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Sardegna -
dal CONVEGNO del 9 novembre 2007
(Giulio Alfano)
LA SOCIETA’ OPERAIA
Salutandovi tutti con vivo affetto e sincero ringraziamento,
mi piace iniziare questo mio breve intervento ricordando che per felice
congiunzione degli eventi, proprio qui in Sardegna, Luigi ebbe la primigenia
idea della fondazione della Società Operaia.
Nel 1940 infatti si trovava a Cagliari richiamato come medico militare
nella seconda guerra mondiale, chiese ed ottenne, per il Natale, il
permesso di visitare la famiglia che abitava a Roma in via Amba Aradam
1. In quei giorni cominciò a riflettere sul fatto che il vortice
della guerra aveva allontanato moltissimi della GIAC sui fronti di guerra
e che non vi era un flebile filo di collegamento che poteva mantenerli
a contatto. Passeggiando nel giardino del convento dei Padri Passionisti
fu colpito dalla scena che gli si parò dinnanzi: il Getsemani
con le parole in rilievo sul cippo della statua “ NON MEA VOLUNTAS,SED
TUA FIAT”. Quella statua che era stata collocata lì da
Pio XI, lo stesso papa che aveva chiamato Luigi nel 1934 per presiedere
la GIAC, era un monito a disposizione degli “adveniens”
ossia i visitatori, quale era lui in quel momento. Proprio ritornando
a Cagliari, per breve tempo prima di rientrare come comandato militare
a Roma presso l’ospedale militare del Celio, Luigi pensò
molto all’episodio che la S. provvidenza gli aveva concesso di
vivere e giunse alla conclusione che le parole di Gesù dovessero
essere meglio conosciute e soppratutto quelle che seguono il racconto
di Matteo 26,38-44 (“Gesù disse a Pietro, Giacomo e Giovanni,
restate con me e allontanatosi si prostrò con la faccia a terra
dicendo: Padre mio, se è possibile passi da me questo calice!
Però non come voglio io, ma come vuoi Tu!”). Tutta via
vi è un dettaglio non da poco un racconto di Marco (14,33-37)
che è simile a quello di Matteo, ma che no si può ignorare:
l’espressione “ABBA”, come dire, “Papà”
indicando una familiarità genitoriale inusuale ed intima. Questo
elemento fece comprendere come Pietro Giacomo e Giovanni non si mostrarono
all’altezza della situazione, e quindi la necessità per
i cristiani di oggi di riprendere quell’esortazione di Cristo
disattesa dagli apostoli, per affrontare meglio la realtà contemporanea.
Il Getsemani per Luigi non è solo un episodio della vita di Gesù,
bensì un modello di meditazione e d devozione da rivivere e da
riadattare nei momenti difficili che la vita ci ripropone. Non dobbiamo
dimenticare l’ora veramente getsemanica che il mondo e l’Italia
stavano vivendo con le truppe Italiane decimate sui diversi fronti di
guerra, la sconfitta imminente e, soprattutto, un futuro che rischiava
di essere trascinato nella tragedia del paganesimo nazifascista, come
poi avvenne qualche mese dopo, ma che proprio per la fede che Luigi
seppe infondere nei suoi giovani vennero scritte pagine memorabili di
oblazione, penso al sacrificio di Gino Pistoni e ai tanti episodi che
Rimero Chiodi ebbe il merito di ricordare nel bel volume “La GIAC
nei lager”, con la prefazione di di Luigi.
Già nella primavera del 1942, dal 1 al 3 maggio Luigi aveva convocato
un grippo di giovani della GIAC nel convento dei SS. Giovanni e Paolo
al Celio, proprio perché la triste esperienza bellica necessitava
di un forte riferimento spirituale , ma adeguato ai tempi e alle domande
che gli avvenimenti ponevano al cuore dei cristiani. E questo poteva
solo esse il Getsemani di Gesù, nella notte in cui Gesù
fu tradito, imprigionato e crocifisso!
A quel punto Luigi Si pose un problema concreto: quale denominazione
avrebbe avuto il cammino spirituale a cui aveva richiamato quei giovani?
