Società Operaia
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LUIGI GEDDA ED IL SUO TEMPO

1. Premessa

Il colpo di pistola cha a Monza ha stroncato il re Umberto di Savoia (1) provocando un diffuso disorientamento delle coscienze ed uno sbigottimento collettivo, non riesce ad annullare del tutto quella nota di sorprendente ottimismo con la quale si era aperto l’anno 1900, che si coglie nelle nuovo scoperte scientifiche, nelle prime grandi realizzazioni della tecnica, nelle tendenze innovative e nella ricerca incessante nell’arte pittorica che facevano bene sperare nel futuro.
Tutto sembrava convogliare verso un migliore avvenire di libertà e felicità.
L’umanità finalmente poteva salutare, almeno nelle speranze della gente, l’alba di un nuovo inizio alla luce di eventi che apparivano straordinari.
Gli intellettuali facevano a gara per sottolineare la svolta peraltro fortemente auspicata. Mentre a Londra viene dato alle stampe un libro dal titolo significativo “Un secolo felice”, sul versante scientifico Max Planck (2) pubblica le “Leggi di radiazione” dove espone in forma compiuta la sua teoria quantistica.
E’ l’inizio di una ricerca vittoriosa, ma talvolta priva di cautela ideologica che interesserà ogni disciplina scientifica lungo tutto l’arco del secolo.
Anche il mondo politico appare in fermento dopo l’uscita “Che fare?” con il quale Lenin (3) delinea il nuovo concetto di partito sulla base di quell’ideologia comunista e materialista che seminerà tragedie senza fine.
Per i cattolici italiani quel periodo di inizio secolo segnerà cambiamenti di grande rilevanza storica. Di fatto, nelle elezioni del 1904, i primi cattolici pongono la loro candidatura politica in Parlamento e nel 1905 Pio X dispensa parzialmente dal “non expedit” (4) orientando altresì l’Azione Cattolica a divenire movimento di massa. Raccogliendo l’invito, l’Azione cattolica fa nascere al suo interno delle Unioni esterne organizzate con direzioni proprie: l’Unione popolare, l’Unione economico-sociale e l’Unione elettorale.
Se si legge in controluce la trama di quegli eventi culturale e sociali che comunque appaiono antinomici, si scoprirà quel desiderio latente dell’uomo che tendeva a liberarsi dall’ “ottimismo tragico” della vicenda quotidiana per aggrapparsi unicamente all’ottimismo tout court di chi crede che il progresso civile avvenga per forza irresistibile secondo il processo di pure leggi naturali. E’ stata un’illusione che si è esaurita nell’arco di pochi anni, dopo un periodo storico che va dalla fine dell’ottocento all’inizio della prima guerra mondiale, caratterizzato nel solo ambito della borghesia, dal benessere economico e dalla vita spensierata, nel quadro di un equilibrio economico generale, con il bilancio dello Stato che cresce di anno in anno fino a superare i cento milioni di attivo e con la carta moneta che acquista pregio persino sull’oro.
Ed è proprio all’inizio di quel secolo, così carico di speranze e di contraddizioni, che prende avvio l’avventura esistenziale di uno dei più grandi laici cattolici dell’Italia moderna.
Un laico che lascerà una impronta indelebile nelle tormentate vicende italiane ed europee, nella storia della scienza e nella vita delle organizzazioni cattoliche e nella Chiesa.
Una personalità coinvolgente che continuamente, nel corso della sua lunga esistenza, ci ricorderà il fallimento dell’uomo nel tentativo di eliminare il male nella storia, di superare illusoriamente dolore e angosce, per richiamarci con coerenza di vita alla realtà della “storia della salvezza” dentro la quale l’esistenza umana si presenta con il suo bagaglio di amore e dolore, di peccato e di grazia, di fede e speranza.

