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Scritti di Luigi Gedda

- 15 - parte IV (ultima)

- COMMENTO -

Il professore Gioacchino Santanché, «operaio» e sociologo così rievoca l'immagine di Mary:

Oggi - ed in modo crescente - siamo a contatto con persone velleitarie che «vorrebbero» fare il bene, ne esaminano gli aspetti da diversi punti di vista e nel tempo tardano moltissimo il passaggio dalle considerazioni ai fatti; non si decidono mai!
Quando Mary riteneva bene di fare una cosa non metteva tempo in mezzo, ma il minimo necessario, e non aveva riposo se ciò che doveva essere fatto non era fatto. Una concretezza che potremmo dire «operaia» non limitata a sé, ma offerta come contributo a chi si era impegnato a fare qualcosa per il bene... e poi con diverse motivazioni, o senza motivazioni, lasciava passare il tempo che è anch'esso un dono di Dio. Arrivava allora la telefonata della Mary che con la sua straordinaria e simpatica gentilezza, con delicatezza, adornava una altrettanto e forse più straordinaria forza di volontà: il bene va fatto bene e presto! Quando qualcuno- e Luigi lo sa più di ogni altro - chiedeva alla Mary qualcosa che lei prometteva di fare, non aveva mai bisogno di dirlo due volte: poteva considerare già fatta la cosa richiesta, perché poteva contare sulla tenacia e sulla volontà della Mary, temprata alla grande scuola della volontà di Dio.
Mi ricordo solo un'eccezione a questa regola. Le avevo chiesto - quando mi occupavo della segreteria della Società Operaia - una cosa semplice che lei stranamente non aveva fatto. Dico «stranamente» non per noi abituati ai rinvii..., ma per lei che non rinviava mai. Le telefonai per altri motivi, ma anche per chiedere notizia di ciò che attendevo. Mi rispose con l'abituale cortesia, scusandosi e dicendomi che avrei avuto quanto aveva promesso entro un determinato giorno e rispettò il suo impegno.
Allora non mi accorsi di nulla! Dopo qualche tempo il suo parroco don Mario di Sora, mi disse che si trovava nella stanza della Mary quando io avevo fatto quella telefonata. Le aveva portato la S. Comunione un'ora prima perché stava soffrendo una crisi acuta di dolori fortissimi... e si temeva per la sua vita: con uno straordinario autocontrollo aveva accettato la conversazione telefonica con me, riuscendo a non far trasparire la sua sofferenza...
Quando don Mario, testimone diretto, mi dette quella notizia mi sentii profondamente mortificato per aver chiesto alla Mary quello che non si chiedeva mai, perché la sua attenzione e la sua puntualità concreta superava ogni attesa. L'episodio mi servì di esempio straordinario e prezioso. «Ilarem datorem diligit Deus», lei offriva in letizia e senza lamenti tutto ciò che poteva.
Se penso come il mondo d'oggi trova giustificazioni nelle più brevi infermità o fastidi fisici per non fare il bene, vedo l'attualità dell'esempio della Mary che risponde con serenità e quasi con gioia al telefono mentre sta soffrendo una crisi di dolori acutissimi. Aveva fatto sua la scuola del Getsemani: l'accettazione del dolore come moneta di salvezza! Sapeva da Gesù che il bene costa e si paga.
La sua ricchezza interiore non era sua soltanto, né del fratello né della Società Operaia ma una ricchezza della Chiesa.

Il commento polifonico che ho raccolto chiude con una lettera confidenziale e singolare di Lorenzo Zanzotti, caporeparto della Società Operaia nella diocesi di Terni:

Caro Luigi,
a due anni dal giorno in cui la cara signorina Mary è andata a raggiungere il Padre nella casa celeste, mi decido a scrivere per manifestarti un po' di quello che sento.
Non scrivo per ricordarla in quanto ogni giorno nel recitare il rosario La ricordo insieme a mio figlio, ai miei genitori, a coloro cioè a cui sono legato da sentimenti di affetto e dai quali sono stato in vario modo beneficato.
Non penso che alla signorina Mary siano necessarie le mie preghiere di suffragio, in quanto sono certo che ella sia già nella beatitudine celeste ma per me è qualcosa come non venne altro in risposta che uno spontaneo: «Le manifesto la mia riconoscenza, coltivo la Sua amicizia, tengo acceso un colloquio che dura nel tempo oltre il tempo».
Ricordo che il giorno del suo funerale, in Sant'Eugenio, giusto due anni fa, pur nel dolore e nella commozione del momento e tra le manifestazioni di cordoglio dei tanti intervenuti, avesti la bontà di dirmi: «Ti voleva bene!». A me non venne altro in risposta che uno spontaneo: «Lo sapevo!». Lo sapevo infatti, e certamente Lei sapeva che gliene volevo anch'io, come del resto gliene volevano tutti coloro che avevano avuto con Lei un qualche rapporto; non si poteva conversare con Lei senza essere soggiogati dalla fede, dalla gentilezza, dalla cordialità, dalla concretezza che si sprigionavano da quell'esile martoriato corpo dalla forte personalità.
Ricordo ancora, e con grande emozione, che la mattina, dopo essere ritornato da Roma, nel ritirare la posta, restai sbalordito. C'era una sua lettera. Era un saluto, un ricordo, un monito, uno sprone che mi inviava dall'al di là?
Mi si dirà che non c'era niente di straordinario, che certamente era una lettera scritta e spedita «prima». Ma a me nessuno toglie dalla mente che con quella lettera Lei parlava a me «viva», come me l'avesse consegnata con le sue mani, guardandomi negli occhi.

Ed io vorrei che questa «immagine» fosse come una lettera scritta da Mary a ogni anima.
































 

 





































 

 

 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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