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VENIUNT IN PRAEDIUM, CUI NOMEN GETHSEMANI>>
Per commentare brevemente il contenuto
del Simbolo della Società Operaia utilizzo uno scritto di padre
Aurelio Dionisi, sj, che Mary pubblicò su Tabor un anno
prima della morte con il pretitolo Storia della Società Operaia.
Non conoscevo, fino a poco tempo fa, questo «Simbolo»
e ringrazio di cuore il carissimo Prof. Gedda che me ne ha fatto dono.
Nella lettura meditata del testo non mi ha molto sorpreso la perfetta
professione di fede che esso contiene e neppure la consacrazione a
Cristo della Società perché l'una è l'albero
su cui l'altra germoglia e le si ritrovano, con formulazioni diverse,
in tutti i simboli che esprimono l'autentico cristianesimo vitale.
Invece sono stato fortemente attratto e affascinato dal desiderio
ardente che vi si manifesta di «conoscere e fare la volontà
di Dio per confortare i dolori di Gesù nel Getsemani».
In realtà, già diceva il cardinale Newman nei Discourses
addressed to mixed Congregations il Getsemani è «un
brano evangelico di una profondità ininvestigabile e porge
inesauribile materia di contemplazione». Le seguenti riflessioni,
pertanto, possono essere di un piccolo aiuto alla Società Operaia
che contempla la notte del plenilunio di Nisan, trascorsa da Gesù
sotto gli ulivi del Getsemani nell'imminenza di compiere l'infinita
opera della Redenzione.
Il mistero del Getsemani è presentato dai quattro evangelisti
con accentuazioni diverse, secondo la particolare ispirazione avuta
dallo Spirito Santo. Componendo insieme le diverse angolazioni di
prospettiva abbiamo la visione integralmente illuminante la Società
Operaia, che segue il Grande Operaio.
Matteo e Marco rivelano particolarmente l'estrema debolezza della
carne (Mt 26,37-39; Mc 14,33-36).
Essi dicono che Gesù provava una paura crescente, una tristezza
mortale e sentiva angoscia e rigetto per quello che stava per accadere,
tanto che, prostrato nella polvere, pregava il Padre di allontanargli
quel calice. I non credenti, come Celso e Porfirio, da questo abbattimento
estremo di Gesù desumono che egli non solo non è Dio,
ma che anche come uomo è di molto inferiore alla grandezza
morale di alcune figure storiche dell'antichità. E si sa che
alcuni apologisti dei primi tempi stentavano a trovare argomenti per
rimuovere tali giudizi negativi.
Luca invece, pur manifestando la debolezza della carne, mette in risalto
il conforto che riceve dall'alto mentre pregava più intensamente
(Le 22,43-14).
Egli è confortato dall'amore del Padre per l'umanità,
per la quale vuole l'offerta sacrificale del Figlio Incarnato, l'unica
che gli sia gradita per la salvezza del mondo. Perciò il suo
cuore tormentato, dimora di tenerezza e d'amore, incominciò
alla lunga a essere travagliato e a battere con veemenza al di là
della sua natura - scrive Newman considerando i «dolori mentali
di nostro Signore durante la sua passione» - «Le fondamenta
del grande abisso furono sconvolte; le rosse correnti irruppero copiose
e feroci da far straripare le vene e, scoppiando dai pori, stesero
una densa rugiada su tutta la pelle; poi, prendendo forma di gocce,
stillarono più copiose e pesanti, e intrisero la terra».
In realtà, come dice la liturgia della Chiesa, nel Getsemani
«mors et vita duello conflixère mirando»: vince
l'amore e Gesù va incontro alla morte salvifica.
Giovanni, che nel giorno delle Palme ha già rivelato la tristezza
dell'anima del Signore e del conforto che riceve dal divin Padre (Gv
12,20-28), nel Getsemani parla soltanto del cammino verso la gloria.
Infatti Gesù lascia il Cenacolo per recarsi al Getsemani dicendo:
«Perché il mondo sappia che io amo il Padre, alzatevi
e andiamo»; e vi si reca come per un appuntamento, sapendo che
Giuda vi sarebbe arrivato con soldati e guardie. Quando arrivano,
egli stesso va loro incontro, «conoscendo tutto quello che gli
doveva accadere», e si fa riconoscere, indietreggiando tutti
e cadendo a terra, appena egli dice: «Sono io». Perché
non si perda nessuno di quelli che il Padre gli ha dato, dice ai nemici
venuti per arrestarlo: «Se dunque cercate me, lasciate che questi
se ne vadano». Ordina a Simon Pietro, che vuole difenderlo:
«Rimetti la tua spada nel fodero», e dice con enfasi:
«Non devo forse io bere il calice che il Padre mi ha dato?».
E così si lascia afferrare, legare e condurre verso la morte
gloriosa.
A questa triplice prospettiva del mistero getsemanico fa riscontro
un triplice messaggio.
