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L'Osservatore Romano commentava la notizia della morte di Mary con
un articolo del direttore professore Mario Agnes, già
presidente generale dell'Azione Cattolica Italiana, intitolato «La
finezza spirituale di Mary Gedda», dal quale riporto:
Mary Gedda, la cui forte tempra e il cui ardente ideale il lungo
male aveva sublimato, è tornata al Padre dopo una vita spesa
per Cristo, la Chiesa e i fratelli.
«Operaia di Cristo» è stata semplicemente definita,
tale è stata con la convinzione profonda che quella era la
sua scelta ed è stata la sua vita. In uno degli ultimi fascicoli
della rivista Tabor, di cui Mary è stata vicedirettore
e assidua scrittrice, annotava: «Dobbiamo anche ricordarci di
un altro Reparto simbolico già esistente che ci può
essere di valido aiuto per raggiungere, poi, il Reparto del Paradiso».
«Si tratta - precisava - del Reparto Operaio Spirituale Ammalati».
E aggiungeva: «È un Reparto prezioso per chi ne fa parte,
perché pur trattandosi di persone ammalate o comunque inferme,
forse immobilizzate in un letto, da loro la gioia di sentirsi "operai"
del Signore attraverso la preghiera, il sacrificio vissuto giorno
per giorno in unione ai fiat di Gesù agonizzante».
Concludeva: «Vorrei chiedere a operai e operaie di prendere
a cuore questo Reparto, di coltivarlo bene onde sia un bel "roseto"
affidato alla Vergine Santa, "Rosa mistica" che dà
gloria a Dio e diffonde bene a tutti».
Volle che il «Reparto» si chiamasse «R.O.S.A»,
dal nome della regina dei fiori. Per gli amici è il «testamento»
spirituale di Mary. Lei, eroica nel dolore, aveva pensato a coloro
che avrebbero fatto la sua stessa esperienza. Forse senza avere -
almeno inizialmente - il sostegno della sua stessa fede. Ma dal Cielo
la sua opera continua. Gesù agonizzante è il preludio
della Pasqua, del Gesù Signore della vita e distruttore della
morte. La fede fa questo dono che diventa esempio concreto di scelte
radicali per i fratelli.
Monsignor Cosimo Petino, professore di teologia, sottolinea
il profilo del pensiero getsemanico di Mary:
II mio primo incontro con Mary Gedda avvenne per telefono. Mi chiese
per la rivista Tabor un articolo, e lo fece con tanta umile
insistenza che non potei sottrarmi. Parlava pacatamente, con una voce
nella quale però vibrava un profondo interesse per la vita
spirituale e culturale dei laici ai quali, precisamente, la rivista
era destinata.
Nell'udirla mi venne spontaneo pensare all'espressione del filosofo
oratoriano A. Gratry «la dolcezza è la pienezza della
forza», che poteva ben esprimere la personalità dell'interlocutore.
Gliela applicai subito, quasi per il timore che il tempo facesse sbiadire
quel giudizio emerso dalla mia coscienza come per una folgorazione
gioiosa.
A distanza di molti anni, che mi hanno permesso d'avere una conoscenza
diretta e più sicura di Mary Gedda, sento di non dover mutare
una sillaba. La sua dolcezza traduceva la forza interiore che l'animava,
per cui le cose che costituiscono la vicenda terrena non la sconvolgevano
affatto, fondata com'era nell'amore di Dio, nel quale credeva e del
quale si nutriva.
Nel 1979 m'invitò a guidare un corso di esercizi spirituali
per i membri della Società Operaia a Casale Corte Cerro. Accettai
subito come un dono del ciclo, anche perché desideravo tornare
al Santuario del Getsemani di cui conservavo un ineffabile ricordo.
Lì feci alcune conversazioni che continuarono negli anni successivi
in occasione di altri corsi di esercizi. Non era molto prodiga di
parole, quel tanto che bastava per farsi capire. Ma si sa che le persone,
a chi le osserva con attento rispetto, si rivelano per quel che sono
anche in una semplice frase o in un piccolo gesto.
Mary Gedda non assumeva pose da prima donna né teneva salotto
per attrarre l'attenzione. Tutt'altro! Viveva ovattata nel silenzio,
come assente al mondo esterno, al quale tuttavia non negava la dovuta
attenzione, tanto più che era responsabile dell'andamento della
casa.
La sua presenza era una lezione continua di umanità, di raccoglimento,
di preghiera. Insegnava senza salire in cattedra. Ed erano lezioni
di vita che giovarono moltissimo pure a me, sacerdote e professore
di teologia. In Mary Gedda la teologia era divenuta scienza vissuta
in pieno, senza comodi adattamenti.
Volendo chiudere in bellezza il corso di esercizi spirituali nel 1980,
pensai di sviluppare il tema dei «dolori mentali di nostro Signore
durante la Sua passione», ispirandomi al discorso tenuto da
J. H. Newman, dopo la sua conversione dall'anglicanesimo, che è
un discorso ineguagliabile per precisione teologica e ricchezza di
pietà.
Lo comunicai a Mary Gedda che ne fu lietissima.
La vidi poi, nella Cripta, tutta raccolta, con qualche lagrima a stento
trattenuta, mentre parlavo della passione del Signore. L'argomento
le aveva toccato il cuore, coronando le sue riflessioni sulla spiritualità
getsemanica.
