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Scritti di Luigi Gedda

6 - parte I

ROMA <<LA NAVICELLA>>

Mary giunse a Roma quando la seconda guerra mondiale era in procinto di coinvolgere l'Italia. Felice che la famiglia, da quattro anni divisa, potesse ricomporsi in Roma, centro della sua fede, città che già conosceva per esservi stata nell'Anno Santo 1925 con il pellegrinaggio dei Cappuccini di Monforte, scriveva alla Jucci da Casale: «A Dio piacendo il 1° partiremo per Torino e il 10 per Roma [... ]». (Lettera del 25 settembre 1938).
Nel visitare degli ammalati al Tuscolo avevo notato degli appartamenti da affittare a Porta Metronia. Così fu che in uno di questi stabili ho potuto alloggiare i miei - all'incrocio della via dell'Amba Aradam con quella che conduce, oltre il Celio - al Colosseo. In questo modo Mary venne a trovarsi alle falde meridionali del colle nel territorio parrocchiale della Navicella.
Il Celio è un colle che dimostra la sua elevazione a nord-ovest dove precipita sul Colosseo e sui Fori Imperiali mentre, verso sud-est , attenua gradualmente la sua quota fino a raggiungere i piazzali del Laterano. Dominato dalla basilica e dal monastero dei Santi Giovanni e Paolo, il Celio porta sul dorso dei celebri luoghi come la Villa Celimontana dove san Filippo Neri giocava con i suoi ragazzi, il primo ospedale costruito da san Giovanni da Matha, fondatore dei Trinitari e dove egli stesso morì nell'angusta camera ricavata da un arco dell'acquedotto romano, il santuario di Santo Stefano Rotondo e, dove si converte in pianura, la basilica di San Giovanni in Laterano, sede del vescovo di Roma e del suo vicario. Per dire il fascino esercitato su Mary da questa vicinanza topografica mi sembra che non vi siano parole migliori di quelle pronunciate da Giovanni Paolo II nell'Angelus del 9 novembre 1986:

Oggi la Chiesa celebra la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, «omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput» (madre e capo di tutte le chiese dell'urbe e dell'orbe), la Cattedrale di Roma fatta costruire dall'imperatore Costantino e inizialmente dedicata al Santissimo Salvatore, e poi, sotto il pontificato di San Gregorio Magno, intitolata anche ai Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, a ciascuno dei quali era consacrato un oratorio annesso al Battistero. La Basilica del Laterano, coi palazzi adiacenti, fu per molti secoli sede abituale del Vescovo di Roma. In essa si tennero cinque Concili Ecumenici tra i quali nel 1215, sotto il Papa Innocenze III, il Lateranense IV, considerato dagli storici il Concilio più importante del Medioevo. Per mille anni la storia di Roma cristiana gravitò intorno a tale Basilica, che papi, imperatori, re e fedeli adornarono via via di preziosi donativi e di splendide opere d'arte, segno della loro intensa fede in Cristo. (L'Osservatore Romano, 10-11 novembre 1986).

Oltre ai palazzi immediatamente adiacenti alla basilica, la zona del Laterano comprende edifìci sacri di immenso valore sacro e storico come la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme che conserva le più insigni reliquie della croce sulla quale morì nostro Signore Gesù Cristo portata a Roma da santa Elena, madre dell'imperatore Costantino, il quale fu battezzato proprio al Laterano da papa Silvestro successore di san Pietro, come si ricorda sul basamento dell'obelisco egiziano che si erge sulla piazza.
Qui ancora si apre il santuario della Scala Santa dove sono collocati i gradini marmorei del pretorio sui quali colò il sangue della flagellazione e dell'incoronazione di spine del Redentore quando Pilato lo presentò al popolo con le veridiche ma tragiche parole: «Ecce homo».
Mary conobbe gradualmente i ricordi storici e le testimonianze sacre che ho menzionato e le molte altre profuse nel Laterano come la «Mensura Christi» collocata nel piccolo chiostro, preziosa antropometria del Salvatore che coincide con le misure fornite dalla Sindone di Torino.
Ricordi e tradizioni che componevano attorno a Mary un ambiente mistico che diffìcilmente avrebbe potuto trovare altrove, se non a Gerusalemme.
Ma l'attenzione di Mary, abituata a vivere a Torino e a Casale la vita parrocchiale, fu subito rivolta alla Navicella. Il nome ufficiale di questa basilica è Santa Maria in Domnica, ma il popolo la chiama «Navicella» perché ha dinanzi una fontana dove l'acqua zampilla da un'antica scultura che riproduce una nave romana, probabilmente un ex voto pagano.
Durante i trent'anni vissuti in questa parrocchia Mary, nonostante le sue precarie condizioni di salute, raccolse e diresse le Damine della Carità, sezione giovanile della Conferenza di San Vincenzo della parrocchia di cui nostro padre era presidente. Inoltre si occupò delle Giovanissime della Gioventù Femminile di AzioneCattolica, e dei malati, specialmente dei non vedenti.
La presenza e l'azione di Mary nell'ambito della Navicella è bene delineata da uno scritto di monsignor Mario Di Sora allora parroco di Santa Maria in Domnica, direttore spirituale di Mary e ora camerlengo del capitolo lateranense. Monsignor Di Sora scrisse su Tabor:

