Avendo preso parte al lungo e travagliato
periodo della fecalizzazione di un laicato autentico, senza voti religiosi
ma impegnato a mettere ogni sua forza a servizio delle anime in cerca
di verità, e avendo previsto la fecondità dello spirito
getsemanico per chi lavora nelle opere promosse da questo laicato, Mary
si considerò «operaia» prima che fosse decisa la
costituzione della Società Operaia Femminile.
La comparsa esterna di Mary nella vita della Società Operaia
fu quando la mattina del 28 ottobre 1946 tre macchine partirono da Roma
alla volta di Montevergine e, dopo una sosta al santuario di Pompei,
raggiunsero nella serata il monastero. La comitiva era guidata dal cardinale
Fossati arcivescovo di Torino accompagnato da monsignor Brusa e da un
gruppo di «operai» che avevo scelto fra i reparti di Roma,
Torino e Firenze conducendo con me anche Mary.
Questo viaggio aveva lo scopo di riportare a Torino la santa Sindone
che era stata trasportata privatamente in automobile da Torino a Montevergine
e consegnata all'abate del monastero da monsignor Brusa il 25 settembre
1939.
Allora infatti, la Casa Savoia, proprietaria della Sindone, preoccupata
di portarla in salvo da eventuali offese belliche, chiese di poterla
ricoverare presso la Città del Vaticano. La Santa Sede rispose
facendo osservare che anche questo ricovero poteva non essere sicuro
e il cardinale Maglione, segretario di Stato, consigliò come
luogo di sfollamento il santuario di Montevergine che si trova a 1200
metri di altitudine nei pressi di Avellino. Contrariamente alle previsioni,
anche il Monastero di Montevergine si trovò per un certo periodo
nell'immediata vicinanza del fronte quando avvenne lo sbarco degli alleati
a Salerno, ma più fortunato del monastero di Montecassino non
fu danneggiato dalle azioni di guerra e usato soltanto come osservatorio
dagli italiani, dai tedeschi e dagli americani. In questo modo la Sindone,
conservata sotto l'altare nel coro di notte del monastero, fu salva.
Nel giugno 1946, dopo il referendum istituzionale, Umberto II scriveva
una lettera al cardinale Fossati nella quale veniva affidata all'arcivescovo
di Torino la custodia della Sindone, mentre la proprietà veniva
rivendicata alla Casa Savoia, essendo dichiarata la reliquia stessa
«inalienabile».
Il cardinale Fossati, a cui spetta il grande merito di aver ottenuto
tale documento evitando che la Sindone fosse trasferita all'estero,
stabilì di riportare la reliquia a Torino nell' apposita cappella
del Juvara annessa al duomo.
L'invito del cardinale Fossati di associarmi nel trasporto della Sindone
da Montevergine a Torino, conseguiva al fatto che ero stato nominato
da lui presidente della CIAC di Torino e che poi egli aveva seguito
con sentimento di affettuosa paternità spirituale la mia chiamata
a Roma da parte di Pio XI e la fondazione della Società Operaia
della quale condivideva le motivazioni e la spiritualità. A motivo
di questa, particolarmente legata alla passione del Signore, il cardinale
Fossati aveva voluto essere accompagnato nel suo viaggio a Montevergine
da un gruppo di «operai» di mia scelta.
Fu soltanto a Montevergine che il cardinale Fossati palesò il
suo intento di procedere a una rapida ricognizione della Sindone sia
per dimostrare la sua riconoscenza ai monaci che l'avevano conservata
per sotte anni, sia perché il trapasso della preziosa reliquia
richiedeva, a scanso di ogni responsabilità, questo accertamento.
La cerimonia ufficiale della riconsegna avvenne intorno alla mezzanotte
essendo stata preceduta da una mia conferenza intesa ad illustrare la
reliquia. La Sindone fu prelevata dal suo ricovero e si formò
un corteo di autorità religiose, di monaci e di «operai»
oranti che la trasportarono nella sala capitolare dove, sopra un lungo
tavolo coperto da tovaglie di altare, l'ostensione notturna ebbe luogo.
La Sindone era contenuta in una duplice custodia costituita dalla cassa
di legno rivestita di tessuti preziosi che ordinariamente la racchiude,
a sua volta contenuta in una cassa da imballaggio rivestita di tela
sulla quale erano stati apposti dei cartelli che recavano la scritta
«Reliquiari».
Estratto il rotolo della Sindone celato in un avvolgimento di seta rossa,
il cardinale Fossati sciolse gli ultimi nastri e distese il tessuto.
Al cospetto della reliquia l'atmosfera di attesa si trasformò
in commossa devozione che si espresse nella meditazione e nella preghiera
di ciascuno dei presenti. L'ostensione durò venti minuti dalle
0.10 alle 0.30 del 29 ottobre 1946.
Così fu che Mary prese parte a questa cerimonia che ha contrassegnato
simbolicamente gli inizi della Società Operaia e che fu uno dei
motivi per cui decidemmo di fondare la rivista di vita spirituale Tabor.
Il primo numero di questa rivista nel quale il recupero della Sindone
viene descritto, illustrato e vengono esposti anche i rilevamenti scientifici
che allora furono possibili, compare nel successivo gennaio 1947.
Come «operaia», Mary fiancheggiò il lavoro della
Società con l'intelligenza, l'intuizione e l'instancabilità
di cui era dotata. Molto devono a lei le iniziative maturate nel periodo
degli anni dai quaranta ai sessanta.
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- parte
II