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Sardegna

23 novembre 2008 - 34a Domenica - Anno A

"Cristo Re" (da Mt 25, 31-46)

Gesù ha voluto lasciarci la descrizione del giudizio finale, non per spaventarci, ma per Sua bontà; le Sue non sono parole di condanna, ma, come sempre, di misericordia.
Il "fuoco eterno" è per il diavolo e per gli angeli che con lui si allontanarono da Dio per un atto di superbia, di presunzione, di orgogliosa e folle ribellione. Questo è l' elemento fondamentale che emerge da questo quadro riferito da Gesù a consolazione ed incoraggiamento di noi fedeli, che amiamo considerarci Suoi discepoli, Suoi seguaci.
Ricordiamo spesso, in quanto fortemente espressivo e commovente, l' avvenimento della conversione del celebre giurista ed avvocato Francesco Carnelutti.
In un viaggio in treno gli capitò che un passeggero che sedeva davanti a lui nello scompartimento, scendendo alla stazione d'arrivo dimenticò sul sedile che occupava una copia del Vangelo. Carnelutti, che si era sempre dichiarato agnostico se non addirittura ateo, lo prese in mano e lesse proprio questa pagina nella quale Matteo riferisce una descrizione del "giudizio finale".
Carnelutti fu come folgorato da quelle parole, da quelle espressioni, dal come la scena gli si presentò, quasi prima che alla mente, immediatamente al cuore.
"Che Dio è mai questo che qui mi si descrive? - si disse. Come è possibile ch' Egli dichiari tanta infinita giustizia, comprendendovi una condanna riservata evidentemente a coloro che si autocondannano? Ho dedicato tutta la vita a difendere tantissimi delinquenti d' ogni specie: assassini, rapinatori, stupratori...ed ho accettato ogni giusta condanna comminata in base a leggi che ho ritenute eque. Ma qui scopro un Dio che si prende cura dei nostri fratelli "piccoli", di coloro che pur costituzionalmente ignorando ciò che è giusto,
lo rispettano spontaneamente, quasi istintivamente. Scopro un Dio che mi somiglia nella professione, ma che è talmente Grande da premiare anche tutti coloro che hanno compiuto il bene come tale, che hanno praticato la giustizia senza porsi lo scopo di un premio. Un Dio, insomma, che è evidentemente vera, infinita, unica e totale, gratuita Giustìzia? "
Sicché - così si concludeva l' avvenimento per Carnelutti - egli alla fine del viaggio scese dal treno perfettamente credente, finalmente cristiano.

Il fatto di Carnelutti è chiaramente indicativo anche per noi vecchi praticanti. Lo è soprattutto in quanto indica proprio a noi come sia necessario il continuare la verifica, giorno per giorno, del nostro grado di fede e, in particolare, di fedeltà, affidandoci completamente alla più integrale spontaneità, da veri "piccoli", rendendo così onore a Cristo che ci ha voluto vicini a Lui nelle opere, per essere inviati nel mondo quali testimoni: anche se pochi ed inadeguati, ma carichi di fede e di carità.
Perché se per i credenti normali, quelli considerati di "seconda e terza categoria", sarà accettato come sufficiente quel grado d'ubbidienza, a noi "discepoli" sarà richiesta particolare concretezza, tale da far sperare l' ottenere speciali risultati nei più svariati campi della vita delle anime, elemento base della vita missionaria.
Non ci è garantita una particolare protezione contro il pericolo di venir meno, per cui potrebbe capitare che noi, al momento del giudizio, ci veniamo a trovare tra coloro che "non" hanno dato da mangiare agli affamati, non hanno vestito gli ignudi, non hanno soccorso gli ammalati, non hanno visitato i carcerati, dimenticando che tra essi molte volte e' era Gesù,
il Cristo Sofferente per i peccati del mondo, Colui che noi "gethsemanici " veneriamo ed adoriamo con speciale devozione.
La condanna sarà allora più severa in quanto l' ingiustizia o la insensibilità avranno albergato sotto gli abiti di persone ritenute giuste e caritatevoli: vera e concreta offesa a Dio tra le più gravi, perché diretta contro la Carità.

Coroncina: "Signore, fa' che io veda!"

Portiamo anime a Cristo!


 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


 

 


 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 



 

 

 

 

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Riflessione

che trae spunto dalla liturgia domenicale

 

dal R.O.D. di Cagliari

Piero Agus


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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