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Scritti di Luigi Gedda

- 15 - parte III

COMMENTO -

Il dottor Nino Badano, già direttore del settimanale Giovane Piemonte, dei giornali romani Il Quotidiano e Il Giornale d'Italia, autore dei libri Giosuè Borsi e Ritorno in A. O., I primi giorni della Chiesa e gli ultimi, E abitò tra noi, traccia un arco fra la vita di Mary a Torino e a Roma:

Via Musinè: era la casa di Luigi a Torino dove noi della Federazione abbiamo conosciuto Mary Gedda. Anche lei ha conosciuto e conosceva noi: l'assistente canonico Imberti, don Negri e poi Giusto, Maltarello, Carretto, Fusi, Santoni, Sabatini, Guarina, Vitrotto, Barale, Garavoglia, attraverso le telefonate che facevano cercando di lui tra un incontro e l'altro, le sere, in via Arcivescovado 12, dov'era la Federazione.
Conoscevo Mary, che ci conosceva tutti dalla voce, quasi senza che ci fossimo visti, perché questo già allora era il suo modo di essere presente senza farsi vedere, di partecipare rimanendo nascosta, di seguire e di essere attenta e generosa collaboratrice del fratello, riuscendo sempre a non apparire.
Erano gli anni del fervore organizzativo della GIAC, del Giovane Piemonte, delle riviste che Fusi inventava e che animavano le filodrammatiche delle nostre associazioni in quegli anni intensi di formazione e di lavoro.
È stato un periodo che è finito prima che ci accorgessimo di averlo vissuto. A metà degli anni trenta la guerra d'Africa; poi è venuta l'altra tremenda che ci disperse nel mondo in prove diverse di vita, di esperienza e di dolore. Quando dopo il ritorno a casa ci siamo ritrovati attorno a Luigi, Mary era ancora accanto a lui, più silenziosa e riservata di prima.
Erano gli anni in cui nascevano le grandi opere di Casale Corte Ce-ro, di Paestum, di Gerusalemme: la parte che Mary vi ha avuto è certamente un mistero che solo Dio sa, perché soltanto Lui conosce quanto nella realizzazione di quelle opere si deve alla sua collaborazione, alla sua fede e alla sua preghiera.
I nostri rapporti in questi ultimi anni erano tornati come quelli di Torino, del tempo prima della nostra conoscenza. Non ci vedevamo; ci sentivamo in rare occasioni. Ogni tanto, con discrezione, chiamava al telefono e, sempre timorosa di apparire in prima persona, chiedeva a nome di Luigi, un pezzo per Tabor. Nessuno sapeva chiedere queste cose come lei; lo faceva con una delicatezza straordinaria, senza che mai sfuggisse una parola sulle sue condizioni di salute che andavano peggiorando.
Nel giorno del suo funerale è stato evocato l'esempio edificante della sua serenità nei trent'anni sempre più dolorosi di malattia. Ma nel ricordo che noi, della vecchia guardia, abbiamo di Mary Gedda la malattia è rimasta un sigillo di distinzione spirituale invisibile come era invisibile lei; un esempio indimenticabile di fedeltà, di operosità silenziosa, di nascondimento, di umiltà, di perfetta sottomissione alla volontà di Dio; virtù che il nostro tempo troppe volte ignora e di cui tutti noi più abbiamo bisogno.

Padre Raimondo Spiazzi, domenicano, direttore di Idea e collaboratore di Tabor mi descrive, in questa lettera, la sua memoria di Mary:

Caro Luigi,
volentieri ti confido il ricordo della tua e nostra Mary che serbo in me, sperando che queste mie brevi righe possano servire come testimonianza alla sua vita esemplare.
Come sai, i miei incontri con lei cominciarono all'inizio degli anni cinquanta, ed erano motivati dalla collaborazione alla rivista Tabor e in qualche modo alla stessa sua programmazione, che avveniva in belle riunioni di teologi, religiosi e amici romani, per i quali la tua casa, in quelle occasioni, era un magnifico punto di convegno.
Altre volte gli incontri erano più personali, ma sempre in ordine a iniziative di stampa e di spiritualità: in tali casi il discorso diventava più confidenziale e lasciava trasparire meglio la sua anima.
Da uno di quegli scambi di pensieri e di aspirazioni nacque il suggerimento di Mary di dedicare una serie di articoli ai doni dello Spirito Santo: articoli che integrati e sviluppati presero poi forma definitiva nel volume su Lo Spirito Santo nella vita cristiana, che ebbe allora due edizioni.
In seguito gli incontri divennero anche più frequenti, ma molto spesso per via telefonica, sia per lo stato di salute di Mary, sia per la sua discrezione nel chiedere che si attraversasse Roma per venire alla tua nuova abitazione di Largo Monti Parioli. Ma fino a poche settimane prima della sua morte mantenemmo i contatti e da parte mia posso dire che sentii sempre confermata in me l'impressione di lei che ebbi fin dai primi rapporti. Qui te la espongo in modo sintetico.
Dirò anzitutto che in tua sorella si percepiva un alto valore di intelligenza, di sensibilità e di spiritualità, ma contenuto come in una penombra di riserbo, che era segno di una signorilità schietta e disadorna, come mi sembra debba essere l'umiltà. Anche quando apriva maggiormente il suo cuore e confidava i suoi pensieri su uomini e cose, anche grandi, non smentiva la finezza, la delicatezza e il senso di rispetto caratteristici della sua personalità. Anche quando non nascondeva le sue perplessità, riserve e preoccupazioni dinanzi a comportamenti e ad avvenimenti che non potevano farle piacere, non trasgrediva quei limiti che altri, più disinvolti o più aggressivi, avrebbero sorpassato in parole e con i fatti senza ritegno.
Lo stesso stile di gentilezza, delicatezza e carità che direi sororale, gliel'ho visto seguire nei suoi rapporti col personale dipendente, dalle collaboratrici domestiche all'autista: e questo sia nel suo modo di trattare, sia nel parlarne per una qualsiasi ragione, anche la più banale.
Quanto al suo rapporto con te, ho sempre avuto l'impressione che avesse riversato nella tua persona l'immensa carica di affettività di cui disponeva, ma rivestita sempre di quelle doti che ho appena segnalate, sicché ti dedicava la sua vita e viveva in piena sintonia con te, indubbiamente, ma senza alcuna pretesa di «maternità» possessiva e vincendo anche il naturale istinto di proteggerti, di difenderti, di sottrarti ad attacchi e ad affronti, che certamente riprovava, col ricorso alla preghiera, che chiedeva insistentemente anche agli amici, per te.
Anche quando le condizioni di salute, che finirono col quasi immobilizzarla, limitarono ancor più le sue possibilità di lavorare con te, il suo cruccio era proprio questo, di non poterti aiutare, e anzi temeva di esserti di peso, di poter intralciare la tua opera, di darti nuove preoccupazioni, e si meravigliava e gioiva quando tu le dicevi e le dimostravi che le cose non stavano così e che anzi era tutto il contrario. In ogni caso soprattutto in quegli anni essa portò a termine la trasfigurazione di sé e di ogni suo sentimento e pensiero in Cristo: nel Cristo del Tabor, ma anche e soprattutto in quello del Getsemani e della croce, che avevate seguito e amato insieme, bella coppia di sorella e fratello cristiani.
In quegli ultimi anni e mesi la sua oblazione a Cristo raggiunse vertici eroici, non tanto e non solo per il suo costante esercizio della pazienza, ma anche e soprattutto per lo spirito di abbandono e di acccttazione - e insomma di oblazione - con cui seppe vivere, soffrire e morire.
Ero lontano da Roma in quei giorni. Seppi solo molto tempo dopo che Mary ci aveva lasciati. In quel momento, come ti telefonai subito, affiorò al mio spirito il ricordo di qualche episodio staccato, ma vi si fissò soprattutto il ricordo di un'anima: questa sintesi di una piccola storia di grazia divina in un vaso umano ben disposto, che ora ho cercato di formulare con parole molto inadeguate, certo, ma con l'amicizia che sai.

15 - parte IV































 

 





































 

 

 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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INDICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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