Come componenti della Società di spiritualità laicale di diritto Pontificio “Società Operaia”(5), vogliamo pertanto ricordare, a cento anni dalla sua nascita, questa forte, libera e coerente personalità cattolica, perché Luigi Gedda (6) nacque in località Alberoni a Venezia il 23 ottobre 1902, dai coniugi piemontesi Marianna e Giacomo che si erano sposati a Torino il 15 aprile 1900 e che, per ragioni di lavoro (il papà Giacomo era uno stimato Ispettore delle Dogane) si trasferirono temporaneamente nella città lagunare il 1° dicembre dello stesso anno.
Naturalmente non è facile per me che ho avuto la fortuna di sperimentare il carisma spirituale dell’insigne uomo di fede e di scienza, parlare di lui. I pensieri si affollano ed una sorta di tenerezza mi stringe il cuore, specialmente alla sera, quando il mio ricordo si traduce in riconoscente preghiera a Dio.
Sfogliando i suoi libri, rileggendo le sue lettere, mi pare di risentire la sua voce, i suoi insegnamenti; di ammirare la sua coerenza di vita in sintonia con la sua fede così coinvolgente, forte e limpida, capace di muovere le montagne; di rimanere sbigottito di fronte alla profondità del suo pensiero, all’universalità della sua cultura, proprio come scrive Agostino Saltarello, mio indimenticabile Presidente nazionale dell’Unione di Uomini di Azione cattolica e prestigioso successore di Gedda, per volontà di Papa Giovanni XXIII, alla carica di Presidente Generale dell’Azione cattolica italiana: “Gedda è stato un uomo eccezionale. Come abbia potuto svolgere tante attività, incontrando resistenze da parte dei nemici ma anche all’interno delle organizzazioni cattoliche, resta per me un mistero.
Penso che il segreto consista nella sua fede integerrima, nella intensa preghiera, alimentata dall’Eucaristia, nella straordinaria intelligenza, nella indomita fortezza, nella chiarezza delle idee, nella singolare capacità organizzativa” (7).

2. L’uomo di scienza

Riservandomi in prosieguo di tempo di concordare la data, con serena coscienza ho accettato il cortese invito a commemorare ad una assemblea di docenti e studenti, la figura e l’opera di Luigi Gedda scienziato ed apostolo laico, rivoltomi dal professor Dario Drivet, docente al liceo Cavour di Torino e prezioso collaboratore della rivista di confronto culturale “Quaderni”, ideata e promossa da un gruppo di laici della Chiesa di San Filippo.
Invito oltremodo significativo perché Luigi Gedda ha frequentato come studente modello proprio il liceo Cavour ubicato poco distante dall’abitazione torinese dei suoi genitori, in via Musinè 5, e non molto lontano da quella piazza Statuto dove il giovane studente cattolico ricevette dall’avvocato Torriani, allora Presidente regionale della Gioventù cattolica italiana, il distintivo dell’organizzazione con l’incarico a espletare le mansioni di Segretario generale.
Al Liceo Cavour ebbe inizio l’avventura culturale del futuro scienziato che intorno agli anni ’60 avrà il merito storico di introdurre lo studio della Genetica medica nelle Università italiane (8).
Un traguardo meditato a lungo e attuato con determinazione e sacrificio dopo una severa attività scientifica caratterizzata dalla “genialità e creatività” dell’intelligenza. Dopo avere conseguito nel 1933 la docenza in Patologia medica, diventando assistente ordinario del professor Micheli a Torino, “Luigi Gedda operò a Roma nell’Istituto di Patologia medica diretto da Pende, e in quello di Clinica col celebre Frugoni. Poi, attraverso lo studio dei gemelli scoprì la Genetica, allora poco conosciuta in Italia, creò l’Istituto Mendel, ottenendo prima l’incarico e poi, nel 1961, vinse il concorso per la prima cattedra universitaria di Genetica medica istituita in Italia” (9).
E’ interessante notare che prima ancora di potere inserire nel grande alveo della scienza medica lo studio della Genetica medica, Gedda ne auspicherà la realizzazione con realismo e perspicacia.
