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5 0ttobre 2008 -
27a Domenica - Anno A
"II
regno di Dio sarà dato ad un popolo che lo farà fruttificare"
(da Mt 21, 33-43)
Questo detto di Gesù è stato riferito
normalmente agli Israeliti, ma come in senso di rimprovero; ora, per
come abitualmente viene commentato oggi, è nostro preciso dovere
attribuirlo specificatamente a noi cristiani, a noi battezzati, quale
stimolo alla fedeltà ed incoraggiamento a tendere il più
possibile alla perfezione. E' logico e giusto che Dio pretenda proprio
da noi il massimo ed è quindi quanto mai meritevole il nostro
contributo in buona volontà nella nostra adesione a questo piano
di Dio.
Queste parole contengono per nostra fortuna anche una promessa sia di
premio che di aiuto da parte di Dio. Per la crescita nella fede è
determinante la grazia, certo, ma, nel contemplarla e nel farla quanto
più nostra, lo è sempre la nostra fede stessa, pura e
netta, associata alla nostra costante e ferma fedeltà. Dio aiuta
sempre, per amore, chiamando tutti, nessuno escluso,...e attende. E'
il Padre misericordioso della parabola che dona al figlio quanto è
giusto e quanto più può e da quel momento aspetta, nel
rispetto della libertà, per quando e come il figlio impiegherà
quel che gli è stato dato in dote spettante. Questa attesa di
Dio non ha tempo stabilito, ma, per un tempo diverso per ciascuna anima,
è collocata serenamente nella storia dell' uomo, senza problemi,
senza fretta, senza impazienza, anzi semmai con quella pazienza infinita
che è uno degli attributi eterni di Dio.
Queste parole di Gesù comunque esprimono come dato di fede assoluto
che i frutti matureranno e tacciono sul nome di chi li porterà
a compimento: in ciò rientriamo in uno di quei misteri che Egli
arroga a Sé con diritto di Creatore. Anche questo "mistero"
va letto come stimolo, non come elemento scoraggiante: è la spinta
a farci grandi, da noi, con le nostre forze, quella che è nella
mente e nei disegni di Dio per noi; in modo quasi sempre segreto nella
sostanza e nel suo vero sviluppo, lasciandoci quasi soli e liberi ad
amministrare la grazia affìdataci, Dio attende e guarda in qual
maniera la sapremo amministrare.
Ma da qui c'è di più. Spessissimo accade che i frutti
affidatici non maturino tanto nella persona nostra quanto in altre,
sempre a noi ignote. Accade insomma che altri, per segreta misericordia,
raggiungano la fede e la santità grazie alle nostre preghiere
ed ai nostri meriti a loro trasferiti, misteriosamente. E', anche questa,
"comunione dei santi", che solo Dio può giustamente
amministrare.
E' giusto che ciò avvenga in tal modo, perché se noi manchiamo,
come umanamente può capitare, coloro che possono trarre beneficio
dai nostri meriti non devono esserne privati a causa della nostra insufficienza.
La nostra eventuale non innocenza sarà piuttosto uno dei motivi
di attesa per Dio; sicché la grazia, una volta erogata, rimarrà
attiva per merito e quale premio dell' innocenza di chi l' ha ricevuta.
Ciò deve pertanto servire a renderci vigili e responsabili nell'
essere di esempio e nella pratica assoluta e costante delle virtù,
che, essendo dono di Dio, devono crescere in noi e mai arrestarsi o
diminuire, mai venir vanamente sciupate.
Sappiamo, come qualcuno ha detto, che i più orgogliosi sono i
santi, dando un vero significato positivo a tale espressione che può
suonare assurda: l' "orgoglio dei santi" consiste in realtà
esattamente nel far maturare e fruttare le grazie da Dio elargite.
Coroncina: Signore,
fammi lavorare nella tua vigna!
Portiamo anime a Cristo!

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Riprendiamo
le
"Ore
gethsemaniche"
il 23
ottobre.
Messa: Cristo
Re,
ore 18.
Inizieremo con un'ora di adorazione eucaristica guidata da
Tino Marongiu


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