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10 maggio 2009 - 5a Domenica di Pasqua - Anno B

Parabola del vignaiolo, della vite e dei tralci (Gv l5, 1-8)

Questa parabola di Gesù si commenta da sé. Ma qualche nota in più può esser utile. "Io sono la vite e voi i tralci": Gesù non poteva che dirlo. Ed ha dato esempio di potatura nella Sua Passione.
Dovremmo dirlo anche di noi singoli, considerandoci anche noi una vite con i propri tralci, particolari, diversi da tutti quelli delle altre viti, tranne che per la necessità di lasciarci potare doll' unico vero e sapiente vignaiolo che è Dio.
Dio ci ha collocati nel mondo per un Suo unico disegno di vita e di speranza, tutti diversi per esigenze e caratteristiche di esistenza del tutto personali. Ci ha fatto così perché la nostra creazione è stata par Lui un atto d' amore, preciso e singolare nei riguardi di noi fatti persone. Nella stessa creazione nostra è implicito il senso e lo scopo della perfezione.
Quando diciamo che Dio ci ha fatti a "Sua somiglianza" non si tratta di un modo di dire ma di profondissima realtà: Dio ci vuole a Sua immagine anche nell' essere perfetti, a Sua somiglianza. Nella stessa Creazione Dio non ammette imperfezioni né disordini, giacché da nessun genere di caos può derivare ordine: questo è un concetto ovvio che rappresenta la smentita più normale ad ogni negazione dell' esistenza di un Creatore e, al di sopra di tutti, riguarda noi uomini.
Anche questo semplice esempio che Gesù ha citato per spiegare uno solo e semplice degli innumerevoli rapporti esistenti tra noi creature e Dio Creatore, è fatto e detto a nostra misura e per stimolare appunto la necessaria nostra partecipazione attiva alla "vita della Vigna di Dio".
Siamo dunque sollecitati ad "autopotarci ", a farci, noi stessi, vignaioli attenti alla salute e produttività della "vite " nostra, che è la nostra anima.
In che cosa consista la autopotatura è altrettanto evidente, quanto la nostra stessa esistenza. Si tratta di togliere dalla pianta di vite della vita nostra tutto ciò che non può essere produttivo, perché, come Gesù ha detto, "possa portare più frutto", ma con assoluta, per quanto umana, meticolosità. E' una potatura che dura tutta la vita, che deve segnare la nostra progressione in maturità. Siamo abituati per istinto a curare la nostra salute fisica: per quale motivo allora non curiamo anche quella dell' anima? Perché siamo così distratti nel carattere e comportamento? Ci comportiamo come senza renderci conto che ogni sia pur piccola ingiustizia nuoce non alle nostre tasche ma al!' anima nostra.
Il piano morale non riguarda solamente i nostri comportamenti materiali ma comprende ogni nostra azione, parola, atteggiamento, soprattutto quelli nei confronti del nostro prossimo e va curato ed interpretato con sempre crescente cura nel reale progredire della vita, segnandone le tappe ed i veri successi.
Dio, che vede ed ama tutti indistintamente allo stesso identico modo che solo a Lui appartiene, ci induce ad essere altrettanto precisi nel rispettare e curare questo nostro prossimo, costituito non solo dai nostri parenti ed affini, ma da chiunque ci passa accanto, pur per pura combinazione.
Quando vediamo la folla, quando osserviamo, per dire, perfino in TV, la gente, non possiamo non essere attratti dal pensare: "chissà come si chiama quel tale, che cosa fa, a che cosa pensa per lo più... "; vedendolo e sentendolo fratello, sperando, nella fantasia, di poterlo incontrare...Quanti incontri anche solo momentanei con persone, anche in diverse parti del Mondo, potrebbero costituire occasione di avvicinamento e compartecipazione!
Dio ci vuole tutti fratelli e l' autopotatura è un mezzo per realizzare la somiglianza. Quanto più di secco ed inutile taglieremo d'addosso a noi, tanto maggiormente avremo la capacità di farci fratelli gli uni degli altri.

Coroncina: "Domine, si vis, potes me mundare!"

Portiamo anime a Cristo!


 

 

 


 

 

 

 




 


 

 


 

 

 

 


 

 

 



 

 

 

 


 

 

 


 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


 

 


 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 


 

 



 

 

 

 

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Riflessione

che trae spunto dalla liturgia domenicale

 

dal R.O.D. di Cagliari

Piero Agus


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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