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Capitolo VI
VEGLIATE E PREGATE
«Vegliate e pregate, per non cadere in
tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne
è debole» (Matteo 26,41).
«Tornato indietro, li trovò
addormentati e
disse a Pietro: "Simone, dormi? Non sei riuscito
a vegliare un'ora sola? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione;
lo spirito è pronto, ma la carne è debole"»
(Marco14, 37-38).
«Pregate per non cadere in tentazione»
(Luca 22,40).
«Perché dormite? Alzatevi e pregate ,per non entrare
in tentazione» (Luca 22,46).
Le vicende di quella notte getsemanica raccontate dai
quattro evangelisti sembrano, a prima vista, dei racconti identici.
Ma una lettura più attenta e approfondita rivela dei notevoli
particolari diversificati che si integrano. Siamo tenuti a conoscerli
e a meditarli. Uno di questi riguarda la raccomandazione di Gesù
ai discepoli a proposito della preghiera.
Luca ne parla due volte al principio della narrazione così da
far pensare che l'ordine di pregare fosse rivolto a tutti gli undici
discepoli che avevano oltrepassato con Gesù il torrente Cedron
ed avevano raggiunto il Getsemani. La seconda menzione fatta da Luca
delle parole riguardanti la preghiera è quando Gesù ritorna
per la terza volta a verificare il comportamento di Pietro, Giacomo
e Giovanni nell'imminenza dell'arrivo di Giuda e dei soldati che lo
avrebbero arrestato. Nelle due volte l'ordine è motivato dal
fatto che l'orazione avrebbe impedito che essi fossero vittime della
tentazione di Satana; la seconda volta però l'ordine è
più severo perché accompagnato dalla parola surgite,
cioè «alzatevi».
Anche Matteo e Marco riferiscono l'ordine di pregare ma rivolto in entrambi
ai tre discepoli che Gesù aveva distaccato dal gruppo degli undici
perché fossero, in quella notte, più vicini a Lui. Anche
in questi, come in Luca, la preghiera è raccomandata perché
i discepoli non siano vittime della tentazione di Satana, ma la citazione
è più ampia in quanto Gesù spiega che si deve temere
la tentazione perché lo spirito è pronto, ma la carne
è ammalata, cioè il corpo porta le conseguenze del peccato
di origine. Quanto al tempo al quale i testi di Matteo, Marco e Luca
si riferiscono, è per Matteo e Marco dopo il primo periodo di
preghiera di Gesù, mentre il secondo testo di Luca si riferisce
a dopo la terza orazione di Gesù; infatti per tre volte Egli
interruppe la sua preghiera al Padre per controllare il comportamento
dei tre discepoli.
Ciò che deve anzitutto essere rilevato nelle parole del Salvatore
è la premura e l'intensità del precetto di pregare. All'ordine
di vigilare viene immediatamente soggiunto quello di pregare, come per
far capire ai discepoli che neppure la vigilanza è possibile
per chi non prega.
Le motivazioni della preghiera nelle parole di Gesù sono due.
La prima è quella che la preghiera evita a chi la pratica di
essere vittima della tentazione. I discepoli erano certo al corrente
che Gesù prima della predicazione aveva vissuto per quaranta
giorni nel deserto servito dagli Angeli, ma tentato da Satana per tre
volte e senza successo perché la sua divinità lo rendeva
incorruttibile; ma l'esperienza di Gesù era tale da far pensare
a Pietro, Giacomo e Giovanni che Satana era in agguato anche presso
di loro. E la carità di Cristo fu tale che non solo denunciò
il pericolo ma volle spiegarne la gravita con la seconda motivazione.
La preghiera è necessaria, egli spiega ai discepoli, perché
la loro carne è inferma, esposta a subire la tentazione e a cadere
in peccato.
Se ora ci chiediamo perché la spiritualità getsemanica
è così fortemente orientata verso la preghiera possiamo
approfondire la nostra meditazione verso alcune direzioni di primaria
importanza. Il modello di preghiera che Gesù in altra occasione
indicò ai suoi discepoli è quello del Pater
Noster e in questo fondamentale modello ogni altra preghiera
dell'Operaio non può che essere un dettaglio, un riflesso, una
parafrasi.
Da ciò risulta che ogni preghiera ci pone dinanzi a Dio come
figli di fronte a un Padre.
Dunque la preghiera è anzitutto una collocazione del cristiano
sul piano misterioso della trascendenza, ossia della Volontà
di Dio Creatore e Redentore.
In secondo luogo, il rapporto «di famiglia» stabilito dalla
preghiera è essenziale perché ci qualifica come fratelli
di Gesù che possono in nome di Lui chiedere ogni grazia al Padre
e ottenerla come Gesù stesso assicurò ai suoi discepoli
(Gv 16,23).
In terzo luogo, la preghiera, che la raccomandazione di Gesù
collega così immediatamente alla vigilanza e cioè all'azione,
estende alla vigilanza il suo profumo, ossia trasforma l'azione stessa
in preghiera, non articolata ma vissuta.
L'Operaio, dunque, deve collocare la preghiera come pietra angolare
della sua vita. La Santa Comunione che produce la nostra immedesimazione
con il Cristo - che, nell'imminenza del Getsemani, aveva celebrato la
prima messa dicendo di sé stesso: «Prendete e .mangiate»,
«Prendete e bevete» - rappresenta il fastigio della nostra
preghiera quotidiana.
Inoltre, il Piccolo Ufficio della Beata Vergine Maria (1) è
destinato a collegarci ogni giorno con la Beata Vergine, che Gesù
ha voluto fosse considerata madre di ogni singolo uomo. Questo rapporto
con Maria SS. si ripete nella recita del Santo Rosario e delle altre
molte preghiere che sono fiorite nel giardino della «Società
Operaia». Ricordo specialmente la recita del Magnificat,
del «Simbolo» e la preghiera per la conversione del fratello
lontano.
La preghiera, come tale, deve occupare almeno due ore nella giornata
dell'Operaio.
A guisa di esempio, conferma e conclusione di quanto abbiamo meditato,
fermiamoci ora a considerare le stupende parole che Sua Santità
Giovanni Paolo II ha dedicato all'importanza della preghiera nella prospettiva
del Getsemani.
Nella catechesi del 21 luglio 1990 l'attuale Pontefice ha detto:
«Gesù stesso un giorno ammonirà i suoi discepoli
sulla necessità della preghiera e del digiuno per scacciare
gli "spiriti immondi" (cfr. Mc 9,29) e nella tensione della
solitaria orazione nel Getsemani raccomanderà agli apostoli
presenti: "Vegliate e pregate per non entrare in tentazione;
lo spirito è pronto, ma la carne è debole"»
(Mc 14,38).
Nella successiva udienza del 25 luglio il Santo Padre ritorna sull'argomento
osservando:
«Pur immerso tra la folla, Gesù resta profondamente
dedito alla preghiera».
Luca ci informa che Egli «si ritirava in luoghi solitari a pregare»
(Lc 5,16). Era la traduzione scritta in atti eminentemente religiosi
della condizione di permanente dialogo col Padre in cui Egli viveva.
I suoi «tempi di orazione» duravano a volte tutta la notte
(Lc 6,12). Alcuni di questi momenti sono messi in particolare rilievo
dagli evangelisti: così la preghiera che ha preceduto la trasfigurazione
sul Tabor (Lc 9,29) e quella durante l'agonia del Getsemani, dove l'avvicinamento
e l'unione filiale al Padre nello Spirito Santo raggiungono una espressione
sublime in quelle parole: «Abbà, Padre! Tutto è
possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò
che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36).
Capitolo
VII - VEGLIATE
CON ME
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"SPIRITUALITA'
GETSEMANICA"
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Ed.Massimo 1992
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INDICE
(1) - Vedi Piccolo
Ufficio della Beata Vergine Maria, tratto dalla «Liturgia delle
ore» e pubblicato «ad experimentum» da Ed. Massimo,
Milano.
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