La mia testimonianza si basa sulla profonda ed intima conoscenza della persona frequentata in continui colloqui spirituali, nell'apostolato e nell'amicizia della famiglia Gedda, da quando, proveniente da Torino, venne a Roma ad abitare nella parrocchia della Navicella, in Via dell'Amba Aradam.
Mary Gedda, delicata, fragile nel corpo, era fortissima nello spirito, tenace, con illuminata fede nell'esclusivo interesse del bene delle anime e nella continua ricerca della volontà di Dio in ogni cosa.
Non ripeto quello che altri hanno scritto sulle virtù; sottolineo quello che lei significò per me come sacerdote e parroco, cioè: sicuro riferimento e valido aiuto nei problemi delicati, in circostanze difficili. Potevo confidare pienamente nella sua intelligenza, nella sua discrezione e soprattutto nella sua vita interiore.
Il suo ricordo tonifica il mio sacerdozio qui in San Giovanni in Latarano che confina territorialmente con la parrocchia della Navicella e con la casa della Sig.na Gedda che essa trasformò in tempio durante la sua lunga malattia, mediante i dolori che conteneva per non essere di peso agli altri, alimentandosi del pane eucaristico che io giornalmente le portavo, pane quotidiano di cui non poteva far a meno e che l'aiutava a sopportare con il sorriso sulla bocca i dolori lancinanti anche per aiutare il fratello in momenti molto difficili che sia la Chiesa, sia la Patria attraversavano.
Perenne è la mia gratitudine verso questa anima eletta, vorrei dire, non con enfasi né con retorica, privilegiata, ma solo per testimoniare le grandezze che Dio trasfonde molte volte nelle anime. (Laterano, 10 dicembre 1985).

L'accenno di monsignor Mario di Sora alla malattia di Mary deve essere collegato a quanto cominciò a manifestarsi nel suo stato di salute a Torino durante la vita universitaria. È assai doloroso per me costatare come quei primi sintomi di anemia e di astenia non siano stati inquadrati nella malattia che venne manifestandosi a Roma e perciò curati allora solo con medicamenti generali e cure climatiche. A Roma la malattia rivelò la sua vera natura osteopatica quando si verificò una frattura spontanea del collo femorale sinistro che provocò l'irrigidimento funzionale di questo arto, obbligando Mary a una lunga e sofferta degenza durante gli anni cinquanta, dalla quale si riprese a fatica ma sempre con gli esiti funzionali di quella frattura che limitavano la sua deambulazione e, particolare per lei singolarmente triste, le impedivano di inginocchiarsi in casa e in chiesa per recitare le sue preghiere.
Nonostante i dolori e i limiti dei suoi movimenti, Mary era più che mai la coordinatrice delle mansioni domestiche, dei rapporti telefonici e di gran parte del mio lavoro, come dirò meglio in seguito.
Nella stanza di Mary si alternavano le persone non solo per dimostrarle affetto e premura, ma anche perché sapevano di poter riavere da lei esempio e consiglio. Il pensiero di monsignor Di Sora che ho prima riportato era condiviso da molti. Fra questi, ricordo le lunghe e frequenti visite di monsignor Giuseppe De Luca che volle portare a Mary ben novantasei volumi della sua «Raccolta di studi e testi di storia della letteratura» intrattenendosi con lei sugli aspetti del suo incomparabile lavoro di ricerca e di apostolato nei campi sconfinati della cultura umanistica, della fede e della ecclesiologia.
In queste frequenti visite a Mary ritrovo l'esattezza di quel profilo di Giuseppe De Luca che don Ennio Francia scrisse quando Mario Picchi pubblicò il carteggio intercorso fra De Luca e Papini: «Un così furibondo lavoro non poteva essere sostenuto se non da una doviziosa vita intcriore. Ci sono delle tenerissime confessioni di questo "prete romano", come si firmava fin dall'inizio quando scriveva a Papini, per es. questa: "vario tempo non posso fare a meno di dedicarlo alla preghiera: non c'è tempo che mi basti dinanzi al Signore per dirgli tante cose"».
E altro tempo egli lo dedicava frequentando un'anima la quale, senza parole, gli parlava di Dio.

6 - parte II


















 

 

 

 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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INDICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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