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Scritti di Luigi Gedda

2 - parte II

MILANO MONFORTE

Quando si abitava in via Bocchetto avevo conosciuto padre Giannantonio da Romallo cappuccino e confessore poliglotta nel duomo e questo fu il tramite per conoscere e frequentare i suoi confratelli di Monforte: padre Davide da Desenzano, padre Domenico da Origgio il guardiano, padre Donato da Malvaglio direttore di Annali francescani, padre Teofilo da Santo Stefano Arno e molti altri. Particolarmente vicino a Mary e suo direttore spirituale fu padre Felice da Desenzano che si occupava dei ragazzi francescani o «Cordigeri», il quale affidò a Mary la direzione delle Cordigere. La vita associativa delle Cordigere, che si svolgeva in via Kramer in un edificio attiguo al convento, fece conoscere a Mary molte ragazze del rione, per cui nacquero tanti rapporti che durarono nel tempo.
Ho cercato, con rapidi cenni, di ricostruire l'ambiente di Monforte sia intellettuale a motivo della cultura appresa nella scuola media, sia spirituale sotto l'aspetto della devozione al Sacro Cuore e della conoscenza di Francesco d'Assisi, perché ebbe un'influenza determinante sull'anima di Mary.
Per la formazione delle sue Cordigere Mary diede inizio a un'Opera che promosse anche altrove, chiamata Piccola Opera di Santa Chiara d'Assisi.
L'iniziativa si rifaceva alla storia della santa, di origine nobiliare e divenuta discepola di san Francesco, la quale nel 1243 quando i saraceni, a servizio di Federico II di Svezia, avevano assediato Assisi, pur essendo inferma, si fece condurre alla porta del monastero con il tabernacolo che racchiudeva Gesù sacramentato, e gli assalitori che si erano spinti fino al sacro recinto, come fulminati da una forza misteriosa, precipitosamente lo abbandonarono.
Questo episodio spesso narrato dai Cappuccini di Monforte, ispirò a Mary la fondazione della Piccola Opera che richiedeva agli iscritti l'adorazione eucaristica quotidiana di almeno quindici minuti in ora prefissata.
Fra le Cordigere che facevano capo a Mary vi era la primogenita di Alberto e Maria Beretta che abitavano a Monforte ed ebbero dodici figli nell'ordine: Amalia detta Jucci, Davide, Francesco, Rosa, Ferdinando, Zita, Giuseppe, Gianna, Virginia, Guglielmina e Anna Maria. Ferdinando è medico; Enrico è sacerdote cappuccino; Zita vive con Giuseppe, sacerdote della diocesi di Bergamo; Virginia è suora canossiana; Gianna, che si laureò in medicina, sposò l'ingegnere Pietro Molla di Magenta. Gli altri fratelli e sorelle morirono al tempo dell'influenza detta «la spagnola» o altrimenti.
Il rapporto di Mary con la famiglia Beretta merita di essere privilegiato per la sua vastità, intensità e per i frutti che ha prodotto. Jucci Beretta, di pochi anni più giovane di Mary, fu il suo aiuto e la sua confidente nel gruppo delle Cordigere e si mantenne in costante rapporto con lei durante la sua lunga malattia vissuta in famiglia e in sanatorio, fino alla morte avvenuta il 22 gennaio 1937. L'epistolario di Mary con la Jucci è un documento importante per seguire la storia dell'anima di Mary e me ne servirò in seguito.
Ora invece mi soffermo sulla figura della Gianna, appena nata quando lasciammo Milano, la quale crebbe nell'atmosfera di quella splendida famiglia cristiana e della spiritualità che aleggiava fra i devoti del tempio del Sacro Cuore. Di essa si parla spesso nella corrispondenza di Mary con la Jucci, come spesso la Gianna parlava di Mary con suo marito.
Gianna Beretta in Molla è ben nota nella Chiesa italiana perché, «nella quarta gravidanza, nel settembre 1961, un grosso fibroma all'utero l'obbligò a decidersi per un intervento chirurgico pur conoscendo tutti i rischi che l'attendevano e l'ineluttabilità del dilemma formulato dai medici: o salvare se stessa o salvare la creatura che già portava in grembo [...], sentendo vicina l'ora del parto, disse al marito: "Scegliete, e lo esigo, il bimbo. Salvate lui" [...]. Il 21 aprile 1962 nacque la sua quarta creatura e mamma Gianna pagò il suo eroico meditato sacrificio morendo sette giorni dopo».
