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L'agonia di Gesù nel Getsemani
La
spiritualità getsemanica
Ho sviluppato questo argomento in occasione
del 60° Anno di fondazione
della Società Operaia in Sardegna34.
Il già citato san Massimo il Confessore, vero maestro in materia,
dopo essersi soffermato sulla preghiera di Gesù nel Getsemani,
concludeva: «In questo, egli da se stesso come esemplare (tupos)
e modello per noi, affinchè noi rinunciamo alla nostra propria
volontà per compiere perfettamente quella di Dio, anche se per
questo dobbiamo affrontare la morte... Poiché il medesimo è
interamente Dio con l'umanità, e interamente uomo con la divinità,
come uomo, in se stesso e per se stesso, ha sottomesso la sua volontà
umana a Dio Padre, dando se stesso come esemplare eccellente e modello
da imitare, affinchè anche noi, considerandolo come capo della
nostra salvezza, sottomettiamo pienamente la nostra volontà a
Dio, non volendo che quanto vuole lui stesso»35.
F-M. Léthel commenta: «L'importanza dell'elemento morale
nella Cristologia di Massimo fonda veramente una spiritualità
dell'imitazione di Gesù Cristo. La morale cristiana è
una morale cristologica»36. La spiritualità
getsemanica ci introduce in un momento o "stato" particolare
della vita umana di Gesù, quando si è trovato "solo"
di fronte al Padre, nella sua qualità inalienabile di Figlio,
è vero, ma carico di tutta la peccaminosità dell'umanità
da lui assunta nel mistero dell'incarnazione. Gesù non è
come il figlio prodigo che ritorna al Padre; in tale caso avrebbe trovato
un padre talmente misericordioso da scandalizzare il fratello "giusto".
Il Padre, invece, che incontra qui Gesù sembra impassibile, nonostante
egli, vero Figlio, lo chiami tenerissimamente "abba" (Mc 14,26),
nome che aveva fatto vacillare Abramo pur deciso a sacrificare a Dio
il suo figlio Isacco (cf. Gn 22,7). Nel Getsemani inizia quel "
volgersi di Dio contro se stesso", secondo l'espressione usata
due volte37 da Benedetto XVI per indicare
la morte di Gesù in croce, dove questo atto si compie per esprimere
l'amore "nella sua forma più radicale". In confronto
a Gesù, chi è mai Giobbe, il quale è solo un semplice
uomo che "si rivolta contro Dio", e nonostante ci sorprende
tanto? La lettera agli Ebrei inserisce proprio nel tema del sacrifico
e del sacerdozio questo momento storico della vita "nella carne"
di Gesù. Il suo autore abbina e unisce due passi della Scrittura:
«Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato» (Sal 2,7) e «Tu
sei sacerdote per sempre, al modo di Melchisedek» (Sal.110,4).
Figlio, dunque, per la divinità; sacerdote e insieme vittima,
per l'umanità. Un abbinamento che stupisce la ragione e che lo
stesso autore così descrive: «Proprio per questo nei giorni
della sua vita terrena (alla lettera: nei giorni della sua carne)
egli offrì sacrifici e suppliche con grida e lacrime a colui
che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà;
pur essendo figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì
e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro
che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote
alla maniera di Melchisedek» (5,7-10).
Troviamo qui un ulteriore abbinamento, questa volta tra la qualifica
di "figlio" e la virtù che la manifesta, l'"obbedienza",
come Paolo evidenzia nel celebre passo della lettera agli Efesini: «Gesù
Cristo, pur essendo di natura divina... umiliò se stesso, facendosi
obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (2,6-8).
La spiritualità del Getsemani è quella del Figlio, che
si dimostra tale nei riguardi del Padre, "obbedendo", ossia
accettando e compiendo fino in fondo la sua volontà: la volontà
di Dio, appunto, tante volte presente nel vangelo secondo Giovanni
per definire lo scopo dell'incarnazione e tutto l'atteggiamento della
vita di Gesù. Nell'intensità contenuta nella parola "Abbà"
sulla bocca di Gesù c'è tutto il "non mea voluntas,
sed tua fiat", parole che non sono un'espressione di "resa",
ma un grido di "vittoria", perché esprimono e proclamano
il risultato finale della lotta estrema (l'agonia!) vissuta
da Gesù nella sua umanità unita alla divinità.
Ancora l'autore della lettera agli Ebrei ci conferma questo verdetto
della vittoria di Gesù appunto con le parole: «Fu esaudito
per la sua pietà» (5,7).
Trattandosi della spiritualità di "Figlio" appare con
ciò stesso chiaro che essa è la spiritualità di
ogni cristiano, definito da Paolo, come colui che è "guidato
dallo Spirito di Dio", attraverso lo spirito di filiazione che
ci fa esclamare «Abbà! Padre!» (Rm 8,14s.; cf. Gal
6,4-7).
È quanto aveva compreso Luigi Gedda
nel 1940, a trentotto anni, nel Convento dei Passionisti sul Celio,
dove lo colpì la figura di Gesù "agonizzante"
nel Getsemani, una statua fatta là collocare da Pio XI.
Potremmo, non dico paragonare, ma accostare quell'incontro all'illuminazione
famosa di B. Pascal, anche lui trentenne, nella "notte di fuoco"
del 23 novembre 1654, descritta nel suo "Mémorial".
A quella data potrebbe risalire il Mystère de Jésus,
38 che penetra così profondamente
nell'agonia di Gesù, mettendo in risalto l'incoerente comportamento
dei discepoli, che paradossalmente non hanno la "libertà"
di stare svegli, «perché i loro occhi si erano fatti pesanti»
(Mc 14,41). Al contrario, come abbiamo visto, è proprio al Getsemani,
e poi al Calvario, che Gesù manifesta la sua piena "libertà",
fondamentale per trasformare la sua morte in atto di "obbedienza",
espressione del suo "amore". Nel Messaggio per la Quaresima
2007, Benedetto XVI scriveva: «Per conquistare l'amore della sua
creatura, il Padre celeste ha accettato di pagare un prezzo altissimo:
il sangue del suo Unigenito Figlio. La morte, che per il primo Adamo
era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è così
trasformata nel supremo atto di amore e di libertà del nuovo
Adamo. Ben si può allora affermare, con san Massimo il Confessore,
che Cristo "morì, se così si può dire, divinamente,
perché morì liberamente" (Ambigua, 91, 1956)»39.
Quanto Luigi abbia meditato sul mistero del Getsemani lo dicono le sue
pubblicazioni 40, le sue innumerevoli "istruzioni",
ma soprattutto i "Getsemani", da lui fatti sorgere a Casale
Corte Cerro (Novara) e a Paestum (Salerno), dove siamo ora riuniti per
celebrare appunto il 50° anno della sua costruzione, che comprende
anche il Santuario dedicato espressamente a Gesù agonizzante.
Che dire poi della rivista Tabor, l'unica
rivista per la formazione spirituale dei laici, la cui pubblicazione
è durata quanto la lunga vita del suo fondatore? E perché
Luigi volle intitolarla Tabor e non Getsemani, come
sembrerebbe logico? Certamente fu una sua felice intuizione, maturata
nella preghiera, in un tempo in cui non si era ancora sviluppata la
"teologia" del mistero pasquale. Non è proprio la preghiera,
infatti, tanto raccomandata da Gesù ai suoi discepoli, che unisce
i due luoghi evangelici - Tabor e Getsemani - e i loro rispettivi "misteri"?
Anche qui ci illumina la parola di Benedetto XVI: «L'evangelista
Luca sottolinea che Gesù salì sul monte "a pregare"
(9,28) insieme agli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni e, "mentre
pregava" (9,29), si verificò il luminoso mistero della sua
trasfigurazione... C'è un altro dettaglio, proprio del racconto
di Luca, che merita di essere sottolineato: l'indicazione cioè
dell'oggetto della conversazione di Gesù con Mosè ed Elia,
apparsi accanto a lui trasfigurato. Essi - narra l'Evangelista - "parlavano
della sua dipartita (in greco éxodos), che avrebbe portato
a compimento a Gerusalemme"(9,31). Dunque, Gesù ascolta
la Legge e i Profeti che gli parlano della sua morte e risurrezione.
