Società Operaia
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Scritti di Luigi Gedda

7 - parte II

<<ET VENIUNT IN PRAEDIUM, CUI NOMEN GETHSEMANI>>

Per commentare brevemente il contenuto del Simbolo della Società Operaia utilizzo uno scritto di padre Aurelio Dionisi, sj, che Mary pubblicò su Tabor un anno prima della morte con il pretitolo Storia della Società Operaia.

Non conoscevo, fino a poco tempo fa, questo «Simbolo» e ringrazio di cuore il carissimo Prof. Gedda che me ne ha fatto dono. Nella lettura meditata del testo non mi ha molto sorpreso la perfetta professione di fede che esso contiene e neppure la consacrazione a Cristo della Società perché l'una è l'albero su cui l'altra germoglia e le si ritrovano, con formulazioni diverse, in tutti i simboli che esprimono l'autentico cristianesimo vitale. Invece sono stato fortemente attratto e affascinato dal desiderio ardente che vi si manifesta di «conoscere e fare la volontà di Dio per confortare i dolori di Gesù nel Getsemani».
In realtà, già diceva il cardinale Newman nei Discourses addressed to mixed Congregations il Getsemani è «un brano evangelico di una profondità ininvestigabile e porge inesauribile materia di contemplazione». Le seguenti riflessioni, pertanto, possono essere di un piccolo aiuto alla Società Operaia che contempla la notte del plenilunio di Nisan, trascorsa da Gesù sotto gli ulivi del Getsemani nell'imminenza di compiere l'infinita opera della Redenzione.
Il mistero del Getsemani è presentato dai quattro evangelisti con accentuazioni diverse, secondo la particolare ispirazione avuta dallo Spirito Santo. Componendo insieme le diverse angolazioni di prospettiva abbiamo la visione integralmente illuminante la Società Operaia, che segue il Grande Operaio.
Matteo e Marco rivelano particolarmente l'estrema debolezza della carne (Mt 26,37-39; Mc 14,33-36).
Essi dicono che Gesù provava una paura crescente, una tristezza mortale e sentiva angoscia e rigetto per quello che stava per accadere, tanto che, prostrato nella polvere, pregava il Padre di allontanargli quel calice. I non credenti, come Celso e Porfirio, da questo abbattimento estremo di Gesù desumono che egli non solo non è Dio, ma che anche come uomo è di molto inferiore alla grandezza morale di alcune figure storiche dell'antichità. E si sa che alcuni apologisti dei primi tempi stentavano a trovare argomenti per rimuovere tali giudizi negativi.
Luca invece, pur manifestando la debolezza della carne, mette in risalto il conforto che riceve dall'alto mentre pregava più intensamente (Le 22,43-14).
Egli è confortato dall'amore del Padre per l'umanità, per la quale vuole l'offerta sacrificale del Figlio Incarnato, l'unica che gli sia gradita per la salvezza del mondo. Perciò il suo cuore tormentato, dimora di tenerezza e d'amore, incominciò alla lunga a essere travagliato e a battere con veemenza al di là della sua natura - scrive Newman considerando i «dolori mentali di nostro Signore durante la sua passione» - «Le fondamenta del grande abisso furono sconvolte; le rosse correnti irruppero copiose e feroci da far straripare le vene e, scoppiando dai pori, stesero una densa rugiada su tutta la pelle; poi, prendendo forma di gocce, stillarono più copiose e pesanti, e intrisero la terra». In realtà, come dice la liturgia della Chiesa, nel Getsemani «mors et vita duello conflixère mirando»: vince l'amore e Gesù va incontro alla morte salvifica.
Giovanni, che nel giorno delle Palme ha già rivelato la tristezza dell'anima del Signore e del conforto che riceve dal divin Padre (Gv 12,20-28), nel Getsemani parla soltanto del cammino verso la gloria. Infatti Gesù lascia il Cenacolo per recarsi al Getsemani dicendo: «Perché il mondo sappia che io amo il Padre, alzatevi e andiamo»; e vi si reca come per un appuntamento, sapendo che Giuda vi sarebbe arrivato con soldati e guardie. Quando arrivano, egli stesso va loro incontro, «conoscendo tutto quello che gli doveva accadere», e si fa riconoscere, indietreggiando tutti e cadendo a terra, appena egli dice: «Sono io». Perché non si perda nessuno di quelli che il Padre gli ha dato, dice ai nemici venuti per arrestarlo: «Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». Ordina a Simon Pietro, che vuole difenderlo: «Rimetti la tua spada nel fodero», e dice con enfasi: «Non devo forse io bere il calice che il Padre mi ha dato?». E così si lascia afferrare, legare e condurre verso la morte gloriosa.
A questa triplice prospettiva del mistero getsemanico fa riscontro un triplice messaggio.
Il messaggio di Matteo e Marco dice che non sono riprovevoli e da biasimare, quasi fosse una colpa morale, quanti provano la debolezza della carne e sentono un'angoscia mortale nei momenti difficili e nell'imminenza di sostenere una dura prova; e neppure sono da biasimare, come chi si volta indietro dopo aver messo mano all'aratro, coloro che nel dolore chiedono, se è possibile, che sia allontanato il calice amaro. Tutto ciò è «perfettamente umano» perché ci rende simili al Verbo incarnato il quale, avendo preso un corpo come il nostro, non assume una maschera d'impassibilità ma mostra la realtà di un volto sfigurato e di un'anima sconvolta. Tutto ciò è anche «perfettamente divino», perché ci rende simili al Figlio di Dio, che non si oppone minimamente alla volontà del Padre.
Luca ci trasmette un secondo messaggio nel quale si afferma che qualsiasi debolezza della carne e angoscia dell'anima è superata, nell'intensità della preghiera, con la forza dell'amore. Quando si prega intensamente e si vuol fare la volontà del Padre, dall'alto ci viene un conforto che dà la gioia di sopportare le sofferenze con Cristo, come scriveva l'apostolo Paolo alla Chiesa di Colossi: «Sono lieto di completare nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Del resto, la storia della Chiesa è una permanente testimonianza di questa verità: con l'amore di Cristo le anime ritenute deboli diventano forti e resistono a tutte le tempeste; senza l'amore di Cristo le anime ritenute forti si mostrano deboli e crollano di fronte alle tempeste da cui sono investite.
Il messaggio di Giovanni, infine, annunzia che Gesù si aspetta da tutti i suoi discepoli - e vorrei dire che in modo particolare si aspetta dalla Società Operaia che vuole operare «con il cuore ardente dei primi cristiani e secondo i bisogni dell'ora che volge» - di muoversi con decisione e andare incontro ai loro nemici con la piena consapevolezza di quanto potrà accadere, senza che nessuno riesca ad impedir loro di bere il calice che il Padre ha preparato. Alle anime amanti è riservato il cammino della gloria.

