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13 settembre 2009 -
24a Domenica - anno B
"Chi perderà
la propria vita per il vangelo la salverà"
(Mc 8, 27-35)
Sappiamo bene qual' è il significato consueto e naturale del
"perdere la vita": è il "morire". Ce lo dice
ed insegna chiaramente l' istinto di conservazione, senza possibilità
di equivoci o fraintendimenti.
Ma per Dio, per la Sua Realtà, per il Suo linguaggio, la morte
assume ed ha totalmente carattere completo e profondissimamente esatto,
sicché il "perdere la vita" assume senso riferito a
valori che soltanto Lui valuta e stabilisce. Dio vede e giudica ogni
eventualità, compresa la morte, dall ' alto dell ' Eterno, per
cui sembra non tener mai conto del contingente, del limitato all' oggi,
all' attuale. Egli domina il Tempo ed i suoi contenuti, gli avvenimenti,
avendoli, fin da prima che essi si
verificilino, chiari nella esatta visione; e ciò non è
che una piccola parte del Suo totale dominio su Tutto e su tutti.
Anche il "perder la vita", quel che noi chiamiamo il "morire",
Dio lo vede cosi sotto una luce preclusa ai nostri limitatissimi sensi
e per ogni possibile grado di sensibilità da noi raggiungibile;
per cui qualunque sia la forma fìlosofìca da noi ideabile,
che abbia lo scopo di chiarire un concetto stesso di "morte"
che abbiamo espresso, non può raggiungere mai la realtà
vera, che è appunto nota soltanto a Dio.
L ' unico modo per distaccarci dalla consueta ed umanissima visione
concernente la morte è dunque quello di cercare ad avvicinarci,
almeno con l' immaginazione, al modo di vedere di Dio.
Ciò lo si può ottenere, per grazia particolare, attraverso
la maturità di fede e mediante la preghiera mirata con specifica
richiesta di luce.
L ' ottenimento appartiene alle grazie ed è concesso da Dio per
finalità particolari proiettate nel Tempo, secondo quel ch' Egli
misteriosamente stabilisce e le sue scelte di anime evidentemente predisposte
dalla Sua grazia.
Nella Creazione Dio ci aveva progettato e collocato nel mondo facendoci
"a sua immagine e somiglianza" (Gen,26), cioè esenti
da morte, con una conclusione della vita fisica costituita da un "transito"
gioiso e totalmente indolore, quale quello riservato poi a Maria, la
Santissima Madre di Gesù.
La vita non veniva in tal modo persa, ma semplicemente trasformata,
sublimata, nel completarsi dell' esser "a Sua immagine", a
quella Immagine della quale abbiamo nel vangelo ed in Cristo Gesù
la descrizione ispirata e perfetta.
E' così "il vangelo" la parola vera e centrale del
contenuto di questo versetto a cui riferirci nella nostra riflessione.
"Nel vangelo è la salvezza"; lo è di tale infinita
portata che grazie ad esso nulla e nessuno può sottrarci alla
vita, grazie ad esso la morte non è.
Concludendo: siamo stati creati per la vita senza limiti, eterna, da
vivere nella Casa dal Padre Creatore che nulla vuol veder perduto, che
nulla vuol veder a Lui sottratto. E' dichiarazione solenne della sconfìtta
del maligno, del tentatore, del diavolo che cerca sempre in odio a Dio
di sottrarGli ogni Sua creatura.
Coloro che tutto lasciano nel mondo per seguire il desiderio di perdersi
unicamente in Dio sono i "consacrati", di qualunque genere
e colore, purché abbiano compiuto un atto vero ed integrale di
donazione propria.
Nella loro fedeltà essi sono "morti viventi" ed abitano
fin d' ora nella Casa di Dio.
Coroncina: "Signore, donami la luce del tuo vangelo!"
Portiamo anime a Cristo!

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