Il messaggio di Matteo e Marco dice che non sono riprovevoli e da
biasimare, quasi fosse una colpa morale, quanti provano la debolezza
della carne e sentono un'angoscia mortale nei momenti difficili e
nell'imminenza di sostenere una dura prova; e neppure sono da biasimare,
come chi si volta indietro dopo aver messo mano all'aratro, coloro
che nel dolore chiedono, se è possibile, che sia allontanato
il calice amaro. Tutto ciò è «perfettamente umano»
perché ci rende simili al Verbo incarnato il quale, avendo
preso un corpo come il nostro, non assume una maschera d'impassibilità
ma mostra la realtà di un volto sfigurato e di un'anima sconvolta.
Tutto ciò è anche «perfettamente divino»,
perché ci rende simili al Figlio di Dio, che non si oppone
minimamente alla volontà del Padre.
Luca ci trasmette un secondo messaggio nel quale si afferma che qualsiasi
debolezza della carne e angoscia dell'anima è superata, nell'intensità
della preghiera, con la forza dell'amore. Quando si prega intensamente
e si vuol fare la volontà del Padre, dall'alto ci viene un
conforto che dà la gioia di sopportare le sofferenze con Cristo,
come scriveva l'apostolo Paolo alla Chiesa di Colossi: «Sono
lieto di completare nella mia carne quello che manca ai patimenti
di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col
1,24). Del resto, la storia della Chiesa è una permanente testimonianza
di questa verità: con l'amore di Cristo le anime ritenute deboli
diventano forti e resistono a tutte le tempeste; senza l'amore di
Cristo le anime ritenute forti si mostrano deboli e crollano di fronte
alle tempeste da cui sono investite.
Il messaggio di Giovanni, infine, annunzia che Gesù si aspetta
da tutti i suoi discepoli - e vorrei dire che in modo particolare
si aspetta dalla Società Operaia che vuole operare «con
il cuore ardente dei primi cristiani e secondo i bisogni dell'ora
che volge» - di muoversi con decisione e andare incontro ai
loro nemici con la piena consapevolezza di quanto potrà accadere,
senza che nessuno riesca ad impedir loro di bere il calice che il
Padre ha preparato. Alle anime amanti è riservato il cammino
della gloria.
Con il Simbolo posto come un suggello alla fondazione della Società
Operaia si concludeva, anche per Mary, un periodo chiamato della «preistoria»,
ossia di ricerca incessante e appassionata della via spirituale da seguire
per dare compiutezza alla nostra vita di apostolato nell'Azione Cattolica,
consona alla nostra esperienza di laici, conseguente al passato e utile,
come a noi sembrava, per diffondere l'annunzio del Vangelo nella società
del dopoguerra secondo le mentalità, i problemi e il linguaggio
adeguati alla cultura del duemila.
La nostra era una scelta fra le molte che si aprivano allora di fronte
al laicato da parte di terzi ordini, confraternite e specialmente istituti
secolari che Pio XII aveva ratificato con il decreto Provida Mater
Ecclesia, del 2 febbraio 1947 collocandoli alle dipendenze della
Congregazione dei Religiosi. In questo modo il grande pontefice due
volte romano aveva esaltato la presenza del laicato nella Chiesa anticipando
lo spirito della Lumen gentium e della Gaudium et spes
del concilio Vaticano II
Questo spirito animava anche la nascente Società Operaia, ma
la nostra era una scelta creativa in quanto desiderava distinguersi
dalle forme di consacrazione dei laici con emissione di voti perché
la vita dell'«operaio» potesse più efficacemente
affermarsi nel contesto sociale senza modificare le caratteristiche
del semplice laico, ossia di «laici come laici» per usare
l'espressione corrente in quel primo incontro romano.
Un aspetto nuovo della Società Operaia consisteva nel collegare
la nostra vocazione al mistero di Gesù nel Getsemani, perché
questa spiritualità assicura all'«operaio» spesso
isolato, incompreso, impaurito e tradito, il modello palpitante dell'Uomo-Dio
di cui l'«operaio» ha bisogno per accettare, adorare e servire,
in ogni caso, il volere di Dio.
Il racconto del Getsemani narrato da Giovanni, incomincia con queste
parole: «Gesù uscì con i suoi discepoli, al di là
del torrente Cedron, ove era un giardino nel quale entrò egli
e i discepoli suoi» (Gv 18,1). Marco completa: «E vengono
in un podere di cui il nome è Getsemani» (Mc 14,32).
Qualcosa di simile noi sentivamo che era avvenuto e Mary con noi. L'imperscrutabile
volontà di Dio, sapiente e amante, aveva condotto i primi «operai»
al di là della preistoria di una vocazione nascente, in un giardino
chiamato Getsemani.
Capitolo
8 -
Mary <<Operaia>> di Cristo
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Edizioni A.V.E 1987
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