Quando il volere di Dio è chiaro, l'anima
deve assumerlo come un impegno personale e inderogabile.
Mentre nel Getsemani rifulge la mitezza di Gesù sia verso Giuda,
come verso Malco, rifulge nel medesimo tempo la sua inesorabile fermezza
nel realizzare il volere del Padre.
Gesù poteva fuggire. L'evangelista Giovanni ce lo fa capire
molto bene, là dove descrive la turba che, sulle piste di Giuda,
penetra nel Getsemani.
Era notte e quei sicari non conoscevano il Nazareno. Gesù,
dunque, avrebbe potuto fuggire con il favore delle tenebre.
Ma la fuga in quel momento avrebbe significato evasione al volere
del Padre. Il Cristo non fugge.
Ma non basta; Egli consegna se stesso a chi lo vuole catturare, perché
«processit» (Giov.18,4) significa appunto che il Cristo
si fece incontro alla turba che lo cercava.
Più ancora, Gesù qualifica la sua identità dicendo
per due volte: «Ego sum». (Giov.18,5-8) «Ego
sum»: è la formula getsemanica per l'anima chiamata a
obbedire, oppure a rispondere delle proprie azioni.
Non può nascere questa dichiarazione che da una coscienza fondata
sulla roccia della fede e costruita con il cemento della grazia.
Queste due parole rappresentano il blasone della coscienza cristiana
che non conosce la viltà.
Il calice è amarissimo, ma Gesù non esita, si fa avanti
e dichiara: «Sono io».
Si parla, talora, di retorica della sofferenza, della
solitudine e del distacco.
Se vi è della retorica, certamente non scaturisce dal Getsemani.
L'esempio di Gesù è di una concisione che non ha chi
la superi.
Se Tacito possiede una «concinnitas» letteraria, il Gesù
del Getsemani dimostra ed insegna la «concinnitas» insuperabile
della semplicità di chi assolve cristianamente il proprio dovere.
Così, con fermezza e senza posa, con precisione e senza commento.
É la condotta che parla e le parole, in questo caso, non sono
a commento della condotta, ma ne fanno parte. «Sono io».
L'innocente si presenta a pagare il fio della Sua
rappresentanza e del suo mandato.
Inginocchiamoci e preghiamo così: