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21 giugno 2009 -
Domenica tempo ordinario - anno B
"Passiamo
all'altra riva..." (Mc
4, 35-40)
Quali riflessioni possiamo trarre da queste parole
che Gesù rivolse ai discepoli, se non l' incoraggiamento a noi
ad avvicinare i tanti che o non credono o che comunque vivono nella,
almeno apparente, ignoranza di Dio? Che cosa possiamo esser capaci di
fare nei loro confronti, oltre che il pregare?
Siamo, intanto fortemente colpevoli per la nostra ignavia, per la nostra
vera indifferenza sul piano pratico delle relazioni, in quanto restiamo
per lo più muti davanti a loro ed alle loro idee e posizioni,
privi di commenti e di consigli, carenti quindi nella vera testimonianza
di fede e, sostanzialmente, di carità. Il nostro "passare
all' altra riva" dovrebbe contenere, pur nella misura della non
contestazione, che è raramente raccomandabile, la voce particolare
ed inconfondibile di Cristo, nella fiducia che essa è sempre,
a livello di qualsiasi grado di istruzione, sempre riconoscibile. Che
essa non sia ascoltata non dipenderà da noi e dai nostri sempre
carenti limiti di espressione, ma dalla, qui già responsabile,
volontà di ascolto di quella parte del nostro prossimo alla quale
ci stiamo rivolgendo. L ' importante è che noi facciamo quel
passo, gesto, che pronunciamo "quella " Parola giusta e chiara,
che richiami "quella realtà", "quella verità".
Gli effetti sono compito della Grazia, silenziosa, misteriosa, ma presente
sempre ed immancabile nei tempi di Dio. Riflettiamo attentamente sul
come comportarci.
Quella persona che incontriamo, che tante volte noi, pur inconsapevolmente,
siamo andati a cercare, tantissime volte, anch ' essa senza volerlo,
era lì ad attendere noi, proprio noi e nessun altro. Ciò
aumenta la nostra responsabilità di credenti e deve spingerci
a fornire nel modo giusto la nostra testimonianza.
Ma nei casi numerosissimi in cui si tratti di soggetti gravemente indietro
sul piano morale oltreché religioso, il mostrare benevolenza
e carità è l' unico ed efficace modo che ci faccia accogliere
ed ascoltare. Quante volte ed in quanti casi costoro erano ridotti in
quello stato da effetti ereditati in famiglia o conseguenti ad esperienze
totalmente negative di vita! Quante innocenti vittime di ingiustizie
o di cattivi insegnamenti incontriamo! Si tratta, ricordiamolo, di nostri
fratelli in Dio, che non hanno colpa alcuna per lo stato precario del
loro spirito.
Noi dobbiamo riprodurre la Voce di Cristo che " comanda la bonaccia"
per le anime turbate dalle vicissitudini dell' esistenza. Ricordiamo
e teniamo sempre presente che anche esse sono "sante in potenza",
in quanto tali concepite da Dio. Così, come Gesù fa rilevare,
la nostra fede viene misurata dal modo in cui noi trattiamo coloro che
sono ancor lontani da Dio: lontani loro, ma Dio vicino, attento, "orante",
Lui davvero, perché essi ritornino a Lui, vero ed unico Dio d'Amore.
Il riavvicinare i "lontani" - Luigi ha tantissimo insistito
su questo argomento - non va praticato come espressione delle nostre
doti, o, peggio, del nostro "sapere di Dio", ma in quanto
manifestazione di benvolere, di amicizia, di simpatia perfino, intesa
nel vero significato del termine. Nulla che pesi sullo spirito e sul
carattere della persona deve trasparire nel nostro atteggiamento, ma
deve essere infiltrata la carità, soprattutto quanto più
essa sia venuta meno. Ricordiamo sempre: non siamo noi che conveniamo:
Chi converte è soltanto Dio.
Coroncina: "Gesù, prestami la Tua voce!"
Portiamo anime a Cristo!
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