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14 dicembre 2008 -
3a Domenica di Avvento - Anno B
"Chi
sei tu? Che cosa dici di te stesso?!"
(da Gv 1, 6-8- 19-28)
Riusciamo ad immaginare che qualcuno rivolga a noi
una simile domanda?
Giovanni il Battista era nello stato di grazia adatto per dare la più
precisa delle risposte. E noi? Come risponderemmo ad una domanda simile,
che - riflettiamoci - ci vien posta assai frequentemente dal Mondo?
Il Mondo, nel suo complesso, ignora chi noi siamo, chi siamo noi credenti,
noi cristiani. Lo ignora, anche senza mai porre la domanda, nel vederci
diversi rispetto a sé, chiedendosene forse il perché.
Come poi noi possiamo rispondere nel porre la domanda direttamente a
noi stessi, nel guardarci dentro? Si tratta di una domanda che Dio,
conoscendoci perfettamente Lui solo, ci invita a porre a noi stessi;
una domanda importante, essenziale.
Questa domanda è pertinente per il periodo di preghiera e di
riflessione che abbiamo iniziato. La liturgia infatti ce la inserisce
nel Vangelo di oggi anche con questo scopo e dobbiamo farla nostra.
Leggo ne "L' imitazione di Cristo" il capo 5°
del II Libro: "Sulla considerazione di sé stesso".
Mi limito a citare la frase conclusiva di quel capitolo: "L' anima
amante di Dio disprezza tutto quello che è inferiore a Lui".
Sembra che essa contenga il senso dell' essere stati noi creati "a
Sua immagine".
Bisogna qui intendersi su quale genere di disprezzo si tratta. Prima
di tutto perché noi non possiamo invalidare l ' obbligo dell
' amore verso tutto e tutti, escludendo a nostro giudizio quel che è
male e chi il male lo va diffondendo nel mondo, evidentemente.
Disprezzare in senso cristiano può voler dire, semplicemente,
per chi ama Dio, che non ci si deve attaccare a nulla nel mondo, in
quanto ogni cosa creata non può che essere inferiore rispetto
al Creatore, ma anche che si deve amare tutto e tutti in funzione di
questa loro dipendenza da Lui: cioè vedere il riflesso di Dio
nelle creature ed amarle di conseguenza.
Questo per quanto si riferisce al nostro prossimo nel senso più
completo.
Si tratta poi però di stabilire come guardare sé stessi,
come analizzarsi e giudicarsi. "Allontanati da me che sono un peccatore"!
Sono state, per così dire, queste le prime parole che Pietro
ha rivolto a Gesù, per cercare di manifestare di essere indegno
di quella grazia che già intuiva come emanazione del Galileo.
Può ben darsi che per sua indole Pietro avesse in sé un
grado notevole di autocritica o almeno di introspezione, tale da sentirsi
indegno delle altezze di spirito che Gesù emanava.
Possiamo trarre conclusioni utili per noi da un tale esempio: sulla
necessità nostra intima di guardarci, di studiarci, di giudicarci
e di correggerci se necessario. E' un esercizio che potrebbe essere
attuato perfino con assoluta continuità, in considerazione della
nostra naturale imperfezione, come costante tentativo di migliorarci
e per non ricadere ancora almeno negli errori consueti. Occorre assoluta
sincerità con sé stessi, occorre non rifiutare mai di
considerarli; occorre evitare di chiudersi a fronte della realtà,
non scacciarla, non negarla, come per negare la propria esistenza. Nessuno
ci obbliga a confessare quel che di vero noi vediamo in noi; ma Dio,
che vede tutto di noi, giustamente ci ha dotato di una "coscienza",
che è appunto la capacità e la necessità continua,
l' obbligo di autoesaminarci. E' il solo modo che abbiamo per fare onore
al nome che portiamo.
Coroncina: "Signore, fa' che
io veda!"
" Portiamo anime a Cristo!
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