Le parole da lui pronunciate nel 1954 non lasciano dubbi. Aveva una visione del futuro realistica e fiduciosa. Nel corso di una magistrale relazione sul “Profilo scientifico della Genetica medica” pronunciata in occasione dell’inaugurazione a Roma dell’Istituto Gregorio Mendel, da lui fondato e lungamente diretto, dedicato alla Genetica medica e alla Gemellologia, ebbe a dire:”Io credo che le autorità, preposte al curriculum degli studi medici siano predestinate a scoprire l’esistenza della Genetica medica come di una materia autonoma, la quale deve sviluppare sul piano scientifico e su quello didattico la sua metodologia caratteristica” (10).
Ha quindi perfettamente ragione Gianni Brenci, collaboratore di Gedda nello studio dei gemelli in Genetica medica e nelle ricerche di cromogenetica, quando afferma con convinzione che Gedda ha legato il suo nome “all’origine e allo sviluppo della Gemellologia e della Genetica medica”(11) e che “con la sua vita ha dimostrato di possedere tutti i requisiti necessari ad una Scienziato dei tempi nostri e ha espresso queste sue potenzialità manifestando al più alto livello le sue doti di genialità, di maestro e di organizzatore…”.(12)
Naturalmente, oggi è quasi normale potere ammirare e seguire il sorprendente cammino della Genetica medica dei vai Istituti internazionali di ricerca medica. Ma cinquant’anni fa non era affatto pacifico intravedere per quel settore specifico della scienza medica uno sviluppo così impetuoso tanto più che, dopo la scoperta del meccanismo molecolare della trasmissione ereditaria, la Genetica ora costituisce l’asse portante della biologia e di tutte le linee di ricerca e di pensiero che hanno attinenza con la vita vegetale, animale e umana.
Di questo, un merito non secondario va attribuito al grande Scienziato cattolico che non perdeva occasione per rendere testimonianza e gloria a Dio attraverso la riscoperta e lo studio delle leggi che governano l’infinitamente piccolo.
“Le leggi di Mendel – diceva Gedda – poteron o essere scoperte nel 1865 e successivamente riscoperte, solo perché all’inizio del tempo, furono create…Non vi sarebbe Genetica se non vi fosse la Genesi…”(13). E ancora: “L’eredità controllata della Genetica è un prolungamento dell’atto creativo di Dio narrato dalla Bibbia: creationis prolixitas…”(14).
Sono parole che connotano l’atteggiamento intellettuale dello Scienziato di fronte all’impegno scientifico, che danno la misura della sua fede al cospetto della superiori verità che appartengono al soprannaturale.
La scienza è in una posizione di non competenza rispetto a queste verità, ma non è né può essere in una posizione di disinteresse.
Più concretamente, lo studio della Genetica medica, come di ogni altra disciplina scientifica, non porta a dimostrare il soprannaturale, ma le conclusioni della scienza non sono in contraddizione con le conclusioni della fede nei riguardi delle verità rivelate.
E’ il mistero del segreto della vita che riemerge con forza, in concomitanza con l’importanza cruciale della scoperta della struttura e funzione della doppia elica dell’acido desossiribonucleico (DNA), che è il vettore chimico del gene (15) e che, per ricordare un’altra significativa, felice riflessione di Gedda “nell’opera d’arte della natura vivente rappresenta le note dello spartito col quale Dio ha realizzato quella sinfonia di Esseri che noi conosciamo attraverso le scienze della Natura vivente”(16).
Per la moltitudine di giovani e meno giovani che in circostanze diverse nel corso di lunghi decenni hanno avuto dalla Provvidenza la gioia di conoscere, stimare e amare Luigi Gedda, una cosa appare certa: il grande Scienziato è stato un coerente testimone del nostro tempo; un ricercatore incomparabile capace di penetrare, con genialità concettuale, i segreti della natura per meglio adorare Colui che per amore ha creato ogni legge e pensiero, ogni realtà vivente e cosmica, individuale e sociale, nel suo essere e nel suo divenire. Una testimonianza, la sua, che suscita una eco profonda nei nostri cuori perché anche noi, affascinati dal suo esempio,vorremmo potere dire: “A questo coro immenso di lode che sale dalla terra al cielo sui tracciati della scienza, alla voce del filo d’erba, del cromosoma e del gene, desidero aggiungere la mia piccola testimonianza, oggettivamente trascurabile, ma soggettivamente doverosa…”(17).

