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Il professore Gioacchino Santanché, «operaio»
e sociologo così rievoca l'immagine di Mary:
Oggi - ed in modo crescente - siamo a contatto con persone velleitarie
che «vorrebbero» fare il bene, ne esaminano gli aspetti
da diversi punti di vista e nel tempo tardano moltissimo il passaggio
dalle considerazioni ai fatti; non si decidono mai!
Quando Mary riteneva bene di fare una cosa non metteva tempo in mezzo,
ma il minimo necessario, e non aveva riposo se ciò che doveva
essere fatto non era fatto. Una concretezza che potremmo dire «operaia»
non limitata a sé, ma offerta come contributo a chi si era
impegnato a fare qualcosa per il bene... e poi con diverse motivazioni,
o senza motivazioni, lasciava passare il tempo che è anch'esso
un dono di Dio. Arrivava allora la telefonata della Mary che con la
sua straordinaria e simpatica gentilezza, con delicatezza, adornava
una altrettanto e forse più straordinaria forza di volontà:
il bene va fatto bene e presto! Quando qualcuno- e Luigi lo sa più
di ogni altro - chiedeva alla Mary qualcosa che lei prometteva di
fare, non aveva mai bisogno di dirlo due volte: poteva considerare
già fatta la cosa richiesta, perché poteva contare sulla
tenacia e sulla volontà della Mary, temprata alla grande scuola
della volontà di Dio.
Mi ricordo solo un'eccezione a questa regola. Le avevo chiesto - quando
mi occupavo della segreteria della Società Operaia - una cosa
semplice che lei stranamente non aveva fatto. Dico «stranamente»
non per noi abituati ai rinvii..., ma per lei che non rinviava mai.
Le telefonai per altri motivi, ma anche per chiedere notizia di ciò
che attendevo. Mi rispose con l'abituale cortesia, scusandosi e dicendomi
che avrei avuto quanto aveva promesso entro un determinato giorno
e rispettò il suo impegno.
Allora non mi accorsi di nulla! Dopo qualche tempo il suo parroco
don Mario di Sora, mi disse che si trovava nella stanza della Mary
quando io avevo fatto quella telefonata. Le aveva portato la S. Comunione
un'ora prima perché stava soffrendo una crisi acuta di dolori
fortissimi... e si temeva per la sua vita: con uno straordinario autocontrollo
aveva accettato la conversazione telefonica con me, riuscendo a non
far trasparire la sua sofferenza...
Quando don Mario, testimone diretto, mi dette quella notizia mi sentii
profondamente mortificato per aver chiesto alla Mary quello che non
si chiedeva mai, perché la sua attenzione e la sua puntualità
concreta superava ogni attesa. L'episodio mi servì di esempio
straordinario e prezioso. «Ilarem datorem diligit Deus»,
lei offriva in letizia e senza lamenti tutto ciò che poteva.
Se penso come il mondo d'oggi trova giustificazioni nelle più
brevi infermità o fastidi fisici per non fare il bene, vedo
l'attualità dell'esempio della Mary che risponde con serenità
e quasi con gioia al telefono mentre sta soffrendo una crisi di dolori
acutissimi. Aveva fatto sua la scuola del Getsemani: l'accettazione
del dolore come moneta di salvezza! Sapeva da Gesù che il bene
costa e si paga.
La sua ricchezza interiore non era sua soltanto, né del fratello
né della Società Operaia ma una ricchezza della Chiesa.
Il commento polifonico che ho raccolto chiude con una lettera confidenziale
e singolare di Lorenzo Zanzotti, caporeparto della
Società Operaia nella diocesi di Terni:
Caro Luigi,
a due anni dal giorno in cui la cara signorina Mary è andata
a raggiungere il Padre nella casa celeste, mi decido a scrivere per
manifestarti un po' di quello che sento.
Non scrivo per ricordarla in quanto ogni giorno nel recitare il rosario
La ricordo insieme a mio figlio, ai miei genitori, a coloro cioè
a cui sono legato da sentimenti di affetto e dai quali sono stato
in vario modo beneficato.
Non penso che alla signorina Mary siano necessarie le mie preghiere
di suffragio, in quanto sono certo che ella sia già nella beatitudine
celeste ma per me è qualcosa come non venne altro in risposta
che uno spontaneo: «Le manifesto la mia riconoscenza, coltivo
la Sua amicizia, tengo acceso un colloquio che dura nel tempo oltre
il tempo».
Ricordo che il giorno del suo funerale, in Sant'Eugenio, giusto due
anni fa, pur nel dolore e nella commozione del momento e tra le manifestazioni
di cordoglio dei tanti intervenuti, avesti la bontà di dirmi:
«Ti voleva bene!». A me non venne altro in risposta che
uno spontaneo: «Lo sapevo!». Lo sapevo infatti, e certamente
Lei sapeva che gliene volevo anch'io, come del resto gliene volevano
tutti coloro che avevano avuto con Lei un qualche rapporto; non si
poteva conversare con Lei senza essere soggiogati dalla fede, dalla
gentilezza, dalla cordialità, dalla concretezza che si sprigionavano
da quell'esile martoriato corpo dalla forte personalità.
Ricordo ancora, e con grande emozione, che la mattina, dopo essere
ritornato da Roma, nel ritirare la posta, restai sbalordito. C'era
una sua lettera. Era un saluto, un ricordo, un monito, uno sprone
che mi inviava dall'al di là?
Mi si dirà che non c'era niente di straordinario, che certamente
era una lettera scritta e spedita «prima». Ma a me nessuno
toglie dalla mente che con quella lettera Lei parlava a me «viva»,
come me l'avesse consegnata con le sue mani, guardandomi negli occhi.
Ed io vorrei che questa «immagine» fosse come una lettera
scritta da Mary a ogni anima.

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Edizioni A.V.E 1987
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