4 - parte II
<<ITINERARIUM
MENTIS IN DEUM>>
Mary va a Casale per l'estate, come
al solito e scrive a Jucci: «Il silenzio è una delle condizioni
più favorevoli per intendere la voce di Dio» (15 luglio
1928). «Pensa alla solitudine tanto più grave di Gesù
nel Tabernacolo e ringraziaLo di poterGli offrire [...] la tua solitudine
in riparazione della Sua» (18 luglio 1928). «I piani della
Divina Provvidenza sono sempre disposti per il nostro meglio. Fiat!»
(26 luglio 1928).
Nel silenzio e nella pace delle prealpi, l'anima di Mary raggiunge un'altra
vetta, quella della Misericordia Divina e ne parla all'amica: «A
me fa tanto bene fermarmi a pensare la Misericordia Divina» (8
agosto 1928). «Lasciare alla Divina Misericordia il passato e
con umiltà, con piena fiducia in Domino far di tutto
per essere migliori» (23 ottobre 1928, da Torino).
A Jucci che le ricorda i bei tempi di Monforte, Mary scrive: «Non
è certo che ora il Buon Dio sia meno prodigo con noi di favori
[...] è che dopo un primo tempo, volle agli altri doni unire
quello preziosissimo della Croce. [...] Non è forse dell'avvicendarsi
delle stagioni che Iddio si serve per far sì che le piante diano
e fiori e frutti? [...] Ti assicuro, per esperienza, che quando qualcosa
dà pena, e si sente tristezza, e magari fortemente, il Deo
gratias et Mariae detto proprio sinceramente, serve molto a
ridonare presto la serenità all'anima» (11 novembre 1928).
Il nuovo anno suggerisce a Mary il pensiero dell'avvenire e così
ne scrive a Jucci: «Non preoccupiamoci del futuro. Siamo nelle
mani di Gesù e di Maria, provvedano loro [...] cerchiamo prima
di tutto il regno di Dio, Lui, la Sua Volontà, quanto a Lui piace,
e tutto il resto, l'ha detto Gesù, ci verrà dato il sovrappiù»
(2 febbraio 1929). «Cerchiamo di essere più che mai fedeli
nelle cose piccole, nell'adempimento dei piccoli doveri di ogni giorno
[...]. Saranno sempre le medesime azioni, il "monotono quotidiano"
ma sarà diversa la nostra disposizione interna, perché
staremo più attente a tutto compiere con amore e per amore»
(Venerdì santo 1929).
Fore da Chiavari dove Mary era in visita alla famiglia Cerrato scrive
a Jucci una lettera molto interiorizzata che le inoltra tramite il comune
direttore spirituale padre Felice cappuccino; vi si legge: «Non
è forse la volontà di Dio "sola" che noi dobbiamo
desiderare e seguire? E se Gesù ci vuol santificare nella vita
comune non diremo sempre fiat? [...] Non occorre che Iddio
ci renda ragione del Suo operato, bensì è indispensabile
da parte nostra una confidenza cieca in Lui» (26 luglio 1929)
e da Casale dove poi si trasferisce scrive all'amica: «Io arrivai
qui sabato 3 agosto e rividi con vero piacere i miei monti [...]».
Da Casale e poi da Torino continua il suo dialogo spirituale: «Occorre
avere molta pazienza anche con noi stesse» (16 novembre 1929).
«Anche s. Teresina era contenta di sentirsi debole, perché
pensava che così Gesù doveva maggiormente aiutarla»
(4 ottobre 1929). «Mi piace tanto questa preghiera di s. Agostino:
"Signore dammi la forza per fare ciò che mi domanderai e
poi domandami ciò che vuoi! "» (30 dicembre 1929).
In una lettera della quale non è possibile stabilire la data
Mary scrive: «È un po' di giorni che sto pensando [...]
alla gravezza, del peccato veniale, all'abuso delle grazie del Signore.
Credi, Amalia, che questi punti mi fanno proprio meditare seriamente.
Immaginati che basta non corrispondere a una grazia, per non riceverne
infinite altre. Chissà quante ne perdo io in questo modo. [...]
Dev'essere il Cuore di Gesù il luogo di ritrovo delle anime cristiane,
a noi non resta altro che entrare spesso in questo Cuore benedetto,
qui il nostro affetto diventerà sempre più puro, più
spirituale e allora ameremo Dio e le anime così come vuole Gesù».