Si trattava comunque di laici, ardimentosi di partecipare con umiltà
ma anche con incisività alla missione ecclesiale della salvezza,
che il Cristo sublima nell’obbedienza al volere divino nell’orto
del Getsemani. E non a caso venne scelto il nome di “operai”,
per diversi motivi: innanzi tutto Luigi voleva così ricordare
che Gesù per molti anni aveva vissuto in un ambiente di lavoro:
la falegnameria di Giuseppe ed aveva anche lì lavorato; voglio
cogliere l’occasione di segnalare che chi entra alla Pontificia
Università Lateranense viene sovente colpito da una gigantesca
statua di un barbuto signore che impugna attrezzi da lavoro:è
S. Giuseppe lavoratore che pochi sanno essere anche il patrono degli
studi dei giovani e quindi l’università del Papa non poteva
e non voleva ignorarlo!
Ma Luigi scelse il nome “operaio” anche per un altro motivo:
i rapporti che S. Giuseppe con la vita celata di Gesù ed è
il motivo per cui venne indicato come patrono. In Matteo(9,36) Gesù
usa diverse volte l’espressione “operaio” : quando
ammonisce i suoi apostoli (“la messe è molta ma gli operai
sono pochi!”) o anche quando istruisce gli apostoli ad evangelizzare
Israele. Non a caso, tuttavia, la nostra Società Operaia ha preliminarmente
realizzato uno statuto che tenesse conto del primigenio simbolo e che
ad esso si ispirasse. Questo simbolo venne realizzato a casa di Luigi,
sull’ampio terrazzo che si affacciava su Via Amba Aradam e oltre
a non dimenticarlo mai, dobbiamo sottolineare alcune sue fasi che qualificano
la nostra missione in un periodo certamente difficile, ma comunque libero
e lontano dalle insidie ben più gravi che corsero i primi operai
nei mesi successivi alla fondazione riunendosi in un convento che era
al centro del quadrilatero dell’occupazione nazista, limitrofi
come erano all’opificio dell’orrore di Via Tasso della Gestapo,
all’ambasciata nazista di Villa Wolkonsky, alla pensione Iaccarino,
che videro l’olocausto di tanti, anche religiosi, come Don Pappagallo
e alcuni altri religiosi rischiare la vita come l’attuale card.
Angelini che operava a favore dei ricercati anche sotto il coprifuoco.
Perciò nel simbolo che anima la nostra consacrazione ci sono
alcuni passaggi che dobbiamo maggiormente ricordare, come lo “spirito
di santificazione” che con la preghiera il sacrificio e le virtù
cristiane ci consente di affrontare qualsiasi difficoltà donandoci
tutti come fece Gesù nel Getsemani; lo “spirito di rinuncia”
che ci consente di non sentirci padroni, di non personalizzare nulla,
giacché di personale dobbiamo utilizzare solo la nostra fantasia;
su questo spirito di rinuncia vorrei richiamare la vostra attenzione.
La nostra Società Operaia è stata riconosciuta anche dallo
stato italiano, ma non possiede attualmente nulla quantunque Luigi sia
stato “l’uomo delle opere” e così ha voluto
Luigi e qui rientra lo spirito di “rispetto” che deve farci
sentire ne migliori, ne peggiori, ma al servizio della Chiesa, per essere
limpidi e trasparenti, perché si tratta di opere si, ma di misericordia!
No a caso nei nostri incontri recitiamo il “Magnificat”,
chiedendo a Dio il dono di comprendere fino in fondo quelle parole e
come possiamo partecipare ad esse.
Luca dopo aver raccontato l’annuncio della nascita di Giovanni
Battista e l’annuncio della nascita di Gesù, presenta l’episodio
dell’incontro tra le due madri, Maria ed Elisabetta, l’incontro
da cui nasce il Magnificat. All’annuncio dell’angelo Maria
ha provato la gioia di chi sente in se l’azione divina, essa si
era sottomessa lietamente (“Non mea voluntas sed tua fiat”).
Tuttavia il giorno dopo si era ritrovata sola, provando un certo timore;
se avesse parlato, gli altri avrebbero pensato ad una fantasia, ad un
sogno, ad una illusione, oggi si direbbe ad una schizofrenia.