Con il Simbolo posto come un suggello alla fondazione della Società Operaia si concludeva, anche per Mary, un periodo chiamato della «preistoria», ossia di ricerca incessante e appassionata della via spirituale da seguire per dare compiutezza alla nostra vita di apostolato nell'Azione Cattolica, consona alla nostra esperienza di laici, conseguente al passato e utile, come a noi sembrava, per diffondere l'annunzio del Vangelo nella società del dopoguerra secondo le mentalità, i problemi e il linguaggio adeguati alla cultura del duemila.
La nostra era una scelta fra le molte che si aprivano allora di fronte al laicato da parte di terzi ordini, confraternite e specialmente istituti secolari che Pio XII aveva ratificato con il decreto Provida Mater Ecclesia, del 2 febbraio 1947 collocandoli alle dipendenze della Congregazione dei Religiosi. In questo modo il grande pontefice due volte romano aveva esaltato la presenza del laicato nella Chiesa anticipando lo spirito della Lumen gentium e della Gaudium et spes del concilio Vaticano II
Questo spirito animava anche la nascente Società Operaia, ma la nostra era una scelta creativa in quanto desiderava distinguersi dalle forme di consacrazione dei laici con emissione di voti perché la vita dell'«operaio» potesse più efficacemente affermarsi nel contesto sociale senza modificare le caratteristiche del semplice laico, ossia di «laici come laici» per usare l'espressione corrente in quel primo incontro romano.
Un aspetto nuovo della Società Operaia consisteva nel collegare la nostra vocazione al mistero di Gesù nel Getsemani, perché questa spiritualità assicura all'«operaio» spesso isolato, incompreso, impaurito e tradito, il modello palpitante dell'Uomo-Dio di cui l'«operaio» ha bisogno per accettare, adorare e servire, in ogni caso, il volere di Dio.
Il racconto del Getsemani narrato da Giovanni, incomincia con queste parole: «Gesù uscì con i suoi discepoli, al di là del torrente Cedron, ove era un giardino nel quale entrò egli e i discepoli suoi» (Gv 18,1). Marco completa: «E vengono in un podere di cui il nome è Getsemani» (Mc 14,32).
Qualcosa di simile noi sentivamo che era avvenuto e Mary con noi. L'imperscrutabile volontà di Dio, sapiente e amante, aveva condotto i primi «operai» al di là della preistoria di una vocazione nascente, in un giardino chiamato Getsemani.

Capitolo 8 - Mary <<Operaia>> di Cristo
























 

 

 

 

 

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Edizioni A.V.E 1987

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INDICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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