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Scritti di Luigi Gedda

Capitolo I

LA PREGHIERA DI GESU’
AL PADRE PRIMA DEL GETSEMANI

Gv 17, 1 - «Padre [...] "
13 - ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.
14 - Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

15 - Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno.
16 - Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
17 - Consacrali nella verità. La tua parola è verità.
18 - Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo;
19 - per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.
20 - Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me;
21 - perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
22 - E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.
23 - Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
24 - Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.
25 - Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato.
26 - E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Giovanni 17, 13-26).
Gv 18, 1 - «Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli» (Giovanni 18, 1).

Il Getsemani è un podere ai margini dell'antica Gerusalemme, sul fondo di una valle nella quale scorreva il torrente Cedron, podere coltivato a olivi dove Gesù quando si trovava nella capitale si ritirava per riposare e pregare.
L'ultima volta del suo ritiro nel Getsemani ha luogo con i discepoli dopo la celebrazione della Pasqua nel Cenacolo, in città, e dopo che Giuda, consumato il pasto dell'agnello, si era allontanato per consumare il suo tradimento.
Fu allora che Gesù istituì l'Eucarestia intesa a rendere permanente la sua presenza fra gli uomini e approfittò della circostanza per pronunciare un importante discorso inteso a dare luce e conforto a Pietro e agli altri dieci che diventeranno, come apostoli, i fondatori della Chiesa Universale.
Ultimato tale discorso, Gesù si rivolge al Padre con una preghiera che ha una fondamentale importanza in quanto precede la sua uscita dal Cenacolo nel buio della notte per andare al Getsemani e riflette il pensiero di Gesù come Dio, ma anche lo sgomento di Gesù come uomo il quale ben sapeva che dove sarebbe andato avrebbe dovuto affrontare la notte dell'agonia, l'arresto e l'inizio alla sua passione.
Perciò questa preghiera che è sublime ma anche complessa e concitata esprime efficacemente lo stato d'animo dell'Uomo-Dio nell'imminenza del Getsemani e può essere definita la preghiera pre-getsemanica di Gesù.
Cercheremo di ricostruire il filo logico di questa preghiera che è per un lato quasi il testamento di Gesù, per l'altro una ricapitolazione della storia sua e della intera umanità dalla creazione ad oggi.
Per facilitare questa ricostruzione, abbiamo messo i numeri all'inizio dei versetti del testo del Vangelo di San Giovanni che abbiamo riportato, al quale rimandiamo nel corso della esposizione di questo capitolo.
In questo modo possiamo partire dalla fine del versetto 24, leggendo le parole che Gesù rivolge al Padre: «Tu mi hai amato prima della creazione del mondo».
Nel «Credo» che si recita durante la Messa si esprime con un maggior numero di parole questo medesimo concetto: «Gesù Cristo [...] unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del padre».
Mentre Gesù è il figlio naturale di Dio Padre, noi uomini siamo figli adottivi creati lungo la catena delle generazioni che parte da Adamo ed Èva, catena che Dio Padre ha voluto e previsto. Gesù vuole parlare al Padre di questi figli adottivi: «Io ho dato a loro la tua parola, (cfr. versetto 14) [...] tu [...] li hai amati come hai amato me (cfr. versetto 23)». Questo sentirci amati come Dio Padre ama il suo figlio unigenito Gesù Cristo ci conferisce una dignità immensa che non dobbiamo mai dimenticare. Siamo stati creati da Dio Padre con lo stesso infinito amore con il quale ha generato, prima che il tempo fosse, il figlio unigenito.
Con queste parole la preghiera di Gesù ci riporta al Paradiso terrestre quando Dio Padre si intratteneva con Adamo ed Eva che aveva creato
intelligenti e liberi a sua immagine e somiglianza. Il peccato originale alterò il rapporto di amore che riguardava anche potenzialmente ciascuno di noi e procurò all'uomo la severa condanna che leggiamo nella Bibbia: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. [...] Con sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gn 3, 17-19).
Però l'amore di Dio per le sue creature non cambia benché rimanga nascosto, e si manifesta con un progetto misterioso e sublime scegliendo nella terra di Ur, in Caldea, una famiglia, quella di Abramo, che avrebbe dato al mondo, come uomo, il suo figlio naturale: Gesù Cristo.
Attraverso le successive generazioni di questo «popolo eletto» si giunse a Mosé al quale Dio Padre esprime la sua volontà rivelando i dieci comandamenti, ai quali Gesù aggiunge l'undicesimo nel discorso rivolto dopo la cena pasquale ai discepoli dicendo: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato» (Gv. 13,34) e, poco oltre, soggiunse: «Questo ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv. 15,11).
Ciò che ha detto ai discepoli Gesù ora lo ripete al Padre a proposito dei suoi discepoli, come si legge al versetto 13: «Ora io vengo a te
e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo perché abbiano in sé stessi la pienezza della mia gioia».
