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Sardegna

31 genaio 2010 - 4a Domenica - Anno A

"Nessun profeta è bene accetto in patria" (da Lc 4, 21-30)

Questo detto di Gesù, diventato proverbiale, che prendiamo come spunto della nostra odierna riflessione, può servirci quale insegnamento non per criticare la altrui considerazione, ma quale occasione illuminante di riferirci a noi stessi, al nostro esprimere idee e opinioni in tutta libertà, purché ciò avvenga nel rispetto di coloro ai quali ci rivolgiamo.
Non intendiamo riferire a Gesù, il solo ad averne il totale diritto, un appunto per essersi presentato ai suoi concittadini con le suddette parole che possono sembrare severe, ma desideriamo che esse siano, nel nostro bagaglio di modi e di atti, una buona guida per il nostro esprimerci. A noi deve interessare non solo il non atteggiarci a profeti ma anche il non cercar di imporre le nostre vedute: perché in tal modo quasi sempre limiteremmo la nostra possibilità di convincere. Dobbiamo invece adottare mezzi espressivi che possano offrire all' uditorio apprezzamento per i nostri punti di vista, porgendoli sempre nel modo più accettabile.
Gesù, col Suo sommamente perfetto stile, ha insegnato una legge fondamentale anche nel difficile campo del convincimento e della credibilità, una legge infallibile, diretta espressione di Dio: quella della carità, i cui sapori e contenuti devono esser sempre presenti ed evidenti nel nostro esprimerci.
La certezza della validità della parola è certamente legata alla fede di chi la riceve come insegnamento e guida di vita, sì che la verità nel suo insieme deve essere il contenuto vero di ogni nostro dire, così come lo deve essere per ogni nostro atto: purché parta dal nostro buon intendere e volere.
L ' eventuale rifiuto - quale allora fu quello dei nazaretani - ricade su chi lo manifesta, specie se è segno di scarsa umiltà.
Sappiamo, del resto, che una parte importante dei credenti monoteisti non considera Gesù nemmeno come profeta, evidentemente per il non poter riconoscere il proprio torto, in un atteggiamento di superbia. Ma il vangelo - qui di Luca. - riferisce l' episodio della sinagoga di Nazareth non per o contro di loro, nella infinità della pazienza di Dio, ma proprio per noi: per noi credenti in Cristo, perché non cadiamo in nessuna forma o misura di presunzione e perché sia sempre la carità la sostanza di ogni nostro manifestare di idee o opinioni.
Da tutto ciò deriva per noi l' impegno tassativo di riferirci ai contenuti della Parola di Dio in ogni nostro esprimerci.
La arcinota formula del chiedere luce a Dio - "Signore, che cosa diresti...?" - non deve essere limitata ai grossi ed importanti discorsi più o meno pubblici, ma va applicata ad ogni istante o momento del nostro parlare, preparando ogni argomento con una vera, intensa, credente preghiera di affidamento a Dio sia del nostro dire, sia di coloro ai quali parliamo. Perché soltanto Dio, momento per momento, conosce e valuta i pareri, le valulazioni e le eventuali critiche che sorgono nella mente libera di chi ci ascolta. Ogni qual volta parliamo, perciò, dovremmo sottintendere un atto di preghiera per il nostro uditorio; fare anche del nostro dire un atto d' amore per il prossimo.
E ' un problema che è spesso sottovalutato, questo, ed è purtroppo segno della nostra mai sufficiente propensione a credere nella reale e costante infinita Luce in cui Dio vede nell' animo nostro.
Massima attenzione e preghiera dunque devono precedere sempre ogni nostro dire.

Coroncina: "Maria, sede della Sapienza, guidaci Tu!"
Portiamo anime a Cristo!

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Riflessione

che trae spunto dalla liturgia domenicale

 

dal R.O.D. di Cagliari

Piero Agus


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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