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Scritti di Luigi Gedda

7 - parte I

<<ET VENIUNT IN PRAEDIUM CUI NOMEN GETHSEMANI>>

Negli anni di guerra che abbiamo vissuto a Porta Metronia una preoccupazione di Mary furono i miei richiami al servizio militare come ufficiale medico di complemento. Fui mobilitato due volte presso un ospedale da campo a Cagliari e poi congedato. Successivamente presso un ospedale militare di Perugia fra il giugno e il settembre del 1940. Tornai anche da Perugia congedato ma con il carico di gravi problemi riguardanti la Gioventù di Azione Cattolica, di cui ero presidente centrale, la quale aveva i suoi quadri dirigenti e i soci «effettivi» dispersi sui campi di battaglia in Europa, in Africa, sui mari e sui campi d'aviazione per le più rischiose imprese militari. Altri problemi riguardavano la vocazione di numerosi giovani cattolici che era quella di essere e rimanere dei laici autentici per corrispondere ai bisogni di capillarizzazione del messaggio evangelico fra i popoli nel dopoguerra.
Per questo, rientrando in Roma, pensai di raccogliere i miei pensieri durante il periodo natalizio trascorrendo alcuni giorni presso il monastero dei Passionisti, a breve distanza da casa mia.
Furono giorni che decisero del mio futuro perché una sera, mentre il black out di guerra incombeva sulla città, passeggiando nel vasto giardino del monastero, incontrai il Getsemani. Voglio dire che se, in passato, l'episodio evangelico della notte di angoscia vissuta dal Salvatore nell'imminenza della sua passione mi era noto essenzialmente da un punto di vista storico, da quel giorno divenne il motivo della mia riflessione spirituale, il ponte che mi permette di capire il mistero del dolore che si affaccia nella vita di ogni uomo e richiede di essere superato ricercando e accettando la volontà di Dio.
In quel parco extraterritoriale del monastero dei santi Giovanni e Paolo, Pio XI volle che fosse collocata una statua ricevuta in dono, che rappresenta Cristo prostrato sopra un masso con il volto rigato da gocce di sudore, il quale, triste fino alla morte, rivolge a Dio suo Padre le parole scolpite su quella pietra: «Non mea voluntas, sed tua fiat» (Le 22, 42).
Questo incontro diradò le tenebre che erano intorno a me e tutto divenne chiaro. Se anche le vicende politiche ci avevano portato alla guerra e questa a una devastazione dell'organizzazione cattolica e a un futuro incomprensibile per i destini della Chiesa e dell'Italia, bisognava credere che gli avvenimenti fossero sorvegliati dalla volontà di Dio e da questa ricondotti nel solco della redenzione ossia della salvezza. Il Cristo del Getsemani esemplifica e insegna che la tensione dell'angoscia può risolversi nel fiat di chi accetta la volontà di Dio, che trascende e supera ogni prospettiva umana.
Con questo frutto tornai rasserenato a casa e comunicai a Mary la mia scoperta ed essa partecipò del mio pensiero, ma non disse nulla del fatto che essa aveva scoperto il Getsemani prima di me, nel periodo d'inizio della sua malattia e di cui scrisse allora alla Jucci, come io venni a sapere solo recentemente, dopo la sua morte.
Mia sorella neppure mi disse, allora, di aver trovato fra le carte autografe della nostra mamma, quelle pagine che essa usava come traccia per la meditazione del Getsemani secondo il consiglio dato dal Sacro Cuore a santa Margherita Maria Alacoque.
Di questa anticipazione devozionale della nostra mamma conoscevo solo un riflesso che però non avevo mai collegato al Getsemani e precisamente quella frase suggerita da una sua amica a papà quando fece stampare il ricordo funebre di Marianna Gedda-Calderoni e che ho già riferito: «Se Gesù così vuole, perché non lo voglio anch'io?».
La pace spirituale prodotta dalla cognizione che Getsemani vuol dire abbandono fiducioso dell'anima alla volontà di Dio, fu tale che ritenni mio dovere di renderne partecipi quanti erano vicini a me, per motivi di amicizia e di esperienza religiosa, ossia un gruppo di dirigenti dell'Azione Cattolica anch'essi travolti e angosciati per le condizioni create dalla guerra.
