Società Operaia
Spiritualità
 
Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

XVI


Il silenzio dolce compagno

Carissimi Fratelli,

Si avvicina la grande festa della nostra Società ed il pensiero degli operai deve prepararsi ad essa.
Giovedì Santo.
Per compiere il nostro dovere, la strada è una sola: dare a Gesù quello che Egli chiese la notte dell' Agonia e che non gli fu dato; la vigilanza e la preghiera.
Ma non basta che vigilanza e preghiera siano in quel giorno di commemorazione; siccome l’Agonia del Cristo in questo mondo tenebroso è continua, la nostra dev'essere piuttosto una risoluzione, presa in quel giorno, di essere più che per il passato, e sempre, vigilanti ed oranti.

Una vigilanza che si impone a molti operai, ed anzitutto a chi scrive, è la vigilanza sulle parole.
È appena passata la festa di S.Giuseppe che ci ha ricordato come si possa fiancheggiare in apostolato l'opera del Cristo con un minimo di parole, e con un massimo di opere. L'insegnamento è prezioso, perché il linguaggio è un sistema di comunicazione così agevole che frequentemente si gonfia e diventa come un torrente che sradica le piante, abbatte gli edifici e porta con sé detriti d'ogni genere.
Le parole inutili, le auto-celebrazioni, ma sopratutto la maldicenza sono frutti di questo limaccioso torrente.
L'operaio deve guardarsene e controllare la sua lingua. La maldicenza e cioè l'interpretazione arbitraria, estensiva e inutile di avvenimenti, il giudizio portato sulle intenzioni del prossimo, la propalazione di notizie delicate in forma saputa, ed altri atteggiamenti del genere sono grossolanità spirituali che non devono attirarci, ma. bensì suscitare in noi, per motivi soprannaturali e naturali, un autentico ribrezzo.
La verità non ha bisogno di essere servita con le astuzie del demonio le quali rivelano debolezza, e non forza, paganità e non fede, ozio spirituale e non virtù.
Il silenzio, dolce compagno della nostra meditazione, velame pudico delle nostre sofferenze, riconoscimento umile del nostro limite critico, sottolineato da un volto sereno e buono, deve distinguere l’Operaio in questo mondo linguacciuto e malevolo. Quando un operaio si accorge che la sua lingua è tagliente ricordi le parole di Gesù nel Cetsemani rivolte a Pietro che aveva impugnato la spada. E metta un riparo, se ancora possibile, alle orecchie mozzate ed allo scandalo.

La seconda promessa che faremo nella grande notte deve essere quella di una preghiera, più assidua. Lo spirito di preghiera che vuol dire fedeltà alle devozioni obbligatorie, ma più ancora desiderio di rimanere sempre in colloquio con Dio, espresso od inespresso, deve aleggiare nella giornata dell'operaio.
Quanto più gli uomini disilludono e le cose sbarrano minacciosamente il cammino, tanto più il cuore s’innalza verso Colui che è l’Amico fedele e potente, il Signore che ci ha evocati dal nulla e che desidera, gelosamente, di essere l’unico appoggio delle nostre anime. La nostra preghiera ha da essere un fiore che nasce sul terreno teologico non per consuetudine, o a caso, ma necessariamente, una forza che accompagna l'operaio, un viatico di conforto, della sua fisionomia. E quando l'operaio esce dalla Chiesa dopo la Comunione del mattino appare come trasumanato, ed affronta la giornata in lievità ed in fecondità di spirito. Ma questo dev'essere l'atteggiamento permanente perché il colloquio non può interrompersi, anche se trasportato nel pieno della vita, della gioia e del dolore.

«Veglierò e pregherò!» Ecco l'offerta di ogni operaio nel Giovedì Santo.
Con ogni augurio, vi abbraccio.


Luigi

Marzo 1949

 

 

 

Lettera marzo 1949

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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