Capitolo I
LA PREGHIERA
DI GESU’
AL PADRE PRIMA DEL GETSEMANI
Gv 17, 1 -
«Padre [...] "
13 - ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel
mondo perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.
14 - Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché
essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
15 - Non chiedo che tu li tolga dal mondo,
ma che li custodisca dal maligno.
16 - Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
17 - Consacrali nella verità. La tua parola è verità.
18 - Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel
mondo;
19 - per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi
consacrati nella verità.
20 - Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro
parola crederanno in me;
21 - perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei
in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché
il mondo creda che tu mi hai mandato.
22 - E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché
siano come noi una cosa sola.
23 - Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità
e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato
me.
24 - Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me
dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi
hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.
25 - Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto;
questi sanno che tu mi hai mandato.
26 - E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere,
perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in
loro» (Giovanni 17, 13-26).
Gv 18, 1 - «Detto questo, Gesù uscì con i suoi
discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove
c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli»
(Giovanni 18, 1).
Il Getsemani è
un podere ai margini dell'antica Gerusalemme, sul fondo di una valle
nella quale scorreva il torrente Cedron, podere coltivato a olivi dove
Gesù quando si trovava nella capitale si ritirava per riposare
e pregare.
L'ultima volta del suo ritiro nel Getsemani ha luogo con i discepoli
dopo la celebrazione della Pasqua nel Cenacolo, in città, e dopo
che Giuda, consumato il pasto dell'agnello, si era allontanato per consumare
il suo tradimento.
Fu allora che Gesù istituì l'Eucarestia intesa a rendere
permanente la sua presenza fra gli uomini e approfittò della
circostanza per pronunciare un importante discorso inteso a dare luce
e conforto a Pietro e agli altri dieci che diventeranno, come apostoli,
i fondatori della Chiesa Universale.
Ultimato tale discorso, Gesù si rivolge al Padre con una preghiera
che ha una fondamentale importanza in quanto precede la sua uscita dal
Cenacolo nel buio della notte per andare al Getsemani e riflette il
pensiero di Gesù come Dio, ma anche lo sgomento di Gesù
come uomo il quale ben sapeva che dove sarebbe andato avrebbe dovuto
affrontare la notte dell'agonia, l'arresto e l'inizio alla sua passione.
Perciò questa preghiera che è sublime ma anche complessa
e concitata esprime efficacemente lo stato d'animo dell'Uomo-Dio nell'imminenza
del Getsemani e può essere definita la preghiera pre-getsemanica
di Gesù.
Cercheremo di ricostruire il filo logico di questa preghiera che è
per un lato quasi il testamento di Gesù, per l'altro una ricapitolazione
della storia sua e della intera umanità dalla creazione ad oggi.
Per facilitare questa ricostruzione, abbiamo messo i numeri all'inizio
dei versetti del testo del Vangelo di San Giovanni che abbiamo riportato,
al quale rimandiamo nel corso della esposizione di questo capitolo.
In questo modo possiamo partire dalla fine del versetto 24, leggendo
le parole che Gesù rivolge al Padre: «Tu mi hai amato
prima della creazione del mondo».
Nel «Credo» che si recita durante la Messa si esprime con
un maggior numero di parole questo medesimo concetto: «Gesù
Cristo [...] unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti
i secoli, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non
creato, della stessa sostanza del padre».
Mentre Gesù è il figlio naturale di Dio Padre, noi uomini
siamo figli adottivi creati lungo la catena delle generazioni che parte
da Adamo ed Èva, catena che Dio Padre ha voluto e previsto. Gesù
vuole parlare al Padre di questi figli adottivi: «Io ho dato a
loro la tua parola, (cfr. versetto 14) [...] tu [...] li hai amati come
hai amato me (cfr. versetto 23)». Questo sentirci amati come Dio
Padre ama il suo figlio unigenito Gesù Cristo ci conferisce una
dignità immensa che non dobbiamo mai dimenticare. Siamo stati
creati da Dio Padre con lo stesso infinito amore con il quale ha generato,
prima che il tempo fosse, il figlio unigenito.
Con queste parole la preghiera di Gesù ci riporta al Paradiso
terrestre quando Dio Padre si intratteneva con Adamo ed Eva che aveva
creato intelligenti e liberi a sua immagine
e somiglianza. Il peccato originale alterò il rapporto di amore
che riguardava anche potenzialmente ciascuno di noi e procurò
all'uomo la severa condanna che leggiamo nella Bibbia: «Poiché
hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di cui
ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per
causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua
vita. [...] Con sudore del tuo volto mangerai il pane; finché
tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere
tu sei e in polvere tornerai!» (Gn 3, 17-19).
Però l'amore di Dio per le sue creature non cambia benché
rimanga nascosto, e si manifesta con un progetto misterioso e sublime
scegliendo nella terra di Ur, in Caldea, una famiglia, quella di Abramo,
che avrebbe dato al mondo, come uomo, il suo figlio naturale: Gesù
Cristo.
Attraverso le successive generazioni di questo «popolo eletto»
si giunse a Mosé al quale Dio Padre esprime la sua volontà
rivelando i dieci comandamenti, ai quali Gesù aggiunge l'undicesimo
nel discorso rivolto dopo la cena pasquale ai discepoli dicendo: «Vi
dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come
io vi ho amato» (Gv. 13,34) e, poco oltre, soggiunse: «Questo
ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia
piena» (Gv. 15,11).
Ciò che ha detto ai discepoli Gesù ora lo ripete al Padre
a proposito dei suoi discepoli, come si legge al versetto 13: «Ora
io vengo a te e dico queste cose mentre
sono ancora nel mondo perché abbiano in sé stessi la pienezza
della mia gioia».
