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Sardegna

2 marzo 2008 - 4a Domenica di Quaresima - Anno A

" "Se foste ciechi non avreste alcun peccato. Ma siccome dite 'noi vediamo' il vostro peccato rimane" (da Gv 9, 1-41)

È questa la conclusione dell' episodio del cieco nato, alla piscina di Siloe.
Esso ci può stimolare ad una riflessione sul tipo di cecità al quale Gesù ha inteso riferirsi.
Due sono i generi di cecità: quello non dipendente dal nostro volere e quello legato al nostro credere di vedere senza guardare, al ritenersi illuminati senza voler accorgersi di brancolare nel buio; alla cecità dell' animo, quella che Gesù è venuto a curare rivelandocela, quella del voler vedere solo ciò che noi vogliamo, che è come dire di voler credere soltanto in noi stessi.
È una delle forme fondamentali di superbia, è una porta aperta al peccato contro Dio e contro la Verità.

Gli occhi di chi è cieco non per sua colpa si apriranno alla vera ed unica Visione eterna che è nel destino preparateci ed offertoci da Cristo, mentre quelli del superbo e dell' orgoglioso che si sono chiusi alla Verità rischiano di rimanere nel buio eterno.
Queste parole di Gesù sono chiaramente di condanna assai severa, tale da dover aprire i nostri occhi.

Quali occhi però? In qual modo? In che misura? Gli occhi di noi credenti ed alle condizioni di Dio, rivelateci e dettateci da Gesù, nel modo e misura che tutto il Suo Vangelo chiaramente indica: occhi aperti alla fede e nella speranza, attuando, senza misura e senza discriminanti, la carità, giacché la Carità è sovrana nella Legge di Dio, al punto di esserne la vera immagine.

Cerchiamo di figurarci come È Dio. Non ha dimensioni, non ha confini, non ha "luogo", ma È tutto nel tutto perché nulla sfugge al Suo sapere, al Suo vedere, al Suo Amare ed ha il diritto assoluto d' essere amato sopra ogni cosa o essere e di esser creduto, adorato ed obbedito in virtù di questo amore, sì da corrispondere il più possibile al Suo.
Chi per la propria superbia rifiuta e contravviene a questa suprema "legge unica del Creato" in pratica non vi appartiene più e la sua esistenza è limitata a lui solo e terminerà con lui.

"Panteismo", dunque? Si, in senso retto e di fede. Panteismo nel quale immergerci per affidarci totalmente all' Unico vero Essere e viverci, fin d'ora.

Quel che ne è al di fuori è peccato e non può che generare peccato.
Guardiamo perciò fissamente a Dio, alla Sua Esistenza, alla Sua Carità infinita e chiediamoGli anche noi: "Signore, che io veda!"; sempre, ad ogni istante, per qualsiasi motivo o pensiero, sì che ogni momento nostro di vita Gli appartenga e possiamo così essere preparati al ricongiungerci a Lui per sempre.


 

 


 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 



 

 

 

 

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Riflessione

che trae spunto dalla liturgia domenicale

 

dal R.O.D. di Cagliari

Piero Agus


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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