3. L’impegno in Azione Cattolica

Gli storici che osservano gli avvenimenti con obiettività e che non si lasciano condizionare nelle loro ricerche da pregiudizi ideologici, onestamente riconoscono che l’Azione cattolica italiana ha rappresentato il fenomeno spirituale più rilevante del secolo ventesimo.
Molti di noi che hanno avuto la gioia di fare parte di quella organizzazione di apostolato laicale fino da quando, adolescenti, infilarono nell’occhiello il distintivo policromo di Aspiranti, guardano con sentimenti di riconoscenza verso Dio a quegli anni ritmati dalla preghiera, dall’azione e dal sacrificio nel corso dei quali coltivammo amicizie “tra livelli culturali e professionali molto diversi e che dicono della socialità cristiana assai più di un trattato”(18).
E più tardi, quando scoprimmo con l’aiuto dei nostri Assistenti e Dirigenti i grandi problemi della vita contemporanea, il bisogno di vivere con coerenza di fede un cristianesimo diffusivo fece maturare nelle nostre coscienze, come nella valve di una conchiglia marina, la perla dell’apostolato laicale.
A distanza di anni possiamo ora onestamente riconoscere che dobbiamo molto, su piano spirituale e umano, al sodalizio che Mario Fani fondò con Giovanni Acquaderni nel 1868 dopo una notte di preghiera dinanzi al Santissimo nella chiesa di Santa Rosa a Viterbo. In quelle Associazioni, al tempo della prestigiosa Presidenza generale di Luigi Gedda, io ho avuto modo di sperimentare unitamente ad una moltitudine di altri giovani, con la vocazione all’apostolato cristiano, il bisogno e la bellezza di servire la Chiesa ed il Papa secondo le necessità del momento storico. Allora, dopo la nomina da parte della Santa Sede nel 1946 di una Commissione Episcopale alla quale veniva affidata l’alta direzione del sodalizio, il quadro organizzativo dell’Azione cattolica era così composto: quattro rami a base nazionale, diocesana e parrocchiale; tre movimenti a base nazionale e diocesana, il Movimento laureati, il Movimento maestri e la FUCI, Federazione universitaria cattolica..
Naturalmente, oggi le cose sono cambiate, e sulla scia dell’insegnamento del Vaticano II che ha ulteriormente valorizzato l’apostolato dei laici, si punta ad una maggiore incisività sul piano della responsabilità personale in ordine all’annuncio del Vangelo, privilegiando il lavoro formativo e attenuando la polemica tra cultura della mediazione e cultura della presenza a favore della radicalità evangelica.
Come in ogni passaggio delle vicende umane e spirituali, anche questo "ripensamento" non è tuttavia risultato indolore, specie negli anni '70 quando con tristezza abbiamo intravisto una Azione cattolica stanca e insignificante, "con alcuni settori non immuni dalle tentazioni dell'intellettualismo e della fuga in una formazione fine a se stessa" (19).
Questo diverso modo di concepire l'apostolato dei laici non sta a significare però che negli anni di Gedda la dimensione organizzativa, che pure era indispensabile, prese il sopravvento sulle scelte formative e sulle preoccupazioni soprannaturali.
Dal punto di vista storico e metodologico sarebbe una interpretazione inesatta e fuorviante, lontana dalla realtà; un modo poco corretto per comprendere la straordinaria fecondità apostolica del grande Presidente che ha continuamente alimentato la sua vita e quella di molte generazioni di laici con lo spirito di preghiera e con l'adesione senza riserve alla volontà di Dio, per ritrovare in ogni momento il "il diametro delle cose, la gerarchia dei valori, la speranza e la fiducia" (20).
Più di tanti giri di parole, una lettera del novembre del '58 che un amico mi ha fatto pervenire in fotocopia, scritta da Gedda ad un sacerdote torinese, chiarisce compiutamente il suo atteggiamento spirituale di fronte alla crescita delle iniziative apostoliche. "Vorrei saoerLe dire - scrive Gedda - tutta la mia gratitudine per il tanto che ricevetti da Lei, mio primo Maestro di apostolato. Ricordo quando abitavo in via Cibrario e frequentavo il liceo Cavour, con quanta gioia interiore e desiderio di apostolato venivo in via Manzoni, mi trovavo con l'Avvocato Torriani (dai memorandi baffi!!) e con gli altri Suoi collaboratori, facevo del mio meglio per essere un Segretario zelante, iniziavo la collaborazione al "Giovane Piemonte"....Preghi per me, don Carlo, molto: perché io sappia conservare e fare fruttificare per me e per gli altri i semi che con tanto amore Ella diffuse nell'anima mia e perché al crescere del campo esterno corrisponda un approfondirsi del lavorio interiore, in piena uniformità al Volere divino..." (21).
Ora che la nebbia delle insinuzioni preconcette artatamente creata attorno alla figura carismatica di Luigi Gedda si sta lentamente diradando facendo emergere nella giusta dimensione umana e spirituale una delle più limpide e coerenti personalità cattoliche della storia contemporanea, è doveroso ricordare <<dietro il proliferare di "opere" e l'espasione organizzativa dei vari rami di Azione cattolica, l'esistenza di robuste radici spirituali.
La preoccupazione soprannaturale rimane cdentrale e non può certo essere intesa in un rapporto di pura strumentalità nella consapevolezza della caducità delle forme organizzative>> (22).
A questo punto, se mi lasciassi vincere dai sentimenti e dai ricordi, non finirei più di esaltare la bellezza e la fecondità spirituale dell'Azione cattolica negli anni difficili del secondo dopoguerra quando una schiera di laici generosi tentò di gettare le fondamenta di una società diversa, più umana e cristiana.
Preferisco invece affidare tutto il passato soltanto ed unicamente alla misericordia di Dio, nella consapevolezza che nuove urgenze e altri problemi si presentano ora alla coscienza di tutti noi.
Perché, malgrado le inguaribili debolezze della volontà, il bisogno di fare parte agli altri delle speranze che portiamo nel cuore rimane tuttora fortemente sentito grazie alla Provvidenza che ha incrociato le nostre anime con l'esempio e gli insegnamenti che ci sono stati dati dai Dirigenti cattolici che uscirono dalla Scuola di formazione tenuta a Torino nel 1932, animata proprio dall'allora Presidente diocesano Luigi Gedda, tra i quali ricordo con riconoscenza, per limitarmi alle persone da me conosciute qualche decennio dopo nelle irripetibili situazioni che si verificarono in circostanze diverse di tempo e di luogo, Agostino Maltrello, Carlo Carretto, Nino Badano, Valdo Fusi, Dino Bertolotti.
Per quanto mi riguarda, se dovessi riassumere il tumulto dei sentimenti che affiorano nel mio animo quando penso alla storia del laicato cattolico di quel tempo, io non trovo di meglio che ripetere le parole confidenziali che Valdo Fusi scrisse a Luigi Gedda nel 1957, dopo aver letto il libro su Dino Bertolotti, prematuramente scomparso il 17 settembre del '55: <<Ringrazio il Signore che mi chiamò nella Gioventù cattolica di allora, nella Gioventù cattolica di Dino Bertolotti... Nessuno può immaginare come fosse bella la nostra "cattolica" di allora; per me è la cosa più bella della mia vita...>> (24)
Parole che sottolineo con emozione e con tutto l'impeto della mia umanità povera, perché l'Azione cattolica degli anni di Luigi Gedda anche per me è stata una scuola completa, una maestra di spirito, una strada ascetica ed un giardino di vita cristiana.