Evidentemente, anche se il Getsemani sarà per Gesù e per
i discepoli una severa prova di fedeltà al volere di Dio, il
Getsemani è un passaggio che porta alla gioia.
In altri termini, il Getsemani ha lo scopo di trasformare la tristezza
in gioia perché ci permette di vivere nel tempo, e certamente
di vivere nell'eternità con Lui, come vive Lui.
Passiamo ora alla seconda parte della preghiera di Gesù al Padre
trasferendo la nostra lettura al versetto 19 dove Egli parla del suo
rapporto con i discepoli: «Per loro io consacro me stesso, perché
siano anch'essi consacrati nella verità».
Queste fortissime parole che allora riguardavano i discepoli, oggi riguardano
tutti i cristiani perché diventino «operai di Cristo».
Non si tratta di un legame romantico ma di una concreta disponibilità,
cioè di una consacrazione reciproca. Il Cristo si consacra al
suo «Operaio» in quanto il suo Operaio si consacra a Lui.
Parlando a suo Padre, Gesù scolpisce le finalità per cui
ha scelto quei suoi discepoli; leggiamo questa sua volontà al
versetto 18: «Come tu mi hai mandato nel mondo anch'io li ho mandati
nel mondo». La missione dei discepoli è dunque quella di
annunziare Lui agli uomini, di farli credere in Lui, in altre parole
di evangelizzare il mondo.
Infatti la parola Vangelo, che deriva dal
greco, significa «buon messaggio». Però l'incarico
non si limita a quegli undici ma si estende fino al presente, in quanto
Gesù continua la sua preghiera al Padre dicendo: «Non prego
solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno
in me» (cfr. versetto 20).
L'incarico, in questo modo, giunge agli Operai di Cristo che hanno ricevuto
dalla parola di quegli undici, e cioè dalla Chiesa, il messaggio
che devono trasmettere, diventando degli evangelizzatori del mondo il
quale oggi ha bisogno, come ripete ogni giorno Giovanni Paolo II, di
una «nuova evangelizzazione».
Mentre la popolazione della terra ha oltrepassato i cinque miliardi,
quella dei cristiani raggiunge a malapena un miliardo che i mezzi della
tecnica moderna logorano e terrestrizzano.
Dunque il mandato dell'evangelizzazione è oggi un impegno individuale
preciso e indifferibile anche se arduo.
Gesù lo riconosce e lo dichiara nella preghiera che rivolge al
Padre (cfr. versetto 14 e 15). Egli dice: «Io ho dato a loro la
tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo,
come io non sono del mondo. Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma
che li custodisca dal maligno».
La sua preghiera è certamente accolta dal Padre. Ciononostante
egli la ripete (cfr. versetto 16) dimostrando così la sua preoccupazione
per la sproporzione di numero e di cultura umana fra quanti credono
in Lui e quanti non credono e odiano i credenti.
Perciò Gesù raccomanda al Padre quella povera gente di
Galilea che in quel momento è con Lui e anche quella poca gente
che la Chiesa raccoglierà nel futuro di fronte alla subentrante
eccessiva e proliferante popolazione del pianeta.
Questa ripetizione «essi non sono del mondo» (cfr. versetto
16) è molto significativa anche perché include la dichiarazione
che i cristiani, non essendo del mondo, appartengono in quanto tali
e fino d'ora al regno di Dio.
Questa appartenenza è tanto importante che Gesù intende
farne oggetto della sua preghiera al Padre. Difatti è possibile
individuare una terza parte della sua complessa e appassionata preghiera
dedicata a questo fine che si può leggere ai versetti 21, 22,
24.
«Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi
una cosa sola. [...] Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato
siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria,
quella che mi hai dato».
Con questa preghiera Gesù intende preparare sé stesso
e i suoi discepoli al Getsemani imminente. Le sue parole oltrepassano
il tempo e ipotecano l'eternità. I discepoli le ricordano come
dimostra la memoria di Giovanni che le ha riportate nel suo Vangelo.
Ma sul momento non sono in grado di capirle non avendo ancora ricevuto
lo Spirito Santo. Difatti nel Getsemani i discepoli non vegliano e non
pregano come avrebbero dovuto.
Noi invece possiamo e dobbiamo attingere da questa preghiera pregetsemanica
di Gesù tutta la forza che essa esprime per trovarci all’altezza
di affrontare il Getsemani come lo ha affrontato Gesù. Pensando
che il Getsemani è il giardino nel quale ogni uomo deve passare,
per ritornare nell'amore ricambiato con Dio Creatore, come quello che
regnava nel Paradiso Terrestre e, più ancora, come quello che
regnerà nel Paradiso Celeste.
La finalità del Getsemani è di portarci da quella che
viene chiamata l'immanenza nella quale il mondo è confinato,
a livello della trascendenza secondo un grado che supera il livello
conosciuto da Adamo ed Eva, perché il Getsemani, vissuto con
noi e per noi da Gesù, ci permette di raggiungere un'intima unione
con Lui e con il Padre.
Gli Operai di Cristo devono fin da ora vivere nella trascendenza e il
Vangelo ci dimostra che questo può avvenire per azione dello
Spirito Santo. Come è Lui che transubstanzia il pane e il vino
nel corpo e nel sangue di Cristo, così è Lui che ha trasformato
i discepoli in apostoli, così è Lui che può trasformare
gli Operai di Cristo in evangelizzatori facendoli capaci di capire lo
spirito con il quale Gesù uscì dal Cenacolo e andò
al di là del torrente Cedron, «dove c'era un giardino nel
quale entrò con i suoi discepoli».
Capitolo
II - IL PUNTO FOCALE DELLA
SPIRITUALITA' GETSEMANICA