Evidentemente, anche se il Getsemani sarà per Gesù e per i discepoli una severa prova di fedeltà al volere di Dio, il Getsemani è un passaggio che porta alla gioia.
In altri termini, il Getsemani ha lo scopo di trasformare la tristezza in gioia perché ci permette di vivere nel tempo, e certamente di vivere nell'eternità con Lui, come vive Lui.
Passiamo ora alla seconda parte della preghiera di Gesù al Padre trasferendo la nostra lettura al versetto 19 dove Egli parla del suo rapporto con i discepoli: «Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità».
Queste fortissime parole che allora riguardavano i discepoli, oggi riguardano tutti i cristiani perché diventino «operai di Cristo».
Non si tratta di un legame romantico ma di una concreta disponibilità, cioè di una consacrazione reciproca. Il Cristo si consacra al suo «Operaio» in quanto il suo Operaio si consacra a Lui.
Parlando a suo Padre, Gesù scolpisce le finalità per cui ha scelto quei suoi discepoli; leggiamo questa sua volontà al versetto 18: «Come tu mi hai mandato nel mondo anch'io li ho mandati nel mondo». La missione dei discepoli è dunque quella di annunziare Lui agli uomini, di farli credere in Lui, in altre parole di evangelizzare il mondo.
Infatti la parola Vangelo, che deriva dal greco, significa «buon messaggio». Però l'incarico non si limita a quegli undici ma si estende fino al presente, in quanto Gesù continua la sua preghiera al Padre dicendo: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me» (cfr. versetto 20).
L'incarico, in questo modo, giunge agli Operai di Cristo che hanno ricevuto dalla parola di quegli undici, e cioè dalla Chiesa, il messaggio che devono trasmettere, diventando degli evangelizzatori del mondo il quale oggi ha bisogno, come ripete ogni giorno Giovanni Paolo II, di una «nuova evangelizzazione».
Mentre la popolazione della terra ha oltrepassato i cinque miliardi, quella dei cristiani raggiunge a malapena un miliardo che i mezzi della tecnica moderna logorano e terrestrizzano.
Dunque il mandato dell'evangelizzazione è oggi un impegno individuale preciso e indifferibile anche se arduo.
Gesù lo riconosce e lo dichiara nella preghiera che rivolge al Padre (cfr. versetto 14 e 15). Egli dice: «Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno».
La sua preghiera è certamente accolta dal Padre. Ciononostante egli la ripete (cfr. versetto 16) dimostrando così la sua preoccupazione per la sproporzione di numero e di cultura umana fra quanti credono in Lui e quanti non credono e odiano i credenti.
Perciò Gesù raccomanda al Padre quella povera gente di Galilea che in quel momento è con Lui e anche quella poca gente che la Chiesa raccoglierà nel futuro di fronte alla subentrante eccessiva e proliferante popolazione del pianeta.
Questa ripetizione «essi non sono del mondo» (cfr. versetto 16) è molto significativa anche perché include la dichiarazione che i cristiani, non essendo del mondo, appartengono in quanto tali e fino d'ora al regno di Dio.
Questa appartenenza è tanto importante che Gesù intende farne oggetto della sua preghiera al Padre. Difatti è possibile individuare una terza parte della sua complessa e appassionata preghiera dedicata a questo fine che si può leggere ai versetti 21, 22, 24.
«Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola. [...] Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato».
Con questa preghiera Gesù intende preparare sé stesso e i suoi discepoli al Getsemani imminente. Le sue parole oltrepassano il tempo e ipotecano l'eternità. I discepoli le ricordano come dimostra la memoria di Giovanni che le ha riportate nel suo Vangelo. Ma sul momento non sono in grado di capirle non avendo ancora ricevuto lo Spirito Santo. Difatti nel Getsemani i discepoli non vegliano e non pregano come avrebbero dovuto.
Noi invece possiamo e dobbiamo attingere da questa preghiera pregetsemanica di Gesù tutta la forza che essa esprime per trovarci all’altezza di affrontare il Getsemani come lo ha affrontato Gesù. Pensando che il Getsemani è il giardino nel quale ogni uomo deve passare, per ritornare nell'amore ricambiato con Dio Creatore, come quello che regnava nel Paradiso Terrestre e, più ancora, come quello che regnerà nel Paradiso Celeste.
La finalità del Getsemani è di portarci da quella che viene chiamata l'immanenza nella quale il mondo è confinato, a livello della trascendenza secondo un grado che supera il livello conosciuto da Adamo ed Eva, perché il Getsemani, vissuto con noi e per noi da Gesù, ci permette di raggiungere un'intima unione con Lui e con il Padre.
Gli Operai di Cristo devono fin da ora vivere nella trascendenza e il Vangelo ci dimostra che questo può avvenire per azione dello Spirito Santo. Come è Lui che transubstanzia il pane e il vino nel corpo e nel sangue di Cristo, così è Lui che ha trasformato i discepoli in apostoli, così è Lui che può trasformare gli Operai di Cristo in evangelizzatori facendoli capaci di capire lo spirito con il quale Gesù uscì dal Cenacolo e andò al di là del torrente Cedron, «dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli».

Capitolo II - IL PUNTO FOCALE DELLA SPIRITUALITA' GETSEMANICA



 

"SPIRITUALITA'

GETSEMANICA"

 

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Ed.Massimo 1992

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INDICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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