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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

"Ego Sum"

Quando il volere di Dio è chiaro, l'anima deve assumerlo come un impegno personale e inderogabile.
Mentre nel Getsemani rifulge la mitezza di Gesù sia verso Giuda, come verso Malco, rifulge nel medesimo tempo la sua inesorabile fermezza nel realizzare il volere del Padre.
Gesù poteva fuggire. L'evangelista Giovanni ce lo fa capire molto bene, là dove descrive la turba che, sulle piste di Giuda, penetra nel Getsemani.
Era notte e quei sicari non conoscevano il Nazareno. Gesù, dunque, avrebbe potuto fuggire con il favore delle tenebre.
Ma la fuga in quel momento avrebbe significato evasione al volere del Padre. Il Cristo non fugge.
Ma non basta; Egli consegna se stesso a chi lo vuole catturare, perché «processit» (Giov.18,4) significa appunto che il Cristo si fece incontro alla turba che lo cercava.
Più ancora, Gesù qualifica la sua identità dicendo per due volte: «Ego sum». (Giov.18,5-8) «Ego sum»: è la formula getsemanica per l'anima chiamata a obbedire, oppure a rispondere delle proprie azioni.
Non può nascere questa dichiarazione che da una coscienza fondata sulla roccia della fede e costruita con il cemento della grazia.
Queste due parole rappresentano il blasone della coscienza cristiana che non conosce la viltà.
Il calice è amarissimo, ma Gesù non esita, si fa avanti e dichiara: «Sono io».

Si parla, talora, di retorica della sofferenza, della solitudine e del distacco.
Se vi è della retorica, certamente non scaturisce dal Getsemani. L'esempio di Gesù è di una concisione che non ha chi la superi.
Se Tacito possiede una «concinnitas» letteraria, il Gesù del Getsemani dimostra ed insegna la «concinnitas» insuperabile della semplicità di chi assolve cristianamente il proprio dovere.
Così, con fermezza e senza posa, con precisione e senza commento.
É la condotta che parla e le parole, in questo caso, non sono a commento della condotta, ma ne fanno parte. «Sono io».

L'innocente si presenta a pagare il fio della Sua rappresentanza e del suo mandato.
Inginocchiamoci e preghiamo così:

«O Gesù Signore, che ti costituisci con la semplicità dell'innocente e con divina signorilità, Tu che non fuggi di fronte alla responsabilità personale ed affronti la tristezza e l'amaro delle sue conseguenze, insegna a quest'anima che si smarrisce di fronte al peso delle sue responsabilità la via dell'onore cristiano, dell'umile fermezza, della dolcezza eroica.
«Sono io» ripetilo quando la mia anima incontra il dolore, perché Ti veda dinanzi a me come un esempio e Ti senta al mio, fianco come il conforto».

Luigi

 

 

Lettera gennaio 1953

 

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