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3 febbraio 2008 - 4a Domenica Ordinaria - Anno A

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati" . (Mt. 5,6)

Prendiamo, tra le tante beatitudini definite da Gesù nel "discorso della montagna" questa, intendendo darle un riferimento, significato e valore generale, onnicomprensivo possibilmente, in tutti i sensi ed aspetti. Come per tutta La Parola di Gesù, anche questa, non ha limiti; non può averne.
Chiediamoci: in che può o deve consistere l' "aver fame e sete della giustizia"? Nel reclamare la realizzazione dei propri interessi e progetti? Soltanto in questa direzione o piuttosto in ogni suo significato possibile?
La domanda si può riferire, tanto per iniziare, automaticamente dall' atteggiamento che altri hanno nei nostri confronti ed a quello che è il nostro, abituale, soprattutto verso il nostro prossimo, dando a questo termine il significato consueto e realmente valido ed esteso cristianamente, inteso nella sua sia ideale che pratica totalità.

Ne consegue subito la necessità quotidiana, continua, del controllo di noi stessi nei riguardi della nostra costante fedeltà, non solo a quanto, ovviamente, le convenzioni dettano, ma a quel che Cristo ha insegnato, a quel che la Sua unica vera legge ordina.
Il principio che il comandamento della giustizia debba essere guidato dall' averne fame e sete esprime questa indispensabilità della costante e ferma fedeltà, che non è soltanto "per noi", ma è - ripeto - riferita ai "tutti", senza distinzioni; perché ogni regola o comandamento di Dio è basato sull' amore Suo che non esclude nessuno. Il valore, l' efficacia di questa fedeltà stanno nella totalità perché la giustizia possa essere tale.
L' "aver fame e sete della giustizia" è perciò chiaramente connesso con l' amore di Dio, che è diretto verso tutti, e quindi, per quel ci riguarda personalmente, con l' amore che noi siamo obbligati ad applicare nei confronti del prossimo.

La fondamentalità della giustizia ci è presentata da Gesù come alimento, del quale avere fame e sete per poterla non solo praticare, ma da essersene nutriti.
È una alimentazione che non ha termine e deve durare assai oltre l' intera vita terrena, in vista del premio in quella eterna. Deve diventare perciò una specie di nostra seconda pelle, nella quale devono essere riconosciuti i nostri veri ed autentici connotati cristiani, e non solo frutto di educazione o di una buona ispirazione, senza titolo. La giustizia non può dirsi soltanto semplice e limitato dono di Dio, ma è autentico stato di grazia. Ed i doni di Dio, le Sue grazie, non possono aver limiti o confini, ma hanno sempre riferimento alla vita perfetta, che è quella eterna, che sarà raggiunta da noi e realizzata nel ritornare a Lui per l'eternità.

Lì si raggiungerà la "sazietà" che Gesù promette, soltanto Lì.
Lì non se ne discuterà più, ma verrà vissuta nella totale pienezza. E la nostra principale occupazione sarà, a Dio piacendo, quella di inviare alle menti ed alle anime a noi care ogni possibile ispirazione di giustizia. Noi potremo fare da tramite, da specchio riflettente la Giustizia di Dio facendola ricadere sulla Terra, sui "viventi" ancora laggiù, imitando così davvero quel che Gesù ha insegnato e compiuto.
In questa "sazietà" di giustizia promessaci consiste la santità della nostra anima.

Portiamo anime a Cristo!

 


 

 

 

 



 

 

 

 

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Riflessione

che trae spunto dalla liturgia domenicale

 

dal R.O.D. di Cagliari

Piero Agus


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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