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Sardegna

29 marzo 2009 - 5a domenica di Quaresima - Anno B

"Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto" (da Gv 12, 20-33)

Anche in questo detto di Gesù, come sempre nella maggior parte, è contenuto tutto il senso della Sua venuta, come Cristo sulla Terra.
Il senso di queste Sue solenni parole non è facilmente accettabile, per quanto lo si possa proclamare ed insegnare; esso è in contrasto stridente, riconosciamolo, con il nostro umano comune sentire, con ogni spontaneo e naturale desiderio sia attuale che in qualsiasi prospettiva futura.
"Oh, natura, natura, perché di tanto inganni i figli tuoi?": così ha cantato Leopardi, giustamente, nell' umanità.

La realtà ideale che Gesù, il Cristo, è venuto a portare sulla terra ed ad insegnarla come verità e bene assoluto è invece ben altra. "Chi perde la propria vita (per Me) per il Vangelo la conserverà per quella eterna", ha dichiarato.
Non ce ne rendiamo conto, ma la vera fede trova il suo unico metro di misura proprio nei suddetti termini, anche se essi apparentemente suonano come rinuncia alla vita, come negazione di essa.
Gesù è venuto infatti a dare la propria vita per la redenzione di un mondo che ne aveva perso quei valori e significato che sono da riferire alla "vita vera" che il Creatore aveva progettato, con amore, per l' uomo "fatto a Sua immagine".
Questi dunque i dati fondamentali, motivo vero della nostra esistenza.

A noi il compito di vita di adeguarci ad essi, per rendere a Dio l' onore più giusto e perfetto, per esprimere pienamente la giusta ed unica fede, concentrandolo nello spirito di rinuncia a tutto ciò che può essere in qualsiasi modo e misura estraneo o non degno degli ideali dettatici da Cristo. Con una differenza particolare rispetto a quel che è stato il Sacrifìcio del Redentore: che la nostra "morte " sia esclusivamente "morte al peccato", non alla vita, alla vera vita, ma che anzi ce la apra, ce la assicura, ci conceda di poterla meritare.
E' certamente uno stravolgimento del concetto della vita e della morte rispetto a quello che predica il mondo, che nei "secoli bui" la mente dell' uomo era andata formandosi in un credere falso e totalmente ingannevole.
E ' però il solo ed unico modo di imitare Cristo, nel quale far convergere ogni impostazione ed atteggiamento di vita nostra personale e di relazione, il solo che ci qualifica come fedeli, come cristiani; il solo ad essere stato "rivelato".
Morire, dunque, al mondo e vivere con Cristo in tutto, ponendo Lui in evidenza tramite la carità, innanzitutto, e poi con la pratica costante di tutte le virtù, sia divine che anche umane, fondendole il più possibile per renderle più evidenti e trasmissibili; anche a costo di lasciarsi soffocare dalle rinunce a quel che invece il mondo va inseguendo quali falsi ideali; amando di porsi sempre all' ultimo posto, disdegnando le lodi e gli encomi, ma implorando da Dio compassione e perdono per sè e per il prossimo. Cercando di dare anziché di avere, chiedendo per il prossimo e non per sè. Morire a sè stessi per dare vita a quanti più possibile. Come Cristo ha fatto.

Coroncina; "Gesù, fa' il mio cuore simile a Tuo!"

Portiamo anime a Cristo!




 


 

 


 

 

 

 


 

 

 



 

 

 

 


 

 

 


 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


 

 


 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 


 

 



 

 

 

 

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Riflessione

che trae spunto dalla liturgia domenicale

 

dal R.O.D. di Cagliari

Piero Agus


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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