso per chi ne fa parte, perché pur trattandosi di persone ammalate o comunque inferme, forse immobilizzate in un letto, da loro la gioia di sentirsi "operai" del Signore attraverso la preghiera, il sacrificio vissuto giorno per giorno in unione ai fiat di Gesù agonizzante».
Concludeva: «Vorrei chiedere a operai e operaie di prendere a cuore questo Reparto, di coltivarlo bene onde sia un bel "roseto" affidato alla Vergine Santa, "Rosa mistica" che dà gloria a Dio e diffonde bene a tutti».
Volle che il «Reparto» si chiamasse «R.O.S.A», dal nome della regina dei fiori. Per gli amici è il «testamento» spirituale di Mary. Lei, eroica nel dolore, aveva pensato a coloro che avrebbero fatto la sua stessa esperienza. Forse senza avere - almeno inizialmente - il sostegno della sua stessa fede. Ma dal Cielo la sua opera continua. Gesù agonizzante è il preludio della Pasqua, del Gesù Signore della vita e distruttore della morte. La fede fa questo dono che diventa esempio concreto di scelte radicali per i fratelli.

Monsignor Cosimo Petino, professore di teologia, sottolinea il profilo del pensiero getsemanico di Mary:

II mio primo incontro con Mary Gedda avvenne per telefono. Mi chiese per la rivista Tabor un articolo, e lo fece con tanta umile insistenza che non potei sottrarmi. Parlava pacatamente, con una voce nella quale però vibrava un profondo interesse per la vita spirituale e culturale dei laici ai quali, precisamente, la rivista era destinata.
Nell'udirla mi venne spontaneo pensare all'espressione del filosofo oratoriano A. Gratry «la dolcezza è la pienezza della forza», che poteva ben esprimere la personalità dell'interlocutore. Gliela applicai subito, quasi per il timore che il tempo facesse sbiadire quel giudizio emerso dalla mia coscienza come per una folgorazione gioiosa.
A distanza di molti anni, che mi hanno permesso d'avere una conoscenza diretta e più sicura di Mary Gedda, sento di non dover mutare una sillaba. La sua dolcezza traduceva la forza interiore che l'animava, per cui le cose che costituiscono la vicenda terrena non la sconvolgevano affatto, fondata com'era nell'amore di Dio, nel quale credeva e del quale si nutriva.
Nel 1979 m'invitò a guidare un corso di esercizi spirituali per i membri della Società Operaia a Casale Corte Cerro. Accettai subito come un dono del ciclo, anche perché desideravo tornare al Santuario del Getsemani di cui conservavo un ineffabile ricordo. Lì feci alcune conversazioni che continuarono negli anni successivi in occasione di altri corsi di esercizi. Non era molto prodiga di parole, quel tanto che bastava per farsi capire. Ma si sa che le persone, a chi le osserva con attento rispetto, si rivelano per quel che sono anche in una semplice frase o in un piccolo gesto.
Mary Gedda non assumeva pose da prima donna né teneva salotto per attrarre l'attenzione. Tutt'altro! Viveva ovattata nel silenzio, come assente al mondo esterno, al quale tuttavia non negava la dovuta attenzione, tanto più che era responsabile dell'andamento della casa.
La sua presenza era una lezione continua di umanità, di raccoglimento, di preghiera. Insegnava senza salire in cattedra. Ed erano lezioni di vita che giovarono moltissimo pure a me, sacerdote e professore di teologia. In Mary Gedda la teologia era divenuta scienza vissuta in pieno, senza comodi adattamenti.
Volendo chiudere in bellezza il corso di esercizi spirituali nel 1980, pensai di sviluppare il tema dei «dolori mentali di nostro Signore durante la Sua passione», ispirandomi al discorso tenuto da J. H. Newman, dopo la sua conversione dall'anglicanesimo, che è un discorso ineguagliabile per precisione teologica e ricchezza di pietà.
Lo comunicai a Mary Gedda che ne fu lietissima.
La vidi poi, nella Cripta, tutta raccolta, con qualche lagrima a stento trattenuta, mentre parlavo della passione del Signore. L'argomento le aveva toccato il cuore, coronando le sue riflessioni sulla spiritualità getsemanica.
Terminata la celebrazione eucaristica, passò a dirmi: «Bisognerebbe parlare ai fedeli più spesso dei dolori mentali di Gesù, non limitarsi a quelli fisici. Mi rendo conto che i dolori fisici sono più facili a capirsi e colpiscono maggiormente i sensi tanto più che possono anche essere dipinti o raffigurati in qualche maniera, ma la verità è che Gesù ha sofferto gli uni e gli altri e che tra loro c'è uno strettissimo rapporto. Se vogliamo accostarci a Lui e prendere parte alle Sue pene, non dobbiamo fare tagli, ma sforzarci di capire tutte le dimensioni del dolore di Gesù».