4. Il Comitato Civico

L'8 febbraio del 1948, il giorno in cui Luigi Gedda su mandato di Pio XII fondò il Comitato Civico provocando la più massiccia mobilitazione delle coscienze del dopo guerra, io ero ancora ragasso iscritto alla sezione pre-juniores dell'Associazione di Azione cattolica "Contardo Ferrini" di Mondovì Breo.
Quell'anno, la situazione politica, economica e sociale dell'Italia rifletteva tutto il peso delle conseguenze drammatiche della guerra.
il fascismo era stato finalmente sconfitto, ma il futuro si presentava denso di incognite.
Si era alla vigilia delle elezioni del 18 aprile ed i cattolici temevano l'eventuale vittoria del Fronte popolare, guidato dal partito comunista italiano.
Per la verità, io allora non comprendevo la gravità della nuova situazione politica che si era creata soprattutto dal punto di vista dell'avvenire del Paese.
Pensavo che grazie all'epica insurrezione generale del 25 aprile del '45 contro gli ultimi focolai della dittatura fascista, che portò al ripristino delle libertà civiche e politiche, l'Italia non avrebbe più corso alcun pericolo.
Ero ingenuo e disinformato.
Sentivo parlare del pericolo comunista ma immaginavo una realtà lontana, anche perché a Mondovì, io che frequentavo gli ambienti giovanili cattolici, non conoscevo una sola persona che apertamente si dichiarasse comunista.
Quando però decisi di chiarire a me stesso l'argomento, di verificare se veramente il comunismo si identificava con il materialismo, con la lotta feroce alla Chiesa ed alle libertà dell'uomo, allora scattò nel mio animo, sempre tormentato dalla ricerca della verità, il desiderio di approfondire le basi teoriche di quella dottrina materialista.
Ero povero, mio padre era tornato da un campo di concentramento in Germania, ed io non avevo il denaro per acquisire i libri che mi servivano per la ricerca e, inoltre, non volevo fare sapere a nessuno, compresi i miei genitori, che avrebbero sicuramente disapprovato, quello che stavo per fare. Senza troppa convinzione, tramite l'Ambasciatore sovietico a Roma, scrissi a Stalin (25) una lettera pregandolo di volermi offrire qualche libro per conoscere la dottrina comunista.
Inaspettatamente, quindici giorni dopo ricevetti presso la mia abitazione un voluminoso pacco.
Erano i libri richiesti che mi affrettai a leggere con attenzione, quasi con avidità.
Mi convinsi subito dell'enorme pericolo per la Chiesa, per l'Italia, per la libertà di ogni uomo, rappresentato da quella dottrina che voleva annientare con l'idea stessa di Dio, ogni religione, negare ogni realtà soprannaturale e fondare tutto sul materialismo dialettico e storico.
Oggi, in una situazione storica radicalmente mutata, con una Italia democratica inserita in un concerto di democrazie europee, non è facile comprendere quegli anni e quel periodo.
Allora si trattava di difendere l'avvenire stesso del popolo italiano, di non fare cadere il nostro Paese nella sfera di influenza del comunismo sovietico, notoriamente una dittatura peggiore della dittatura fascista.
Nacque allora, come ricordato, il Comitato Civico.
Un merito storico di Luigi Gedda, un "miracolo organizzativo senza precedenti": "...in pochi giorni i cattolici italiani vengono mobilitati grazie all'istituzione di ventimila Comitati elettorali, i quali promuovevano una propaganda diretta a fare emergere il dovere religioso e morale di impegnarsi in una "battaglia di civiltà" contro l'astensionismo e il comunismo" (26).
Da notare che il Comitato Civico non è mai stato una organizzazione partitica, non tendeva ad una rappresentanza politica.
Le motivazioni profonde della difesa della libertà erano meramente religiose.
Si combatteva il materialismo che rischiava di dilagare nelle coscienze, si contrastava l'errore favorendo il risanamento morale dell'ambiente sociale. Questo era l'insegnamento dettato e continuamente ribadito ai quadri dirigenti da Luigi Gedda e da Padre Lucio Migliaccio O.M.D., splendida figura di sacerdote e Assistente ecclesiastico nazionale dell'organizzazione.
Una missione religiosa dunque, un autentico apostolato civico, "un'articolazione tra la coscienza cristiana di un vasto elettorato e la forza politica che si propose di rappresentarlo".
Apprendemmo inoltre, attraverso le parole di Gedda, che il "cattolico-cittadino", per usare l'espressione adoperata da Paolo VI nel discorso ai Comitati Civici del 30 gennaio 1965, "è il cattolico che sente il dovere di assolvere ad una missione che oltrepassa la sua persona, una missione sociale e precisamente una missione civica, essendo il civismo un particolare aspetto dell'attività sociale della persona umana" (27).
A cento anni dalla sua nascita, la figura di Luigi Gedda gicanteggia come una dei principali artefici della grande vittoria del 18 aprile 1948.
Un merito che soltanto le generazioni di domani sapranno valutare nella giusta dimensione storica, in un'ottica religiosa e nel suo significato più autentico anche perché "il nome di Luigi Gedda è di quelli destinati a suscitare ancora oggi, passioni e polemiche. La memoria collettiva ed il lavoro di una generazione di storici tengono alla ribalta il ruolo che questo medico e scienziato di vaglia ha avuto nell'ora drammatica per l'Italia e per gli italiani del passaggio tra fascismo e democrazia, della fondazione e del consolidmento della Repubblica" (28).