Eventi così incredibili e straordinari lasciano nella solitudine
chi li vive! Ecco il problema di Maria, la sua sofferenza spiega il
testo evangelico (“ in quei giorni si mise in viaggio e sollecita
si diresse verso la regione montuosa per recarsi in una città
di Giuda). Quando bussa alla porta di Elisabetta al suo saluto la cugina
esclama “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo
seno; e donde proviene questo per me, perché la madre del mio
signore mi fa visita?”. Tutto ciò che Maria aveva tenuto
chiuso nel cuore, d’un tratto si scioglie, senza bisogno di parlare
viene capita, apprezzata, confermata: ciò che è avvenuto
in lei è dunque vero, reale. Maria proprio ne momento viene capita
e sentita, ha proclamato nel cantico ciò che aveva nel cuore
e non osava dire.
Ciò mi consente di riferire quanto Luigi disse pochi anni fa,
forse addirittura pochi mesi prima del suo ritorno alla casa del Padre
a conclusione della sua lunga e feconda vita, al giornalista Giacomo
de Antonellis, che lo intervistava a proposito di un volume che ha visto
la luce, sottoforma miscellanea, solo poco tempo fa e che si intitola
“ Il diciotto aprile 1948: la anomalia italiana” per le
edizioni ARES. Alla domanda segretamente attesa da Luigi da parte di
de Antonellis su cosa potesse dire riguardo alla sua bellissima creatura,
la Società Operaia, rispondeva :
“Soltanto una fede rivelata può regolare sia la morale
pubblica e privata che le scoperte della scienza applicata alla tecnologia:
pesa sul mondo una notte profonda simile a quella del Getsemani, nella
quale Cristo ha sudato sangue per salvare l’umanità e in
quella notte egli ci ha lasciato un messaggio “Vegliate e Pregate”.
Per questo il valore che contraddistingue la Società Operaia
deve essere il silenzio. Certamente il silenzio evocato da Luigi non
è quello dei pigri o degli ignavi, ma il silenzio operoso di
chi si chiama appunto “operaio”!
Proprio in questo silenzio operoso sta il valore del magnificat e la
scelta operata da Luigi: la sua struttura è emblematica ne discorso
che sto facendo, perché il cantico si divide in due parti: nella
prima , dal v. 46 al 50, leggiamo un canto di lode, di ringraziamento;
si tratta della storia di Maria. Nella seconda, dal V. 51 al 55, la
lode si collega appunto alla storia della salvezza: Il parallelo di
lode che compie Maria è l’esultanza di Gesù, il
suo ringraziamento al Padre che ha nascosto queste cose ai sapienti
e le ha rivelate ai piccoli ( L. 10,21 ) MAGNIFICA:Maria ama Dio con
tutte le sue forze con amore estatico che la fa uscire da sé;
ESULTARE: ovvero danzare come il bambino che danza nel grembo di Elisabetta.
Perciò ha “guardato l’umiltà della sua serva”
è una duplice esperienza: dei doni di Dio e della propria povertà.
Il primato della lode è in Maria perché nel Magnificat
dice “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Da
ciò possiamo ricavare una domanda che certamente Luigi si è
posto quando ha scelto questo canto: se trovando e incontrando un amico,
gli confido ”Come sono contento di Dio”, o al contrario
per prima cosa mi lamento dei mie umani e inevitabili problemi, sono
incline alla lode o al lamento? Allora è importante educarci
al primato della lode. S. Paolo lodava Dio con piena sincerità
perché aveva, come Maria, il senso della grandezza dei doni divini;
contemplava Dio nelle persone , nella comunità, nelle istituzioni,
negli avvenimenti. Stessa cosa ci ha insegnato Luigi con la istituzione
di questo pregevole strumento di educazione e perfezionamento cristiano
che si chiama Società Operaia! Del quando Luigi per oltre vent’anni
si è votato alla ricerca medica e all’approfondimento spirituale
non ha forse dimostrato, lui che aveva fatto, nei decenni precedenti,
dell’impegno e della presenza una costante operativa, che il vero
cristiano si vede nella pratica della discrezione e nell’interpretazione
che della storia della salvezza ci offre proprio il magnificat?