Così scrisse la Conferenza Episcopale Lombarda nella lettera postulatoria perché fosse iniziata la causa di beatificazione che fu avviata da Giovanni Paolo II il 15 marzo 1980 .
Prima ancora, Paolo VI nell'Angelus domenicale del 23 settembre 1973 la indicava ai fedeli raccolti in piazza San Pietro a Roma come «un'eroica madre della diocesi di Milano che per dare la vita al suo bambino sacrificò, con meditata immolazione, la propria». L'eroismo di Gianna si inquadra assai bene nella dottrina dell'amore insegnato dal Sacro Cuore di Gesù con il suo esempio e le parole rivolte a santa Margherita Maria Alacoque.
In altro modo, ma sulla medesima direttrice di chi conosce l'amore del Cuore di Gesù, cerca di ricambiarlo e di approfittarne perché altre persone siano salvate, la spiritualità di Mary era andata sviluppandosi. Fu l'epoca nella quale comprese che l'eucarestia avrebbe dovuto essere il suo pane quotidiano. Al rosario quotidiano che la mamma ci aveva insegnato si aggiunse il piccolo Ufficio della Beata Vergine che recitavamo assieme ogni sera.
Quello di Mary non fu l'itinerario folgorante consumato da Gianna nel volgere di nove mesi, ma un'ascesi graduale come di chi sale un monte e vede aprirsi dinanzi agli occhi un panorama sempre più vasto, e lo conquista camminando verso l'alto e con amore.
Distacco doloroso per Mary fu quello di dover abbandonare Milano non appena ebbe conseguita la maturità classica. Nostro padre infatti, nominato ispettore principale delle dogane, era stato nuovamente trasferito a Torino.
Essendo la vita spirituale un bene diffusivo, ricorderò ancora, di quel periodo, la figura di un cappuccino laico, fra Cecilio Maria Cortinovis da Costa Serina che correva ciabattando nel chiostro per aprire la porta quando Mary suonava la campanella del convento di viale Piave n. 2. Copia conforme del manzoniano fra Galdino, non raccoglieva delle noci ma i denari per la minestra che distribuiva personalmente ai «barboni» della città. E ne raccolse molti, tanti da costruire un refettorio per i poveri nell'orto del convento.
Fu scritto di fra Cecilio che nella sua lunga vita «sempre udì la presenza del Signore Iddio che passeggiava per il giardino alla brezza del giorno e mai si nascose dalla faccia del Signore Iddio». Infatti anche dopo il peccato d'origine Dio visita continuamente il luogo che ha creato per gli uomini benché il peccato ereditato annebbi la loro intelligenza e li renda incapaci di controllare il disordine della loro volontà.
Solo i santi riescono a superare questa fragilità, acquistano confidenza e trattano con Dio che passa, familiarmente, come fra Cecilio. Sono sue le parole scritte dopo un corso di esercizi spirituali: «A Loreto ebbi il bene di fare i santi esercizi ai piedi della Madonna nella sua santa casa. In profonda umiltà la mia anima si sentiva unita a Lei. Ci siamo parlati intimamente, cuore a cuore. La mia anima si beava negli splendori della verginità vissuta dalla Sacra Famiglia e di quel profumo la mia anima è ancora sazia [...]» (2).
Anche di fra Cecilio, morto in concetto di santità nel 1984, fu scritta la biografia (3). Ma ben prima, ai tempi della nostra residenza in Monforte, lo scultore Domenico Trentacoste ebbe l'intuizione che quel cappuccino fosse il modello da scegliere per il monumento da erigere a san Francesco in occasione del VII centenario della sua morte (1226-1926).
Il monumento esiste, in piazza Indipendenza, e domina il rione Monforte.

Capitolo 3 - Giovinezza Universitaria











 

 


 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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INDICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(2) - Fra Cecilio Maria da Costa Serina,
Nella luce divina, Edizioni Castelnuovo Don Bosco, 1986

(3) - A. Rainero La vita angelica di fra Cecilio,
Edizioni Madonna del Povero, Milano 1985.

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