Per inciso ricordo alcuni dati che a mio avviso sono sufficienti per comprendere l'ampiezza della vittoria del 18 aprile 1948: nelle elezioni per l'Assemblea Costituente del 1946, gli elettori che scelsero la Democrazia cristiana furono 8.101.004; nelle elezioni del 1948 per la Camera dei Deputati, le persone che votarono per la Democrazia Cristiana furono 12.741.299.
Un incremento di circa cinque milioni di voti, straordinario sotto ogni aspetto, che è stato reso possibile soltanto a seguito della mobilitazione generale dei cattolici operata dal Comitato Civico in un momento di svolta dall'inequivocabile significato spirituale delle vicende italiane. Difatti, come autorevolmente osserva Giuseppe Vedovato, per chiarire appunto il senso vero di quei drammatici ed esaltanti eventi "Luigi Gedda affidava a Tabor, la rivista per la vita spirituale e culturale dei laici, un articolo dal titolo: "Significato spirituale del 18 aprile" (marzo-aprile 1988) in cui inseriva quegli eventi nello sviluppo dell'Azione Cattolica negli anni Venti, trenta e Quaranta, "che rappresenta lo zoccolo sul quale la Democrazia Cristiana ha potuto raccogliere intorno a sè un elettorato ragguardevole".
Aggiungeva anzi che tutto il processo di rinnovamento della Chiesa fino ai giorni di Giovanni Paolo II è stato consentito anche grazie alla vittoria del 18 aprile ed al suo valore di libertà per tutti, per la vita politica italiana e non solo italiana. (29).
Sono convinto che la storia non si fa con il senno di poi e che la vera storia è quella che si scrive nelle coscienze; tuttavia, mi sia consentita una domanda che non vuole apparire retorica e che quasi sicuramente non potrà trovare risposta, ma che comunque ancora oggi angustia il mio animo: quale sarebbe stato l'avvenire del nostro Paese e dell'Europa senza la vittoria del 18 aprile?
Ma grazie a Pio XII, il Pontefice che con il suo Magistero ha illuminato la Chiesa "come fonte che zampilla in pubblica piazza" (30) e l'apostolo laico Luigi Gedda, l'Italia ha potuto intraprendere il suo cammino di libertà, di progresso civile, di giustizia e di pace.