La storia della salvezza è il rovesciamento “in primis”
delle situazioni (vv. 51/53 ). Ma chi viene abbassato? Innanzi tutto
i superbi, coloro che si credono importanti o gli ambiziosi che pensano
di valere più degli altri o anche coloro che si credono più
di Dio, i ricchi, i potenti. Quindi sono tre la categorie che vengono
abbassate designando tre aspetti: etico- religioso (i superbi che si
oppongono a Dio), politico-sociale ( i potenti che hanno forza e prestigio
), i ricchi. Chi Viene innalzato? Gli umili, gli affamati e anche qui
abbiamo un’attualità sorprendente del canto perché
vi è un aspetto etico- religioso (coloro che temono Dio); politico-
sociale (gli umili); economico (gli affamati). Luigi Gedda da vero uomo
evangelico ha inteso ancorare la Società Operaia al centro del
Magnificat, dove c’è l’incarnazione del verbo e nell’incarnazione
si attua il rovesciamento, che già appare ne segno di Maria umiliata
ed esaltata. Quando nasce Gesù, è messo da parte come
un povero, non ha casa, né potere o denaro; tuttavia è
celebrato dagli angeli in celo (Gloria a Dio nell’alto dei cieli).
E un esempio di rovesciamento, di opposizione. Quindi il metro di misura
di Gesù è solo la capacità di amare, tutto il resto
è secondario; nella morte e resurrezione Gesù vive il
misterioso abbassamento per mano dei potenti e l’innalzamento
per mano di Dio; Maria vive qualcosa della realtà che esprime
cantando e la sue fede le permette di passare da ciò che vive
a ciò che sarà. Da questo passaggio prese spunto Luigi
quando, negli anni ottanta compose la “Preghiera per il fratello
lontano” perché nella storia soprattutto il cristiano convertito
vive di queste cose diventando egli stesso anche segno di speranza per
coloro che ancora non credono: è una persuasione profonda di
un’esperienza di fede che trasforma la vita. In Israele come anche
i cristiani , nuovo popolo di Dio, si beneficerà in pieno del
regno di Dio perché la Sua misericordia si “stende su quelli
che lo temono”, cioè sugli umili e su quelli che lo lodano.
La lode cristiana è il luogo dove non c’è più
il tempio di Gerusalemme , ma è Cristo, tempio del Padre e per
i convertiti in Cristo è la vita che è nel proprio corpo,
tempio dello Spirito.
A partire da questo tempio della lode, che è il Cristo vivente
in noie nella chiesa, suo corpo mistico, anche il tempio di mattoni
diventa luogo di lode, luogo “testimone” di lode. E Luigi,
con il suo grande apostolato che ha donato a noi, sua famiglia della
Società Operaia, ha insegnato con l’esempio che luogo di
lode del cristiano è anche il mondo , non solo nella sua realtà
fisica, ma in quanto vivificato dal Cristo e dall’Eucaristia!
La nascita, gli sviluppi e l’attualità della Società
Operaia derivano dal linguaggio silenzioso ma eloquente di quella statua
di Cristo agonizzante che ah ispirato Luigi tanti anni fa; ma ci sono
altre fonti della spiritualità Getsemanica come lo scritto di
S. Tommaso Moro “Nell’orto degli Ulivi” che la edizioni
ARTES di Milano ha pubblicato da qualche tempo. Tommaso Moro fu lord
cancelliere di Enrico VIII che ripudiò sua moglie per sposare
Anna Bolena e per questo si separò dalla Chiesa di Roma. Moro
si dimise, fu arrestato e rinchiuso nella torre di Londra, dove scrisse
in inglese la storia della passione del Cristo, descrivendo subito ciò
che soffrì nell’orto del Getsemani, ma processato nel 1535
e poi decapitato, l’edizione di quel piccolo capolavoro vide la
luce solo nel 1557, dopo la pace di Augusta.
Il manoscritto autografo è attualmente conservato nella biblioteca
del collegio Corpus Cristi di Valencia. S. Tommaso Moro fu canonizzato
il 19 maggio 1935 ed è una delle fonti ma anche dei suggelli
che la Società Operaia vive e diffonde con il nome di Spiritualità
Getsemanica che noi dobbiamo far conoscere ai giovani che vivono avvolti
e confusi in una pluralità di linguaggi che sovente non sanno
decodificare, cadendo rapidamente nella depressione e nel peccato e
sprecando l’occasione che la vocazione del loro cuore invece dovrebbe
spingerli a seguire.
Con ciò esorto tutti voi a far conoscere il nostro itinerario
di fede in ogni ambiente, in ogni realtà perché Luigi
ci ha donato un mezzo di evangelizzazione nuovo ed attrezzato ad affrontare
la modernità da laici che vivono nella consacrazione del loro
stato la missione che il Signore ha riservato per le nostre esistenze.
GIULIO ALFANO
Presidente Nazionale della S.O.
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