In altre due lettere senza data ma dirette anche alla Jucci e perciò
anteriori al 1937, la meditazione di Mary, così frequentemente
rivolta alla volontà di Dio come all'itinerario che ogni anima
deve proporsi, raggiunge l'epicentro storico di questa interpretazione
mistica della vita umana: l'episodio di Cristo nel Getsemani narrato
dagli evangelisti. Mary scrive: «Sto meditando sulla Passione
di Gesù: ora sono nell'Orto e sto convincendomi sempre più
che la preghiera è indispensabile nella vita cristiana e che
la preghiera più bella è la sofferenza e la preghiera
che si fa soffrendo: tale fu la preghiera di Gesù nell'Orto.
Il nostro ricorso a Dio deve poi essere fatto con umiltà, costanza,
abbandono, rassegnazione alla Volontà santa di Dio, così
pregò Gesù. L'altro giorno fui in una chiesa così
povera e maltenuta che faceva pietà nel vero senso della parola:
quel giorno ho meditato sull'abbandono di Gesù in tante chiese,
sul suo amore in tante chiese misere, squallide, solo [...]» Della
seconda lettera non so la data ma il luogo, ossia Bognanco dove Mary
si è recata in un mese d'agosto per fare la cura di quelle acque
termali. Mary scrive per sé e per Jucci: «Non dobbiamo
proprio meravigliarci se la natura "sente" (e quanto!) il
dolore, se ne proviamo anche tedio. Pensa a Gesù nell'Orto: per
dare coraggio a noi, per nostro esempio e conforto Egli volle provare,
nell'Agonia che precedette la passione, lo spavento, il tedio: ci mostrò
tutta la sua sensibilità al dolore soprattutto per dare coraggio
a noi. Dunque [...] non ci dobbiamo perder d'animo, ma ripetere con
Gesù il fiat».
L'amore di Gesù verso ogni uomo, meditato da Mary al Sacro Cuore
di Monforte, la condusse a ricambiare questo amore con la sua personale
fedeltà ed ancora a interpretarlo ed estenderlo alle anime che
avvicinava perché sapessero che Gesù le vuole salvare
e sublimare.
La sua dedizione all'azione diffusiva dell'amore di Cristo, saldamente
ancorata ai sacramenti e soprattutto al mistero eucaristico, è
il primo aspetto che l'epistolario di Mary alla Jucci rivela e documenta.
Non è romanticismo religioso ma sano realismo in quanto le verità
soprannaturali non sono meno reali di quelle che cadono sotto la conoscenza
dei sensi.
La malattia della Jucci dona a questo realismo mistico un motivo di
riflessione e di ascesa che diventa ragione inevitabile quando anche
Mary, imboccato il curriculum universitario, cade ammalata di una malattia
insidiosa, senza febbre ma debilitante, che i medici affrontano superficialmente
con terapie antianemiche e climatiche.
L'ozio forzato in Mary, abituata a spendere per la fede tutte le energie
disponibili, la mise sopra un itinerario che non aveva previsto, quello
della sofferenza. E un momento nel quale il Cuore di Cristo le appare
non solo come «fornace ardente di amore» ma anche come «colmo
di obbrobri e trafitto da una lancia». Di questo esempio Mary
si nutre accettando la sofferenza del corpo in aggiunta a quella dell'anima
che la Trinità non le risparmiava.
Se il Cuore di Cristo non rifiuta il dolore, anzi lo dichiara e lo richiede
dai cristiani, è perché il medesimo Cuore, ossia la persona
umana di Gesù, si è sottoposto alla sofferenza come prova
del suo amore e prezzo del riscatto che deve procurare all'uomo.
In altre parole, il dolore accettato per amore, da Gesù verso
le unirne e da queste verso Gesù, è il veicolo che permette
all'amore ricambiato di raggiungere il suo fine: la redenzione.
Questo piano universale che non risparmia l'Uomo-Dio è l'espressione
del volere salvifico del Padre al quale il Cristo risponde con il fiat
del Getsemani.
L'itinerario di Mary risale il cammino di questo amore nel senso che
dall'effetto risale alla causa, dalla devozione al Cuore di Gesù,
al fiat di Gestsemanii. È sorprendente la scoperta che
l'epistolario ci ha riservato: Mary è giunta al Getsemani prima
della Società Operaia e ha imperniato la sua vita sulla volontà
di Dio.
Capitolo
5 -
Torino Campidoglio