5. La Società Operaia

Non è certamente possibile comprendere compiutamente la personalità di Luigi Gedda, la sua vita, le sue opere, il suo straordinario spessore spirituale culturale e umano, la sua genialità nella ricerca scientifica e nella concretezza operativa, se si prescinde dalla Società Operaia (31) da lui fondata, cioè da quel primo nucleo di laici "desiderosi di partecipare, umilmente ma attivamente alla missione salvatrice di Gesù..., che raggiunge nel Getsemani quando Egli fu catturato, un sublime esempio di obbedienza al volere divino" (32).
Sono ormai trascorsi 60 anni dalla nasciota della Società Operaia e lo sviluppo di questo Sodalizio laicale, concepito nella luce della spiritualità del Getsemani, sta a testimoniare quanto grande è stata l'intuizione di allora, quanto coinvolgente e profondo l'impatto spirituale su generazioni di laici impegnati nelle organizzazioni cattoliche.
La spiritualità getsemanica che "ha nel Volto di Cristo la sua più intensa ed accessibile espressione" (33), consente ai laici di vivere più intensamente la vita spirituale percorrendo la strada della vicinanza al dolore sofferto da Cristo nella notte getsemanica, e di utilizzare le circostanze e le proprie competenze professionali e sociali per meglio diffondere il Vangelo nella società di oggi, così problematica e carica di angoscia.
Alla scoperta ed alla vita di questa caratteristica spiritualità voluta da un laico per i laici, che non rispecchia la formula degli Istituti regolari e che permette una vita consacrata senza privarsi "di quell'arricchimento divino e umano che consiste nel sacramento del matrimonio e nella vita familiare" (34), lo stesso Fondatore ha dedicato due opere e una serie sterminata di articoli e lettere (35).
Non desta quindi stupore il fatto che nel suo testamento spirituale ha lasciato scritto "che il più grande dono che Dio mi ha fatto è stato quello di conoscere e di coltivare in me stesso e in altri la spiritualità getsemanica scoperta nel 1940 nel Convento dei Passionisti sul Celio...La meditazione del Getsemani mi ha condotto a pensare che le nostre sofferenze sono nel tempo stesso una espiazione dei nostri peccati ed una partecipazione ai dolori sofferti da Gesù per cancellarli. Dolori di Gesù che ebbero il culmine in quella tragica notte nella quale Egli non fu ascoltato dai discepoli, ma tradito e arrestato. Dobbiamo ripagarlo adorando il Suo Cuore, come Egli chiese a Santa Margherita Maria" (36) .
Ora sappiamo che il dono della Provvidenza fatto a Gedda è diventato diffusivo e si è moltiplicato; la felice intuizione della formula Società Operaia che conduce il laico a scoprire ed adorare il mistero del Getsemani "come un calice che contiene la sintesi di tutta la nostra fede e il segreto di tutta la grazia di cui il cristiano può avere bisogno" (37), ha ormai incrociato la coscienza e la responsabilità di innumerevoli laici che nella ordinarietà della vita quotidianacon umiltà di cuore domandano la grazia di potere servire la verità che, notoriamente, per il credente è la manifestazione della Volontà di Dio.
In un'altra occasione ho già avuto modo di dire che Gedda è stato soprattutto un grande mistico che ha attraversato le vicende drammatiche del secolo ventesimo con un continuo atto di adorazione verso Dio, verso il mistero racchiuso nel "fiat" pronunciato da Gesù nel Getsemani; un uomo di intensa vita interiore, coerente con la propria fede, come autorevolmente testimonia il Card. Fiorenzo angelini: "Essendo stato per decenni accanto al professor Gedda, mi considero privilegiato e credibile testimone della sua ricca e profonda spiritualità, della sua passione di geniale e pionieristico ricercatore nel campo della ricerca medica, del suo zelo apostolico..." (38).
Vorrei ora aggiungere che Luigi Gedda conosceva, da par suo, le opere ed il pensiero dei grandi mistici di ogni tempo, testimoni e protagonisti dei molteplici itinerari spirituali che conducono l'uomo a sperimentare, con l'aiuto della Grazia, l'amore di Dio.
Si onorava di fare parte dell'Ordine cavalleresco fondato da Santa Brigida di Svezia (39), il cui Gran Maestro, S.A. il principe Mario Costantini Nemanja Paleologo, personalità di spiccato rilievo culturale ed umano, stimava in modo particolarissimo - appunto perché avvertiva nella sua coscienza, una grande assonanza spirituale con la vita e le opere dei istici che hanno arricchito la Chiesa.
Santa Brigida di Svezia, profetessa e mistica del Nord Europa, andata sposa ad un magistrato, Ulf Gudmarsson, con il quale ebbe otto figli (fra i quali Santa Caterina di Svezia), ha lasciato scritti che rivelano, oltre che sorprendenti meriti letterari, straordinari slanci contemplativi.(40)
Al riguardo, è significativo il fatto che anche Giovanni Paolo II non abbia esitato - primo Papa della storia - a recarsi a Vadstena per venerare le spoglie della Santa che seppe farsi "eco privilegiata di Dio per la Chiesa e per la società" (41)