Terminata la celebrazione eucaristica, passò a dirmi: «Bisognerebbe
parlare ai fedeli più spesso dei dolori mentali di Gesù,
non limitarsi a quelli fisici. Mi rendo conto che i dolori fisici
sono più facili a capirsi e colpiscono maggiormente i sensi
tanto più che possono anche essere dipinti o raffigurati in
qualche maniera, ma la verità è che Gesù ha sofferto
gli uni e gli altri e che tra loro c'è uno strettissimo rapporto.
Se vogliamo accostarci a Lui e prendere parte alle Sue pene, non dobbiamo
fare tagli, ma sforzarci di capire tutte le dimensioni del dolore
di Gesù».
Nel dirmi così, il suo volto appariva radioso come dinanzi
ad un mistero svelato.
Rimasi tutta la giornata a riflettere su quanto mi aveva detto. Ci
rifletto su anche adesso, e lo trovo esatto. Esatto e benefico in
ogni senso.
Dopo il corso di esercizi spirituali, mi fermai qualche settimana.
Mary Gedda m'aveva trasmesso - come dire? - qualche cosa del suo attaccamento
al Santuario del Getsemani. Ella lo considerava un luogo privilegiato
di meditazione perché le richiamava l'inizio della passione
del Signore che rimane sempre la scuola più efficace per un
progresso spirituale. Collegava con facilità sorprendente il
Getsemani di Casale Corte Cerro con quello di Gerusalemme. Vedeva
tra i due un misterioso filo al quale potevano aggrapparsi le persone
che intendevano mettersi seriamente al servizio di Cristo.
Ricordo che in quei giorni un gruppo di persone della diocesi di Casale
Monferrato venne al Getsemani per tenere delle riunioni di apostolato
parrocchiale. Poco attente al richiamo del luogo, si abbandonarono
ad un'allegria con canti, suoni e scherzi che non si confaceva all'ambiente.
Mary ne soffrì assai. Ci voleva un rimprovero, sia pure garbato.
Ma, da gran signora d'animo qual era, non disse una parola, si ritirò
nella Cripta a pregare con maggiore fervore. La sera, incontrandomi,
con estrema delicatezza mi espresse il suo disappunto perché
quelle persone, per quanto buone e zelanti, non avevano capito che
cosa era il Santuario del Getsemani, nel quale la statua di Gesù
agonizzante ispirava ben altri pensieri e ben altri comportamenti.
Per le sofferenze fisiche dalle quali era oppressa mi venne di pensare
che il Getsemani fosse una specie di «habitat» naturale
di Mary, che poteva così unire visibilmente le sue a quelle
di Gesù. Mi feci ardito e glielo dissi. Scosse il capo amabilmente
quasi a perdonarmi quella impertinenza a cui mi ero lasciato andare.
Vincendo, poi, la sua ritrosia a confidenze, sia pure spirituali,
mi confidò che con l'andar degli anni le si andava chiarendo
il significato delle parole di san Paolo: «Dò compimento
nella mia carne a ciò che manca alle tribolazioni di Cristo
a vantaggio del Suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1,24).
«Prima - aggiunse - le leggevo, e basta; adesso cerco di viverle
con gioia».
Arrossì, come per una confessione che non avrebbe voluto mai
fare, conservandola in cuore per offrirla solo a Dio. Io non insistetti,
lasciando cadere il discorso; ma, in quel momento, il testo dell'Apostolo,
sul quale m'ero accanito molte volte con i sussidi dell'esegesi più
esigente, mi parve animarsi, prendere corpo e colore in quella creatura
fragile che mi stava dinanzi. Mary aveva capito, sotto l'influsso
dello Spirito Santo, ciò che i teologi, affidandosi solo alle
risorse della loro riflessione critica, spesso non comprendono affatto
o comprendono parzialmente.
Mary Gedda, la cui vita paolinamente era «nascosta con Cristo
in Dio», palpitava d'intenso amore per la Chiesa, e non per
una Chiesa astratta o ideale, ma per la Chiesa del nostro tempo, divina
pur nella debolezza dei suoi membri, nella vischiosità delle
situazioni contingenti e nella complessità dei problemi. S'accendeva
tutta quanta quando parlava della Chiesa. In cuor mio la definii,
«una Caterina da Siena in miniatura», ma mi guardai bene
dal dirglielo per non turbarla nel suo ardore per la santa madre Chiesa,
di cui si dichiarava docile figlia.
Una volta la sorpresi che leggeva con crescente ammirazione la Costituzione
Lumen genium del Concilio Vaticano
II, sottolineando le idee portanti e confrontandole con alcune posizioni
dottrinali e pratiche, già diffuse nella comunità, che
ne sfiguravano la natura o alteravano arbitrariamente il senso. Lo
faceva notare non per una puntigliosa insofferenza verso le novità,
ma perché non tollerava che l'insegnamento del Magistero subisse
mistificazioni. Se le forze glielo avessero consentito, non c'è
dubbio che l'avremmo vista parlare nelle piazze... Ma il Signore volle
che Mary Gedda fosse il chicco di frumento che cade e muore nella
terra, nascosto, per portare molto frutto. Il frutto sta già
maturando nella coscienza di quanti hanno avuto consuetudine di rapporti
con Mary, alla quale pensano come ad un modello di vita cristiana,
degno d'essere studiato e imitato.
15 -
parte
III
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Edizioni A.V.E 1987
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