Vorrei che tutti gli operai fossero convinti che il proselitismo
è veramente l'ultima, delle nostre preoccupazioni. Ed è
forse più esatto dire che questa preoccupazione non esiste.
Le vocazioni nascono quando il Signore Vuole e devono essere rispettate
come cosa sacra. Non è dal numero che dipende la vita della
nostra cara Società Operaia, ma dall'esatta comprensione della
sua natura e del suo scopo.
Il problema fondamentale consiste nell'impostare esattamente in noi
stessi, per usare un termine corrente, la nostra ragione sociale.
La Società Operaia nacque pochi anni or sono, ma rappresenta
il frutto di un lungo travaglio che ha radici lontane e profonde in
quel vasto movimento spirituale, che ha galvanizzato le schiere dei
laici cattolici, movimento che trova la sua massima espressione nell'organizzazione
e nella vita dell'Azione Cattolica.
Bisogna tener presente questa origine perché essa spiega alcune
linee fondamentali della Società Operaia, come quella di essere
modellata sulla struttura della Gerarchia Ecclesiastica.
Il nucleo fondamentale della Società è rappresentato
dai laici, i quali avvertono la necessità di vivere il cristianesimo
con spirito di consacrazione e vanno ricercando un organismo che li
possa capire ed aiutare in questa esigenza interiore che si affaccia
dovunque, come il rigoglio della primavera si annunzia per ogni dove
con i fiori che sbocciano contemporaneamente nei giardini e nei campi.
L'organizzazione apostolica dei laici è uscita dall'inverno
delle sue origini e la Chiesa è pervasa dai fremiti di questa
volontà di annunciare e di realizzare il Vangelo di Cristo
che non solo ai Sacerdoti, ma anche ai laici appare come ragione essenziale
della vita, la quale non ha senso nè valore all'infuori del
quadro di verità e di amore tracciato dal Divino Maestro.
L'Azione Cattolica ha compiuto e va compiendo questa trasformazione
capillare e, con lei, altre forme organizzative per laici del nostro
tempo.
L'attivismo apostolico si estende nel gregge e si concreta nel disegno
e nello sforzo di ricostruire ogni cosa nello spirito di Cristo. La
fedeltà allo sposo imbeve di sé tutta la Chiesa militante,
docente e discente. Ciascuno, a suo modo, nel suo ambiente, con tutte
le sue forze lavora per estendere il regno di Dio.
Questo ideale eccheggia come una marcia trionfale nel cuore di innumerevoli
anime, ma accade che le note della musica progressivamente si trasformano,
si distendono, si interiorizzano; alla musica trionfale succede una
sinfonia misteriosa che progressivamente invade e conquista chi lavora
con Cristo e per Cristo.
Maturando nel pensiero e nell'opera egli avverte che regnare con Cristo
non significa regnare da un trono ma da una croce, che estendere la
redenzione all'umanità significa compiere quanto manca alla
passione di Cristo.
La battaglia per il regno di Dio è una curiosa battaglia che
ha le apparenze, talora, delle battaglie che si combattono per i regni
dell'uomo ma che, in realtà, è ben altra cosa.
Si combatte all'esterno con mezzi umani, ma questa azione ha un puro
valore di testimonianza. Dio, infatti, non ha bisogno di noi, dei
nostri calcoli e dei nostri mezzi. Dio vuole conoscere la nostra fedeltà
e solo per questo attende che combattiamo per Lui. Vuole che ci aiutiamo
nel Suo servizio per aiutarci. Egli ci guarda scrutando i nostri cuori
e i nostri lombi.
In realtà il combattimento, vero e decisivo, non si svolge
all'esterno ma nell'interno dell'uomo. É l'anima che deve giungere
a temperatura di fusione per essere colata negli stampi preordinati
dal volere divino. É un processo di purificazione e di arricchimento.
Così il capolavoro della creazione, l'anima umana, viene rigenerata
e sublimata nella sfera del soprannaturale.
Iddio esalta il nostro destino chiamandoci a collaborare con Lui,
ma si accontenta, in definitiva, della nostra buona volontà,
che è buona se aderisce al suo volere.
Il quietismo è un tradimento, ma è un tradimento anche
l'eresia dell’azione. L’apostolo deve guardarsi da questi
viottoli divergenti che lo porterebbero fuori strada e deve registrare
la sua anima, ad ogni istante, sul grande orologio della volontà
di Dio.
La scoperta di questi reali termini della battaglia apostolica di
solito avviene a gradi. É una conquista che si sviluppa sul
terreno accidentato dell'azione e del clima mutevole della psicologia
umana. Ma giunge infallibilmente il giorno della scoperta per chi
lavora con purezza di intenzione, ed è un grande giorno.
Allora con occhio nuovo, e con verità, egli guarda alle vicende
del regno di Dio e desidera di bere a larghi sorsi alla fonte misteriosa
che ha scoperto fra le rocce e gli sterpi. Le impostazioni umane dell'apostolato
non lo interessano; egli sa che tutto questo è necessario ma
è parvenza di una realtà più profonda, di un
mondo dove gli equilibri sono di sostanza, di una economia a cui il
mondo fenomenico, volente o nolente, è sottoposto.
Allora nasce il desiderio della consacrazione, il disincanto dell'umano,
l'istanza della santità. Veramente una sola è la tristezza:
quella di non essere santi; una sola è la conversazione tollerabile:
quella che si svolge attorno alle realtà celesti. L'apostolo
ha raccolto un appello misterioso: è la vocazione.
A questo punto la Società Operaia si mette al fianco del laico
e lo accompagna.
La Società non ha parole da dire attorno ai problemi tecnici,
fenomenici dell'apostolato cristiano. Sono argomenti interessanti,
ma non la riguardano. Dipendono da altri apparati e la prima legge
insegnataci da Gesù è quella di rispettare la legge.
La Società ha parole soltanto per chiarire quei problemi interiori
che si affacciano, per aiutare il laico a capire che la sua è
una crisi di santità, che il suo è un appello riservato
agli amici di Dio.
Gli spiega che anche ai laici giunge la vocazione, che anche i laici,
come laici, possono consacrare la loro vita al dolce Maestro, che
il problema è di molti e che la soluzione non è difficile,
ma lieta, feconda, e che in essa troverà pace.
Alcuni non capiscono perché la Società Operaia rifugga,
come rifugge, da opere concrete, sue proprie, di lavoro apostolico
esterno. Ma è chiaro quando si pensi che anche gli Enti sociali,
come le persone singole, hanno una vocazione che non si deve tradire.
La vocazione della nostra Società è questa: aiutare
l'operaio sul piano dell'interiorità, confortarlo, nutrirlo,
orientarlo.
Molti e molto abili sono i capitani delle opere esterne, ad essi spetta
il comando e la responsabilità.
Alla Società Operaia il compito discreto di provvedere a quelle
ore in cui l'apostolo rientra nella cella della sua anima per sviluppare
il colloquio con il Padrone della messe.
Questo e non altro è lo scopo della Società.
Se è vero che il suo lavoro si svolge umanamente nella penombra,
aliena come dev'essere dalla propaganda e dal rumore, non è
men vero che la Società Operaia rifugge dal segreto e chiarisce
a chiunque lo desideri i suoi compiti ed il suo lavoro; ed anzitutto
ai Pastori del gregge cristiano.
I numerosi attestati di approvazione, di fiducia e di benedizione
concessi dai Vescovi alla Società 0peraia sono preziosa documentazione
del nostro desiderio di servire in spirito di obbedienza e dedizione.
Sappiamo bene che molte sono le vie aperte con singolare dovizia dalla
Chiesa di Cristo, per condurre le anime verso l'ideale della perfezione.
La nostra è certamente l'ultima nel merito e nel tempo. É
una piccola cosa, una fogliolina appena nata. Ma questo la Società
desidera, di essere esattamente conosciuta e da tutti amata perché
non ha altro scopo all'infuori di questo: seguire le anime con quell'amore
che Gesù benedetto ci ha insegnato.
Luigi
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