L'operazione non fu semplice perché i rapporti, a motivo della guerra, erano saltuari, difficili e perché la partecipazione ad altri della mia riflessione richiedeva un collegamento nuovo e diverso, tale da non turbare anzi da rafforzare la vita dell'organizzazione che operava sul piano di una spiritualità essenziale, condensata nel trinomio «preghiera, azione, sacrificio», consegna sacrosanta che risaliva al pontificato di Pio IX e aveva prodotto frutti di santità nel laicato e vocazioni innumerevoli nel periodo del dissidio fra Stato e Chiesa e poi dai Trattati Lateranensi fino al presente. Scuola di apostolato e di ascetica la Gioventù Cattolica aveva irradiato il suo spirito nei rami di Azione Cattolica sorti successivamente.
Nell'economia organizzativa occorreva rispettare il passato e costruire, nello spazio riservato alla libertà interiore, un modello capace di interessare e dissetare le anime alle acque sorgive della volontà di Dio.
Furono necessari quasi due anni per risolvere il problema che le incalzanti e peggiorative condizioni della guerra rendevano più urgente, ma infine fu la similitudine usata da Gesù nella sua predicazione in Galilea, che lo risolse.
Scrive Matteo: «Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del Regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe"» (Mt 11,35-38).
Scrive Luca: «Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due dinanzi a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: la messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; [...] in qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa» (Lc 11,1-5).
La qualità di operaio attribuita da Gesù a chi avverte di essere chiamato alla evangelizzazione faceva al caso nostro anche perché Gesù stesso fu operaio nella bottega artigiana del fabbro di Nazareth, e questo nome ci assimilava alla classe lavoratrice particolarmente esposta, nel nostro tempo, alla dissacrazione.
Era necessario un incontro e questo avvenne nei primi giorni del settembre 1942 a Roma nella Cripta dei papi delle catacombe di San Callisto per l'eucarestia del mattino e nel monastero del Celio per le adunanze e l'alloggio. Eravamo in tredici e si convenne di fondare la Società Operaia in base a una carta istituzionale chiamata Simbolo perché non era possibile, in così breve tempo, redigere uno Statuto mentre urgeva di fissare le caratteristiche della nostra «volontà comune» prima che gli avvenimenti bellici ci separassero.
Infatti le truppe dei tedeschi e degli alleati stavano per contrapporsi sulla linea gotica e il territorio nazionale stava per essere diviso in due tronconi.
Il 2 settembre il testo del Simbolo fu redatto in casa mia e approvato dagli «operai» presso la grotta del Getsemani nel monastero del Celio. Mi sembra opportuno di riportarlo nel contesto di questa biografia sia per maggiore chiarezza di quanto prima esposto, sia perché Mary da quel giorno si considerò toto corde e in anticipo «operaia di Cristo». Infatti allora, nel nostro gruppo, non vi erano delle donne. Eccone il testo:

Noi crediamo in Dio Padre e lo ringraziarne per la vocazione che ci diede.
Noi crediamo in Dio Figlio e ci consacriamo come suoi «operai».
Noi crediamo in Dio Spirito Santo e gli chiediamo i lumi per bene intendere la via delle opere alla quale vogliamo dedicarci con spirito di santificazione, così che ogni opera venga anzitutto costruita con la preghiera, il sacrificio e le virtù cristiane; con spirito di rinuncia così che ogni opera costruita non appartenga agli «operai» come tali ma alla Chiesa attraverso le persone e gli enti che naturalmente devono possederla; con spirito di rispetto per le altre organizzazioni, iniziative e persone.
Noi crediamo in Maria nella sua onnipotente intercessione e le chiediamo di poter conoscere e fare la volontà di Dio per confortare i dolori di Gesù nel Getsemani; le chiediamo inoltre di servire la Chiesa e il Papa con il cuore ardente dei primi cristiani e secondo i bisogni dell'ora che volge.
Sia aperta la nostra via a quanti comprendono la bellezza e siano tutti al cospetto di Dio e del mondo, buoni «operai».
Così sia.

7 - parte II



















 

 

 

 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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INDICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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