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Il dottor Nino Badano, già direttore del settimanale
Giovane Piemonte, dei giornali romani Il Quotidiano e
Il Giornale d'Italia, autore dei libri Giosuè Borsi
e Ritorno in A. O., I primi giorni della Chiesa e gli ultimi,
E abitò tra noi, traccia un arco fra la vita di Mary
a Torino e a Roma:
Via Musinè: era la casa di Luigi a Torino dove noi della Federazione
abbiamo conosciuto Mary Gedda. Anche lei ha conosciuto e conosceva
noi: l'assistente canonico Imberti, don Negri e poi Giusto, Maltarello,
Carretto, Fusi, Santoni, Sabatini, Guarina, Vitrotto, Barale, Garavoglia,
attraverso le telefonate che facevano cercando di lui tra un incontro
e l'altro, le sere, in via Arcivescovado 12, dov'era la Federazione.
Conoscevo Mary, che ci conosceva tutti dalla voce, quasi senza che
ci fossimo visti, perché questo già allora era il suo
modo di essere presente senza farsi vedere, di partecipare rimanendo
nascosta, di seguire e di essere attenta e generosa collaboratrice
del fratello, riuscendo sempre a non apparire.
Erano gli anni del fervore organizzativo della GIAC, del Giovane
Piemonte, delle riviste che Fusi inventava e che animavano le
filodrammatiche delle nostre associazioni in quegli anni intensi di
formazione e di lavoro.
È stato un periodo che è finito prima che ci accorgessimo
di averlo vissuto. A metà degli anni trenta la guerra d'Africa;
poi è venuta l'altra tremenda che ci disperse nel mondo in
prove diverse di vita, di esperienza e di dolore. Quando dopo il ritorno
a casa ci siamo ritrovati attorno a Luigi, Mary era ancora accanto
a lui, più silenziosa e riservata di prima.
Erano gli anni in cui nascevano le grandi opere di Casale Corte Ce-ro,
di Paestum, di Gerusalemme: la parte che Mary vi ha avuto è
certamente un mistero che solo Dio sa, perché soltanto Lui
conosce quanto nella realizzazione di quelle opere si deve alla sua
collaborazione, alla sua fede e alla sua preghiera.
I nostri rapporti in questi ultimi anni erano tornati come quelli
di Torino, del tempo prima della nostra conoscenza. Non ci vedevamo;
ci sentivamo in rare occasioni. Ogni tanto, con discrezione, chiamava
al telefono e, sempre timorosa di apparire in prima persona, chiedeva
a nome di Luigi, un pezzo per Tabor. Nessuno sapeva chiedere queste
cose come lei; lo faceva con una delicatezza straordinaria, senza
che mai sfuggisse una parola sulle sue condizioni di salute che andavano
peggiorando.
Nel giorno del suo funerale è stato evocato l'esempio edificante
della sua serenità nei trent'anni sempre più dolorosi
di malattia. Ma nel ricordo che noi, della vecchia guardia, abbiamo
di Mary Gedda la malattia è rimasta un sigillo di distinzione
spirituale invisibile come era invisibile lei; un esempio indimenticabile
di fedeltà, di operosità silenziosa, di nascondimento,
di umiltà, di perfetta sottomissione alla volontà di
Dio; virtù che il nostro tempo troppe volte ignora e di cui
tutti noi più abbiamo bisogno.
Padre Raimondo Spiazzi, domenicano, direttore di Idea
e collaboratore di Tabor mi descrive, in questa lettera, la
sua memoria di Mary:
Caro Luigi,
volentieri ti confido il ricordo della tua e nostra Mary che serbo
in me, sperando che queste mie brevi righe possano servire come testimonianza
alla sua vita esemplare.
Come sai, i miei incontri con lei cominciarono all'inizio degli anni
cinquanta, ed erano motivati dalla collaborazione alla rivista Tabor
e in qualche modo alla stessa sua programmazione, che avveniva in
belle riunioni di teologi, religiosi e amici romani, per i quali la
tua casa, in quelle occasioni, era un magnifico punto di convegno.
Altre volte gli incontri erano più personali, ma sempre in
ordine a iniziative di stampa e di spiritualità: in tali casi
il discorso diventava più confidenziale e lasciava trasparire
meglio la sua anima.
Da uno di quegli scambi di pensieri e di aspirazioni nacque il suggerimento
di Mary di dedicare una serie di articoli ai doni dello Spirito Santo:
articoli che integrati e sviluppati presero poi forma definitiva nel
volume su Lo Spirito Santo nella vita cristiana, che ebbe allora due
edizioni.
In seguito gli incontri divennero anche più frequenti, ma molto
spesso per via telefonica, sia per lo stato di salute di Mary, sia
per la sua discrezione nel chiedere che si attraversasse Roma per
venire alla tua nuova abitazione di Largo Monti Parioli. Ma fino a
poche settimane prima della sua morte mantenemmo i contatti e da parte
mia posso dire che sentii sempre confermata in me l'impressione di
lei che ebbi fin dai primi rapporti. Qui te la espongo in modo sintetico.
Dirò anzitutto che in tua sorella si percepiva un alto valore
di intelligenza, di sensibilità e di spiritualità, ma
contenuto come in una penombra di riserbo, che era segno di una signorilità
schietta e disadorna, come mi sembra debba essere l'umiltà.
Anche quando apriva maggiormente il suo cuore e confidava i suoi pensieri
su uomini e cose, anche grandi, non smentiva la finezza, la delicatezza
e il senso di rispetto caratteristici della sua personalità.
Anche quando non nascondeva le sue perplessità, riserve e preoccupazioni
dinanzi a comportamenti e ad avvenimenti che non potevano farle piacere,
non trasgrediva quei limiti che altri, più disinvolti o più
aggressivi, avrebbero sorpassato in parole e con i fatti senza ritegno.
Lo stesso stile di gentilezza, delicatezza e carità che direi
sororale, gliel'ho visto seguire nei suoi rapporti col personale dipendente,
dalle collaboratrici domestiche all'autista: e questo sia nel suo
modo di trattare, sia nel parlarne per una qualsiasi ragione, anche
la più banale.
Quanto al suo rapporto con te, ho sempre avuto l'impressione che avesse
riversato nella tua persona l'immensa carica di affettività
di cui disponeva, ma rivestita sempre di quelle doti che ho appena
segnalate, sicché ti dedicava la sua vita e viveva in piena
sintonia con te, indubbiamente, ma senza alcuna pretesa di «maternità»
possessiva e vincendo anche il naturale istinto di proteggerti, di
difenderti, di sottrarti ad attacchi e ad affronti, che certamente
riprovava, col ricorso alla preghiera, che chiedeva insistentemente
anche agli amici, per te.
Anche quando le condizioni di salute, che finirono col quasi immobilizzarla,
limitarono ancor più le sue possibilità di lavorare
con te, il suo cruccio era proprio questo, di non poterti aiutare,
e anzi temeva di esserti di peso, di poter intralciare la tua opera,
di darti nuove preoccupazioni, e si meravigliava e gioiva quando tu
le dicevi e le dimostravi che le cose non stavano così e che
anzi era tutto il contrario. In ogni caso soprattutto in quegli anni
essa portò a termine la trasfigurazione di sé e di ogni
suo sentimento e pensiero in Cristo: nel Cristo del Tabor, ma anche
e soprattutto in quello del Getsemani e della croce, che avevate seguito
e amato insieme, bella coppia di sorella e fratello cristiani.
In quegli ultimi anni e mesi la sua oblazione a Cristo raggiunse vertici
eroici, non tanto e non solo per il suo costante esercizio della pazienza,
ma anche e soprattutto per lo spirito di abbandono e di acccttazione
- e insomma di oblazione - con cui seppe vivere, soffrire e morire.
Ero lontano da Roma in quei giorni. Seppi solo molto tempo dopo che
Mary ci aveva lasciati. In quel momento, come ti telefonai subito,
affiorò al mio spirito il ricordo di qualche episodio staccato,
ma vi si fissò soprattutto il ricordo di un'anima: questa sintesi
di una piccola storia di grazia divina in un vaso umano ben disposto,
che ora ho cercato di formulare con parole molto inadeguate, certo,
ma con l'amicizia che sai.
15
- parte IV
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Edizioni A.V.E 1987
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