Della partecipazione di Mary a quanto è stato realizzato allo
scopo di arricchire la Chiesa, sono stato testimone diretto, non solo
come attento osservatore di un'attività offerta silenziosamente,
ma anche come fruitore di preziosi suggerimenti.
Questi non mi sono mai giunti come indicazioni sul da farsi, come
sarebbe stato umanamente da aspettarsi da una persona che aveva fuso
con tanto perfezione la sua vita spirituale con il suo impegno di
azione.
Dalle testimonianze di chi l'ha conosciuta è unanime il riconoscimento
della sua delicatezza, del suo defilarsi silenziosa dopo un intervento
determinante per la realizzazione del bene.
Era straordinaria la sua umiltà nell'impormi un suo convincimento,
il quale aveva il potere di farmi riflettere su un risultato che ritenevo
di aver raggiunto e di avere saldamente radicato al mio gusto e alla
mia esperienza.
Parlerò della realizzazione del Getsemani di Casale Corte Cerro,
dato che durante le estati dei due anni che furono necessari per la
progettazione e costruzione, sono stato ospite nell'antica casa dei
Calderoni-Gedda nel paese, durante i periodi in cui la Mary, in grado
di camminare ancora discretamente, continuava la sua attività
e trascorreva la sua vita di preghiera nell'ambiente salutare e sereno
delle montagne a lei tanto care.
Arrivai con un progetto che mi era costato molta fatica, perché
dopo frequenti incontri con il Padre Righini che dirigeva una casa
di Esercizi, la Villa Santa Croce sulla collina torinese, credevo
di avere ben chiaro il programma di un complesso destinato ai ritiri
per la meditazione e la formazione del cristiano. Avevo anche scoperto
a Torino la bellezza della vocazione «operaia» e confinato
com'ero sulle montagne della Val d'Aosta, avevo approfondito il tema
architettonico molto caro: quello della Casa per Esercizi Spirituali.
Ecco perché quando nel 1948 Luigi mi parlò del programma
di Casale Corte Cerro, aderii ad esso con entusiasmo e piena convinzione.
Mi misi subito al lavoro.
La mia era una casa ispirata ai dettami per la ricerca della perfezione
intcriore dell'anima. Nella Cappella come nelle aule per la meditazione
ognuno compiva uno sforzo di astrazione dagli altri esercitandi per
porsi frontalmente, da solo, con Gesù eucaristico e con il
predicatore. Nel progetto tutto ciò era cercato e anche le
camere dei singoli erano confortevolmente capaci per viverci buona
parte della giornata in isolamento, con un'apertura panoramica distinta,
quasi personalizzata dalla finestra che gli competeva. Anche i corridoi
erano curvi per avere la possibilità di vedere il meno possibile
i propri compagni di corso.
La Mary, salendo faticosamente nel bosco per un ripido sentiero che
dalla casa Gedda conduceva al rustico fienile di proprietà
della famiglia, centocinquanta metri più in alto, mi sollecitava
a scoprire le bellezze della vallata e dei laghi sottostanti. Di tanto
in tanto sostava e quella era l'occasione per recitare assieme una
decina del Rosario, per meditare sulla Via Crucis, o per dire una
coroncina operaia. Senza apparire mi voleva far capire che quella
terra acquistata dai suoi antenati per essere coltivata, era stata
destinata da Dio a frutti ben più prodigiosi, trasformandosi
tutta in Santuario assieme alla casa che su di una parte d'essa si
cominciava a costruire.
Ogni salita al cantiere era per lei l'occasione per farmi scoprire,
e proprio secondo i quattro punti cardinali, angoli di paradiso terrestre,
dove si potevano prevedere sviluppi di luoghi di preghiera per tutti
i futuri devoti frequentatori e pellegrini. Erano i luoghi che lei,
fin da bambina, aveva prediletto. La cascata del torrente, bella e
impressionante, pareva disposta per accogliere la Madonna, come realizzazione
della figura del Cantico: «Sorge come l'aurora, bella come la
luna, fulgida come il sole, maestosa come schiera a vessilli spiegati
[...]». Accanto ad essa, un breve ripiano isolato dal rumore
e dall'irruenza del salto d'acqua, si poteva collocare la Memoria
dei morti della Società Operaia.
