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22 febbraio 2009 - - Anno B

"Perché i tuoi discepoli non digiunano? chiesero i farisei a Gesù" (da Mc 2, 18-22)

Di quale digiuno i farisei intendevano parlare? Evidentemente di quello che per lo più imponeva la loro legge, la loro consuetudine, per cui essi non avrebbero mai potuto immaginare in che consista il digiuno cristiano, che, nel suo fondamentale e vero significato e riferimento, è rinuncia attenta ed indispensabile a tutto quel che può indurre a peccare.
Gesù è venuto a chiarire una volta per tutte che cosa sia il peccato, per riformare anche a tale scopo ogni vecchia opinione ed ad istituire nuove leggi, nuove norme, le più aderenti alla concreta fedeltà alla volontà di Dio, che la morale ebraica da tempo leggeva a suo modo.
Quale digiuno dunque? L' elenco delle materie che possono esservi comprese è assai difficile da completare e quindi da comprendere e da seguire. Ci aiuta la grazia, data tanta complessità, limitandosi intanto a contenere, nel rispetto dell'essenziale come elemento di base, tutto ciò che può considerarsi anche digiuno, ma in quanto volontà e capacità acquisita di evitare ogni genere di ingiustizia: è questo, riconosciamolo, il vero digiuno che Gesù è venuto ad insegnare, relegando tra le ipocrisie il resto al quale ci si poteva riferire prima di Lui.
Coloro che dovrebbero digiunare sono gli invitati alle nozze della Sua amicizia, alla festa della Sua Parola, che sono chiamati a nutrirsene e non certo a limitarsi ad udirla senza prenderne coscienza, ma farla propria come regola di vita. Le "nozze " alle quali noi a Lui convertiti siamo invitati a partecipare comportano la rinuncia come gioia per l' anima, in un banchetto nel quale non si gustano piatti di prelibatezze ma virtù da far nostre, da assimilare perché ci cambino la vita per piacere davvero a Dio.
Il Gesù che pratica la penitenza ed il digiuno non è venuto neanche ad imporli ma ad insegnare come usarli come mezzo di crescita e di correzione e purificazione dell' anima; cioè per delle finalità utili per la santificazione personale e non in quanto banale esibizione di onestà e rettitudine non corrispondente oltretutto alla realtà.
I farisei ignoravano che Dio vede sempre nel più perfetto possibile dei modi come ognun uomo è fatto: la nostra vera realtà solo Lui la conosce ed a noi è dato rendercene conto solo per via di una speciale grazia concessaci, che va cercata, che va chiesta, alla quale si giunge col Suo aiuto mediante la preghiera e lo spirito di Sacrifìcio.
Ildigiuno vero, quello al quale Gesù si riferisce, è quello dell'autocontrollo delle passioni, dei vizi, dell' orgoglio e tornaconto personale, delle ingiustizie, della menzogna, della disonestà; è quello che consiste nel "togliersi il pane di bocca" per darlo tutto intero a chi ne ha bisogno; è il " lasciare anche la tunica a chi ci chiede il mantello "; è la capacità della rinuncia più spontanea, anche se apparentemente improduttiva, ma vista come necessaria ed urgente a fronte e vantaggio di chi, più bisognoso, è più "piccolo di noi"; è, in definitiva, il bene compiuto in onore e per seguire concretamente l'esempio della Croce di Cristo quale eccelsa espressione d' amore di Dio e di abbandono in Lui.

Coroncina: "Signore, ispiraci l' amore al sacrifìcio!"

 

Portiamo anime a Cristo!

 


 

 

 

 


 

 

 



 

 

 

 


 

 

 


 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


 

 


 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 


 

 



 

 

 

 

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Riflessione

che trae spunto dalla liturgia domenicale

 

dal R.O.D. di Cagliari

Piero Agus


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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