La tentazione di nascondere il dolore o la sofferenza, di rimuoverlo
dalla vita e, più ancora, dalla coscienza dell'uomo è
sempre stata forte. Di qui la forte tentazione di emarginarlo e di non
parlarne se non per eliminarlo dall'opinione pubblica.
Evidentemente però Dio non la pensa così. Non c'è
spiegazione da parte Sua del problema dolore, ma c'è illuminazione
che offre attraverso il Suo Figlio dato al mondo come sacrificio vivente
per la restaurazione di un rapporto vitale tra Lui e l'uomo.
Così, di tanto in tanto, ci regala dei testimoni viventi che
rendono testimonianza della forza morale che si sprigiona dalla sofferenza
accettata e vissuta per amore a Lui e alla Sua volontà.
I santi sono anelli di congiunzione che si trasmettono un testimone
dall'uno all'altro in ogni epoca perchè rivelano non l'idea di
Dio, ma la Sua esistenza e la testimoniano lungo l'arco
di tutta la loro vita “perchè la loro luce risplenda”
e illumini quelli che camminano accanto a loro. Questo per volontà
di Dio e non per scelta loro.
Perchè? Semplicemente perchè la loro testimonianza e quella
di migliaia, di milioni di altri eroi più silenziosi evidenziano
in modo eclatante come il dolore fa parte della natura umana e può
essere utilizzato come offerta a Dio per la redenzione delle anime.
Così è accaduto a Maria Gedda, nata a Modane il 25 agosto
1906. Anche lei è uno di quegli anelli di congiunzione, di quei
testimoni che “hanno combattuto la buona battaglia, hanno terminato
la corsa” e aspettano la corona della vittoria. Non è stata
posta ancora sul candelabro, ma fa parte di quella schiera di santi
che hanno vissuto la santità ordinaria nella vita quotidiana
e nell'accettazione della sofferenza per amore a quel Dio che tutto
crea e tutto muove.
Lungo l'arco della sua non breve esistenza, si è spenta infatti
a 79 anni circa, il 29 gennaio del 1985, ha incontrato altri santi che
le hanno passato il testimone della santità, vissuta in umiltà
e al servizio del Dio della vita e dell'amore, e, a sua volta, ella
lo ha sicuramente trasmesso ad altri.
Il secolo XX che sembra essere stato il secolo solo dei grandi dolori
generati da due guerre mondiali, da ideologie, che hanno mostrato il
volto mostruoso delle atrocità dei lager, le torture orrende
della carne e dello spirito, è stato anche il secolo di figure
di grande spessore profetico e di grande spirito santificatore che hanno
rivelato il Volto amorevole di Dio e il Volto stupendamente luminoso
dello Spirito Santo.
Questo Spirito Santo, che molti hanno definito come il grande “sconosciuto”,
ha rivelato invece i suoi lineamenti concreti attraverso i pastorelli
di Fatima, il volto mistico di Edith Stein, il volto implorante la pace
di Pio XII, il volto crocifisso di Padre Pio, il volto carismatico di
Madre Teresa di Calcutta, il volto bonario di Giovanni XXIII, il volto
austero e sofferente di Paolo VI, i lineamenti forti e dolci di un Giovanni
Paolo II, non a torto definito “Grande” per le sue battaglie
sostenute contro il marxismo, la fame nel mondo, la povertà,
lo sfruttamento dei deboli, le guerre inutili e fratricide in tanti
Stati del mondo, con il suo coraggio fiducioso in Cristo e nei giovani
ai quali parlava di Dio e del Cristo come l'unica speranza che veramente
salva il mondo.
Questi sono il volto dello Spirito Santo e questo il volto che anche
Maria Gedda ha assunto sforzandosi di conformare la sua vita al Cristo
sofferente ma vittorioso del Mondo.
La sua vita può ben illustrare quelle parole che Gesù
rivolgeva ai suoi discepoli nell'ultima cena: “Nel mondo soffrirete,
ma fatevi coraggio: io ho vinto il Mondo”.
La predilezione che Maria Gedda aveva ereditato dalla mamma, Marianna
Calderoni, di meditare la Passione del Signore, l'ha portata a vivere
la sua sofferenza con un'offerta continua a Gesù per la salvezza
delle anime e per il compimento della Volontà del Padre. Che
altro è la Volontà di Dio se non il compimento della Redenzione
dell'uomo da quell'abisso orrido e immenso in cui l'avrebbe confinato
per sempre il peccato originale?