Più in basso, su un belvedere della vallata, san Giuseppe poteva
vegliare sul Bambinello e sugli ospiti oranti. La radura nel bosco,
sopra il vecchio fienile, era luogo ideale per la collocazione di
una statua dell'Angelo consolatore. Sullo strapiombo di quell'immenso
sasso chiamato Runciuni, era il luogo adatto per la Cappella
dello Spirito Santo che scende sugli uomini per realizzare la pienezza
dei tempi.
Ma la realtà più significante dell'ascesa spirituale
della Mary resta per me il percorso faticoso che facevamo per raggiungere
il cantiere. Il richiamo alla Via Dolorosa di Gerusalemme doveva essere
modello per la salita alla casa. Molti si chiedono perché non
si è fatta una strada carrozzabile. La Mary, che certamente
fin da allora prevedeva la sua immobilità e quindi la prossima
impossibilità di percorrere il lastricato di granito che si
stava facendo, non l'ha mai desiderata, per non rompere l'incanto
di un luogo tutto sacro, angolo di montagna aperto e raccolto come
segno divino della Creazione. Essa era sicura che quel luogo avrebbe
avuto altrettanta efficacia sui buoni frutti degli Esercizi, quanto
la casa che, col nostro intervento imperfetto, ponevamo al centro
dell'opera possente di Dio.
Nel fulcro della casa un'idea nuova fu quella della cripta. Nella
Mary era spontanea la sensibilità della famiglia spirituale
che fa dell'Agonia di Gesù il punto d'incontro temporaneo,
ma di ininterrotto sostegno, durante l'attuazione delle opere. La
disposizione dei banchi forma un cerchio attorno alla statua del Cristo
disteso sulla roccia del Getsemani.
Durante quelle estati passarono per Casale Corte Cerro anche gli artisti
che si predisponevano a decorare la chiesa, la cripta e i luoghi esterni
di cui s'è detto. Le tendenze dell'epoca vi erano ben rappresentate;
dal classicismo del Prini, allo spontaneismo di don Coltellini, all'impressionismo
geometrizzante di Rossi. La Mary li ascoltava tutti e comprendeva
che nelle loro differenze d'espressione c'era la scelta onesta, sincera
e sofferta di esaltare Dio attraverso la loro arte. Per lei l'autenticità
e la bellezza era in questo fervore di ricerca del Creatore e del
Creato attraverso intelligenze e sensibilità inconfondibili,
personalizzate. Son sicuro che li sentiva come operai della messe
e loro, gli artisti, erano stimolati da questa fiduciosa attesa di
bello e di bene. Posso testimoniare che per alcuni di essi (anche
un marxista e un mazziniano) c'era la convinzione che dai credenti
in Cristo non era possibile aspettarsi che la richiesta di immaginette
stereotipate e sdolcinate; l'incontro con Mary fu una rivelazione
che li convinse ad approfondire la ricchezza d'ispirazione che offre
la Fede.
Ho parlato di «immaginette» e qui devo riconoscere che
mi ci è voluto molto tempo a capacitarmi che la stessa convinta
persona che aveva compreso gli esponenti di un'arte d'avanguardia,
incoraggiasse la scelta di statuine e medagliette da esporre nelle
rivendite di oggetti religiosi. Non le nascosi la mia perplessità
e lei, con la dolcezza abituale, mi persuase della coerenza della
sua convinzione: gli artisti realizzano il bene che hanno la capacità
di trasmettere; non tutti però possono esserne ricettori perché
le loro opere vanno capite attraverso la preparazione e lo sforzo.
Solo con questi si può intendere l'espressione della grandezza,
della bontà e della potenza di Dio, contenute in un quadro
o in una scultura d'autore. Per la gran parte dei fedeli la luce d'uua
vetrata, la tecnica d'un mosaico può essere bella ma non ha
poteri edificanti.
Per la Mary tutto doveva trascinare a Dio, tutti dovevano essere stimolati
a raggiungere quello squarcio d'ascetismo che il Signore ci permette.
Anche l'immaginetta ha questo potere e lei la univa con naturalezza
alle cose grandi che servono alla gloria di Dio.
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- parte III