Carissimi Fratelli,
alla vigilia dei nostri esercizi spirituali, raccogliamoci a pensare
che essi rivestono, quest'anno ed a motivo dell'Anno Santo, un significato
particolare.
Se vogliamo «sentire» con la Chiesa dobbiamo dire a noi
stessi che questo dev'essere un anno di liberazione e di più
ardente consacrazione al Signore.
Questa occasione è molto opportuna per rigenerare la nostra anima
e per mettere a posto distanze e prospettive.
Fa parte degli inizi quello di considerare la vita di consacrazione
come un bene che facilmente si conquista e si conserva con un'azione
negativa e cioè evitando il male con le sue manifestazioni.
Poi, durante la vita, si capisce che questa è soltanto una verità
parziale e che il dono della consacrazione e cioè la santità
può essere conquistata, come il Paradiso, soltanto dai violenti.
Questo termine, peraltro, va spiegato, perché non si riferisce
alla violenza del linguaggio comune, bensì alla forza spirituale
capace di vincere, di forzare e cioè di «violare»
la giustizia di Dio, sollecitando e puntando sulla Sua Misericordia.
Questa violenza è la forza spirituale che irradia dai mansueti,
dai costanti, dai pazienti, dai buoni, da quelli che hanno una fede
che resiste ad ogni prova, da quelli che ricercano pazientemente, nelle
viscere della propria vita, la voce della volontà di Dio e la
seguono, per misteriosa che sia.
A questo atteggiamento spirituale che corrisponde tanto bene a quello
del Santo Cuore «mite ed umile» Iddio non è capace
di resistere e piega la Sua Onnipotenza ad assecondare la preghiera
dell'uomo che sa essere tale.
Un aspetto che mi sembra molto importante è poi questo: come
nella vita fisica, la scienza ha ormai dimostrato che non possono esistere
nel tessuto dell'umanità del passato del presente e del futuro,
due individui somaticamente identici, così nella vita dell'anima
non esiste standardizzazione.
Forse è una meraviglia della creazione anche questa che tutti
gli uomini siano caratteristici e cioè differenti l'uno dall'altro,
così da offrire a Dio un omaggio variato e concorde ad un tempo.
A questa «personalità» spirituale di ciascun uomo
che Duns Scoto chiama l'ecceitas, corrisponde un dono di grazia da parte
di Dio parallelo e adeguato.
E proprio di questa grazia «su misura» di cui abbiamo bisogno,
perciò non soltanto la virtù deve personalizzarsi secondo
il programma assegnato da Dio a ciascuno di noi, ma anche la preghiera
deve passare dal corale indistinto all'invocazione personalizzata, ed
a volte agonizzante.
L'Anno Santo ci ripropone lo studio della realtà spirituale nella
quale siamo immersi in termini di verità meglio conosciuta, più
amata, e seguita con una determinazione più virile, in umiltà
che distrugga ogni passione e che meriti ogni grazia.
Torniamo quindi agli esercizi non trascinando la nostra anima, ma con
lo spirito dell'esploratore che parte alla conquista di nuove terre
e di nuovi cieli.
Le profondità inesauribili ed inesprimibili del volere di Dio
ci attraggano con il loro fascino e non lascino che l'anima nostra si
acquieti nella mediocrità di chi si accontenta ed interrompe
il cammino.