VIII
Riflessione sul silenzio
Carissimi fratelli,
nell’imminenza della Pasqua mi è caro porgervi i più
affettuosi auguri, i quali si estendono alla Santa Notte che vedrà
raccolti ovunque i nostri Operai a rimeditare sui misteri della Santa
Agonia e sulla misteriosa attività nel Volere Divino.
Mantenendoci in quella notte, misteriosamente uniti nel ringraziamento,
nell’invocazione, nel proponimento.
In questa lettera, peraltro, vorrei tornare sulla grande figura di
San Giuseppe, prendendo lo spunto dalla sua festa e dalla sua vita,
per trattenermi sopra una virtù pratica che sempre più
appare essenziale per l'operaio, e cioè sul silenzio.
Non credo, per quanto riguarda il silenzio dell'operaio, che si debba
parlare, della maldicenza o della calunnia, perché è
chiaro che tali malattie spirituali sono inconciliabili con l'appartenenza
alla nostra, cara e soprannaturale Società fondata sulle rocce
del Vero e del Buono.
Invece mi sembra opportuno parlare alquanto dell'operaio chiacchierone
e dell’operaio pettegolo non perché ce ne siano oggi,
in Società, ma per una cura dirò cosi, preventiva, avendo
dovuto constatare quanto siano nocivi questi difetti, sui quali il
mondo sorride.
L'operaio chiacchierone è quello che non sa mantenere il segreto.
Per ragioni diverse egli si trova al corrente di situazioni importanti
a volte delicate e non sa vincere la tentazione di mettere gli altri
a parte di quei suoi segreti; talvolta lo fa adoprando la confidenza,
come un mezzo per provocare altre confidenze, talvolta lo fa per influire
sopra una faccenda che in realtà non lo riguarda, talvolta
spinto da un prepotente bisogno di ricevere consiglio o comunque di
discutere la cosa con altri, oppure per altri motivi ancora. Sono
ragioni che spiegano, ma che non giustificano.
Il cristiano, e più ancora l'operaio, ha il culto della fiducia
altrui, e perciò del riserbo. Egli avverte le responsabilità
della sua posizione e si giova delle notizie riservate di cui è
a conoscenza, come di un farmaco che bisogna somministrare al momento
opportuno, in dose esatta.
L'operaio, costi quello che costi, sa mantenere il segreto che gli
viene esplicitamente o implicitamente confidato. All'operaio non deve
importare di acquistare credito con questi mezzucci controproducenti,
ma con la virtù ed anche con questa dote che, in definitiva,
lo stesso mondo ammira, la dote di saper tacere.
Pettegolo è colui che non possiede segreti da confidare, ma
che si compiace di divulgare cose futili, dettagli, interpretazioni
inutili, domande oziose, curiosità femminili, cose che non
lo riguardano. Questo pettegolezzo evidentemente è contrario
al silenzio operaio perché questa non è certo musoneria,
ma è, in ogni caso, rigorosa selezione di ciò che si
deve dire e di ciò che si deve tacere. Quando l'argomento è
futile, la bocca dell'operaio rimane sigillata, e se altri è
pettegolo l'operaio trova modo di tagliar corto e di cambiare argomento.
É uno stile, insomma, che l'operaio deve imporre a sé
stesso e attorno a sé per quanto si riferisce a questa difficile
arte di saper parlare a tempo e luogo.
Scusatemi, cari fratelli, se mi sono indugiato su questi argomenti
e se io non riesco a darvi, anche da questo punto di vista, buon esempio.
Almeno, almeno, che io abbia di fronte a Dio la scusante di non aver
taciuto ciò che mi sembra essere il dovere del buon operaio.
Pensando a questo, pensate anche alla mia povera anima nella grande
veglia del Giovedì Santo e pregate per me.
Buona Pasqua!
Luigi