|
|
Carissimi fratelli,
è giovedì sera e mi trovo immobilizzato
in casa da una molto noiosa periostite dentaria. Ho pregato pensando
a voi che in ogni parte d'Italia siete raccolti nell'ora Getsemanica
ed ora completo la serata con alcuni pensieri che Padre Morlion chiamerebbe
metodologici.
Infatti possono servire per confermare il metodo operaio di fronte a
qualsivoglia applicazione pratica.
Noi siamo figli del nostro tempo e come tali soggetti alle doti positive
e alle doti negative dell'uomo della strada 1951 le quali non corrispondono
esattamente alle corrispettive caratteristiche di altre epoche storiche.
Perciò è bene conoscere queste stigmate dell'umanità
contemporanea perché dobbiamo valutarle criticamente e stabilire
se, come e quando accettarle.
Uno degli aspetti caratteristici degli uomini che vivono nella civiltà
del '900 è certamente quello della facile impressionabilità.
Senza voler offendere il sesso femminile, ma solo per farmi intendere,
oso dire che oggi anche gli uomini denotano spesso un carattere femminile
e cioè sono vittime della prima impressione, dello stato d'animo,
del sentimento. Non solo le donne ma anche gli artisti hanno di solito
un carattere di questo genere, ma ciò non vuol dire che gli uomini
di oggi abbiano una speciale capacità artistica; l'arte è
una costruzione molto elaborata che richiede molta fatica e molta dedizione
per tradurre in forme di compiuta bellezza lo stato d'animo dell'artista,
mentre gli uomini d'oggi amano poco lo studio e la fatica del pensiero.
Mentre si nota questa tendenza e se ne raccolgono frutti sconcertanti,
dobbiamo affermare in sede operaia la necessità di non cedere
a questo andazzo, ma di affermare la priorità dell'intelligenza
sul sentimento nella guida delle nostre azioni. Il buon operaio dev'essere
un uomo di pensiero; non sulla prima impressione deve regolare il suo
giudizio ed il suo comportamento, ma sopra un esame spassionato, logico,
stringente degli avvenimenti che lo riguardano o che, in qualche modo,
lo interessano.
II pensiero è un'operazione difficile che richiede tempo, isolamento
e volontà. Perciò un buon giudizio viene maturato in sede
di riflessione e proseguito anche se la disanima del pro e del contro
richiede sforzo di applicazione.
Di fronte alle novità, soprattutto, non dobbiamo essere degli
immediati. La fretta, guasta. Si prenda tempo, si sospenda il giudizio,
si preghi e, se del caso, si chieda consiglio. Evidentemente questo
lodevole sforzo di pensiero non dove diventare criticismo e cioè
remora e passività; ogni eccesso è dannoso.
Il giusto equilibrio del pensiero talora si raggiunge attribuendo il
necessario valore al principio d'autorità il quale, per la grazia
di stato che lo contraddistingue, può sostituirsi al pensiero
del singolo.
Ma anche in questo caso, l'ubbidienza non significa abdicazione del
pensiero, ma adesione di esso a criteri più alti, come quello
della disciplina, dell'unità e dell'umiltà; anche questa
accettazione è una forma altissima di pensiero.
Bisogna, cioè, in ogni caso procedere razionalmente sia affermando
il proprio punto di vista opportunamente ponderato, sia accettando,
quando è necessario, il punto di vista di un Superiore in quanto
riconosciamo attraverso lui una nostra indiretta dipendenza da Dio.
Non voglio tralasciare di dire che anche il sentimento ha molti pregi;
non chiedo l'abolizione del sentimento, ma la sua sottomissione ai dettami
del pensiero che nell'uomo in genere, nel cristiano in specie e nell'operaio
a maggior ragione, ha per natura e deve avere per grazia il primato
sopra ogni altra attività dell'uomo.
Scusatemi se così in fretta e con parole povere ho steso questi
appunti di metodo. Sarebbe molto bello che la mia frettolosa esposizione
fosse da voi ripresa e approfondita.
A quando una discussione operaia intorno a questi e consimili argomenti?
Sarebbe una dimostrazione pratica che la dignità del pensiero
è riconosciuta, rispettata e applicata.
Un affettuoso abbraccio dal vostro
Luigi
|
|

Lettera luglio 1951
|
Per
tornare a "Lettere"
|