Ma Gedda, uomo della trascendenza, è stato anche una persona che sapeva chinarsi sul prossimo con quella tenerezza spirituale e sollecitudine apostolica che di solito leggiamo soltanto nella vita dei santi.
Io conservo gelosamente decine di sue lettere indirizzatemi lungo il corso degli anni nelle diverse circostanze della mia vita.
Le sto raccogliendo per sistemizzarle in previsione di una possibile, prossima pubblicazione.
Sono tutte lettere di alto valore spirituale, un continuo incitamento a vivere la spiritualità getsemanica ed a inserire il pensiero cristiano nella nostra società dai "capelli binchi", sclerotizzata, priva di slanci ideali.
Una di queste lettere mi è particolarmente cara. Il 15 novembre 1993 gli avevo manifestato un momento di grande tristezza interiore, perché avvertivo attorno a me una crisi profonda, uno smarrimento epocale della politica, degli ideali, della morale. Concludevo con un atto di fede nel mistero della Chiesa e con un elogio alla bellezza della nostra Azione cattolica...
A stretto giro di posta, quattro giorni dopo, ricevetti la risposta scritta di suo pugno: "Mio carissimo rocco, rispondo subito alla tua lettera perché non è gioiosa, come al solito, ma carica di amarezze. Non stupirti di questo. Come puoi leggere nel libro che ti allego è capitato anche a Gesù, nel Getsemani, al punto da sudare sangue... Noi tutti e Gesù con noi, ci troviamo nel periodo che segue il peccato d'origine, perciò nella confusione, nel dolore del singolo e della collettività... un periodo assai critico, come anche tu avverti... Tutto questo non deve addolorarti in quanto Dio permette il dolore per redimerci e ci dà i sacramenti per redimere noi stessi e la preghiera per redimere il prossimo... Anche gli apostoli dormivano mentre Cristo sudava sangue. Il suo esplicito consiglio fu questo "vegliate e pregate". Per questo, caro Rocco, ti invito anch'io a "vegliare" alimentando l'amicizia e la preghiera in comune... andando alla Consolata a sentire messa al giovedì sera. Così realizzerai il "pregate" che Gesù ha fortemente consigliato.
Non lasciarti impressionare dal clima post-elettorale.
Veglia e prega. Inoltre scrivimi. Ti abbraccio, Luigi" (42).


6 . La Chiesa

Mi pare di dovere concludere queste riflessioni sulla vita e sulle opere del grande pioniere dell'apostolato dei laici, con qualche accenno all'amore che Luigi Gedda, durante la sua lunga esistenza, ha sempre nutrito per la Chiesa che considerava "la dolce, divina, misteriosa madre delle nostre anime" (43). Gedda ha amato la Chiesa con una tenerezza sconfinata, con fedeltà senza incertezze, interpretando nel modo più alto la volontà di Dio che si manifesta alla coscienza personale attraverso le cause seconde ed il Magistero dei romani Pontefici. Sottolineava in ogni circostanza, nei mille convegni con i giovani, negli incontri personali e nelle sedi scientifiche internazionali, il perenne fulgore della divina incontaminata bellezza della Chiesa.
Anche sotto questo aspetto è stato un esempio per tutti noi. Illuminante in proposito appare la risposta data a Giacomo De Antonellis che in occasione di una intervista, gli domandava con quali di questi tre Pontefici (Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII) ha provato maggiore sintonia.
"A questa domanda, forse un po' maliziosa, rispondo che la mia sintonia verso ognuno dei Vicari di Cristo che ho conosciuto di persona è stata, come deve essere, totale. Le vie della Provvidenza convergono sulla misteriosa e sofferta missione di ogni Pontefice così da sovrastare qualsiasi calcolo umano. La Provvidenza è una sorgente che ha nutrito e nutre nel modo migliore la Chiesa e la vita di ogni Cristiano" (44).
sono parole significative, che non richiedono alcun commento, che lascio alla nostra riflessione ed a quella delle nuove generazioni di cristiani.
sono certo che, a cento anni di distanza dalla sua nascita, altri parleranno di Luigi Gedda meglio e più compiutamente di quanto io ho saputo fare anche perché il mio ricordo vuole essere soltanto l'espressione doverosa e gioiosa di un sentimento di stima profonda e di riconoscenza per il tanto che da lui ho ricevuto.
Su una tomba della Chiesa di San Fedele a Milano ho visto scolpiti due Angeli che portano torce che invecie di essere accese sono spente e rivolte verso il basso. Per giustificare l'atteggiamento degli Angeli, una iscrizione latina recita: "non c'è nessun bisogno delle nostre torce perché splende di luce propria".
Come i grandi testimoni della fede del passato, sono convinto che anche Luigi Gedda ormai risplende della luce di Dio i cui diritti, di fronte al mondo ed alla coscienza degli uomini, ha ininterrottamente esaltato e difeso con impareggiabile vigore. Il suo è un modello di coerenza apostolica capace di accompagnare il cammino delle nuove generazioni di laici che, con animo appassionato ed assiduo, in un tempo di emergenza come il nostro, continueranno ad innalzare sul mondo il vessillo dell'unica vittoria che conta, quella della fede: " Haec est victoria, quae vincit mundum, fides nostra" (45)

 

 

di Rocco Leuzzi

da: Quaderni

anno V - numero speciale - ottobre 2002

Rivista trimestrale di confronto culturale della Chiesa di San Filippo in Torino

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