All'amica Beretta Jucci, sorella di quella Giovanna Beretta in Molla,
santificata da Giovanni Paolo II, scriveva, quando ancora era all'inizio
di quella malattia che si sarebbe rivelata dolorosa e mortale nel tempo:
“La santità consiste nell'adempimento perfetto del divino
volere (...); la nostra rassegnazione alla volontà di Dio deve
sempre essere totale, in ogni cosa (...). Gesù non ti chiederà
se hai fatto cose straordinarie, ma se hai fatto straordinariamente
le cose ordinarie” (Immagine di Mary–
Ed. AVE – Roma – pg. 33).
Sempre alla stessa, in altra occasione scriveva: “Se tu sapessi
quante lezioni mi ha dato Gesù durante questo inverno, perchè
impari a rinunciare in tutto alla mia volontà, a vivere distaccata
da ogni cosa! Gesù è buono, non si stanca, seguita a ripetere
(28 luglio 1927)” (ib.).
E' la stessa tattica che adopera Maria, Madre di Gesù: non si
stanca di ripetere e di richiamare gli uomini alla penitenza e alla
preghiera.
In tutte le apparizioni, a piccoli e grandi, non fa che ripetere che
il braccio di Dio è sempre più pesante e Lei non riesce
più a sostenerlo, a trattenerlo dal far giungere il giusto castigo
sull'uomo sempre più inabissato nel suo peccato originale.
Ancora scrivendo all'amica Jucci: “ Sto meditando sulla Passione
di Gesù: ora sono nell'Orto e sto convincendomi sempre più
che la preghiera è indispensabile nella vita cristiana e che
la preghiera più bella è la sofferenza e la preghiera
che si fa soffrendo: tale fu la preghiera di Gesù nell'Orto”.
(o.c. pg. 37)
Il volere a tutti i costi nascondere il dolore dell'uomo, rimuovere
la sofferenza dalla vita umana, è rendere disumano l'uomo, è
togliergli quella capacità di entrare in sintonia e in dialogo
con quel Dio che si è fatto uomo per assumere nella sua carne
il peccato dell'uomo e per fargli capire che la sofferenza è
fonte di salvezza e di perdono e non di castigo e di abbandono al suo
destino infernale.
Il regalo che Dio ancora una volta ha fatto all'uomo contemporaneo,
è quello di far vedere attraverso Maria Gedda, la dimensione
del dolore come dimensione reale di dialogo con Lui e possibilità
di ristabilire un rapporto di sofferenza-redenzione per l'umanità.
Lo spettacolo a cui assistiamo oggi, (con il caso Eluana), è
invece quanto di più disumano si possa pensare nel rapporto tra
Dio e l'uomo. Alla carità e alla pietà si sono sostituite
il cinismo e la volontà di morte.
In una sua omelia, il Card. Carlo Caffarra di Bologna, si chiedeva:
“A chi appartiene l'uomo? Chi può disporre della vita
e della morte dell'uomo? Chi è il padrone dell'uomo?”
Amara, ma stimolante la risposta che il presule stesso offriva per far
capire in che falso dilemma l'uomo attuale si sta cacciando con le sue
pretese di posizioni giuridiche:
“La vicenda spirituale dell'Occidente è giunta al capolinea:
se la vita dell'uomo non appartiene all'uomo ma a Dio, nessuno
ne può disporre, per nessun motivo” ma “se
la vita dell'uomo appartiene all'uomo, è coerente ipotizzare
circostanze, ricorrendo le quali, chiunque può disporre della
propria vita o chiedere ad altri che si ponga termine alla medesima”.
Gli esempi recenti non mancano alla memoria di ognuno di noi!
Come si è arrivati a questo?
Dice ancora il porporato: “L'illusione di poter edificare una
dimora umana 'come se Dio non ci fosse, doveva prima o poi portarci
a questo punto”. E ci siamo arrivati, convinti di esercitare
un diritto di libertà inalienabile e assoluta!
Sant'Ireneo (vissuto qualche secolo prima di noi!) ci aveva ammonito
che
“gloria di Dio è l'uomo vivente, ma vita dell'uomo
è la visione di Dio!” Non dunque il nulla e il
vuoto ci abbracceranno alla fine della nostra esistenza, ma un Dio Trino
e Unico con una sterminata folla di persone che attendono la risurrezione
della carne, sciolta da ogni dolore e sofferenza e trasformata in natura
perfetta e gloriosa.
Con l'esercizio del nostro diritto noi rischiamo proprio
di far fallire questo destino dell'uomo (personale e non collettivo):
“la visione di Dio”, che non dura 50 o
90 anni, ma l'eternità! Abituati come siamo
a ragionare in termini di tempo, attimi, ore, anni, facciamo fatica
a concepire il NON-TEMPO che pure è la realtà unica che
sovrasta l'intera creazione da sempre.
Bisogna soltanto rischiare di scommettere su questo non-tempo, come
diceva il grande Pascal.
Non ne vale forse la pena?