Nel dirmi così, il suo volto appariva radioso come dinanzi ad un mistero svelato.
Rimasi tutta la giornata a riflettere su quanto mi aveva detto. Ci rifletto su anche adesso, e lo trovo esatto. Esatto e benefico in ogni senso.
Dopo il corso di esercizi spirituali, mi fermai qualche settimana. Mary Gedda m'aveva trasmesso - come dire? - qualche cosa del suo attaccamento al Santuario del Getsemani. Ella lo considerava un luogo privilegiato di meditazione perché le richiamava l'inizio della passione del Signore che rimane sempre la scuola più efficace per un progresso spirituale. Collegava con facilità sorprendente il Getsemani di Casale Corte Cerro con quello di Gerusalemme. Vedeva tra i due un misterioso filo al quale potevano aggrapparsi le persone che intendevano mettersi seriamente al servizio di Cristo.
Ricordo che in quei giorni un gruppo di persone della diocesi di Casale Monferrato venne al Getsemani per tenere delle riunioni di apostolato parrocchiale. Poco attente al richiamo del luogo, si abbandonarono ad un'allegria con canti, suoni e scherzi che non si confaceva all'ambiente. Mary ne soffrì assai. Ci voleva un rimprovero, sia pure garbato. Ma, da gran signora d'animo qual era, non disse una parola, si ritirò nella Cripta a pregare con maggiore fervore. La sera, incontrandomi, con estrema delicatezza mi espresse il suo disappunto perché quelle persone, per quanto buone e zelanti, non avevano capito che cosa era il Santuario del Getsemani, nel quale la statua di Gesù agonizzante ispirava ben altri pensieri e ben altri comportamenti.
Per le sofferenze fisiche dalle quali era oppressa mi venne di pensare che il Getsemani fosse una specie di «habitat» naturale di Mary, che poteva così unire visibilmente le sue a quelle di Gesù. Mi feci ardito e glielo dissi. Scosse il capo amabilmente quasi a perdonarmi quella impertinenza a cui mi ero lasciato andare. Vincendo, poi, la sua ritrosia a confidenze, sia pure spirituali, mi confidò che con l'andar degli anni le si andava chiarendo il significato delle parole di san Paolo: «Dò compimento nella mia carne a ciò che manca alle tribolazioni di Cristo a vantaggio del Suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1,24). «Prima - aggiunse - le leggevo, e basta; adesso cerco di viverle con gioia».
Arrossì, come per una confessione che non avrebbe voluto mai fare, conservandola in cuore per offrirla solo a Dio. Io non insistetti, lasciando cadere il discorso; ma, in quel momento, il testo dell'Apostolo, sul quale m'ero accanito molte volte con i sussidi dell'esegesi più esigente, mi parve animarsi, prendere corpo e colore in quella creatura fragile che mi stava dinanzi. Mary aveva capito, sotto l'influsso dello Spirito Santo, ciò che i teologi, affidandosi solo alle risorse della loro riflessione critica, spesso non comprendono affatto o comprendono parzialmente.
Mary Gedda, la cui vita paolinamente era «nascosta con Cristo in Dio», palpitava d'intenso amore per la Chiesa, e non per una Chiesa astratta o ideale, ma per la Chiesa del nostro tempo, divina pur nella debolezza dei suoi membri, nella vischiosità delle situazioni contingenti e nella complessità dei problemi. S'accendeva tutta quanta quando parlava della Chiesa. In cuor mio la definii, «una Caterina da Siena in miniatura», ma mi guardai bene dal dirglielo per non turbarla nel suo ardore per la santa madre Chiesa, di cui si dichiarava docile figlia.
Una volta la sorpresi che leggeva con crescente ammirazione la Costituzione Lumen genium del Concilio Vaticano II, sottolineando le idee portanti e confrontandole con alcune posizioni dottrinali e pratiche, già diffuse nella comunità, che ne sfiguravano la natura o alteravano arbitrariamente il senso. Lo faceva notare non per una puntigliosa insofferenza verso le novità, ma perché non tollerava che l'insegnamento del Magistero subisse mistificazioni. Se le forze glielo avessero consentito, non c'è dubbio che l'avremmo vista parlare nelle piazze... Ma il Signore volle che Mary Gedda fosse il chicco di frumento che cade e muore nella terra, nascosto, per portare molto frutto. Il frutto sta già maturando nella coscienza di quanti hanno avuto consuetudine di rapporti con Mary, alla quale pensano come ad un modello di vita cristiana, degno d'essere studiato e imitato.

15 - parte III
























 

 





































 

 

 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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INDICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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