Nel suo dialogo intimo con il Padre, Egli non esce dalla storia, non
sfugge alla missione per la quale è venuto nel mondo, anche se
sa che per arrivare alla gloria dovrà passare attraverso la Croce.
Anzi, Cristo entra più profondamente in questa missione, aderendo
con tutto se stesso alla volontà del Padre, e ci mostra che la
vera preghiera consiste proprio nell'unire la nostra volontà
a quella di Dio. Per un cristiano, pertanto, pregare non è evadere
dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta,
ma assumerle fino in fondo, confidando nell'amore fedele e inesauribile
del Signore. Per questo, la verifica della trasfigurazione è,
paradossalmente, l'agonia nel Getsemani (cf. Lc 22, 39-46). Nell'imminenza
della passione, Gesù ne sperimenterà l'angoscia mortale
e si affiderà alla volontà divina; in quel momento la
sua preghiera sarà pegno di salvezza per tutti noi. Cristo, infatti,
supplicherà il Padre celeste di "liberarlo dalla morte"
e, come scrive l'autore della lettera agli Ebrei, "fu esaudito
per la sua pietà" (5,7). Di tale esaudimento è prova
la risurrezione»41.
Come voleva Gesù, alla "preghiera" Luigi univa la "veglia",
che doveva tradursi in "opere", come espresso nel nome "Società
Operaia", fondata il 3 settembre 1942 con gli scopi chiaramente
enunciati nel suo "Statuto", canonicamente
approvato nel giorno della festa di san Giuseppe (19 marzo 1981), compatrono,
insieme a Maria SS. Assunta, dell'Associazione Laicale di Diritto Pontificio.
Da ricordare, infine, la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Così
mi scriveva Luigi (19 dicembre 1996), incaricandomi di predicare gli
Esercizi di Marzo ai Capi Rod sul tema del Sacro Cuore: «Si tratta
dello sviluppo devozionale della sofferenza di Gesù nel Getsemani,
la quale è il fulcro ascetico della
Società Operaia. Nel 1534-1535 Tommaso More scrisse un libretto
finora sconosciuto su questa passione di Gesù, del quale tratterò
io. Successivamente ebbe luogo nel 1931 la collocazione del Getsemani
voluta nel Convento del Celio da Pio XI, la quale ci ha condotti a fondare
la Società Operaia nel 1942. Nel 1965 scoprimmo che Gesù
aveva detto a Santa Margherita Maria Alacoque che la sua sofferenza
nell'orto degli Ulivi fu l'episodio più doloroso della Sua passione.
Gesù apparve alla Santa la prima volta il 27 dicembre 1675 e
le rivelò che il Suo Cuore non era compreso né riamato
come Egli avrebbe voluto... Tutta la devozione al Suo Cuore significa
che Lui ci ama di un amore che i cristiani neppure immaginano e che
gli Operai devono conoscere e ricambiare».
"Conoscere e ricambiare" sono due parole d'ordine, onorate
dai tanti Operai che ci hanno preceduti e che qui sono spesso venuti
da ogni parte d'Italia. Nella comunione dei Santi siamo ora tutti qui
presenti.
P. Tarcisio Stramare, OSJ
Assistente Nazionale della Società Operaia
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Spiritualitą
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"L'AGONIA DI GESU'
NEL GETSEMANI"
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P. Tarcisio Stramare O.S.J.
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A cura della Società
Operaia, Reparto Operaio Diocesano "Luigi Gedda"
Roma
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34 «La
spiritualità getsemanica di Luigi Gedda e della Società
Operaia nella Chiesa oggi», SOCIETÀ' OPERAIA, Reparto
Diocesano di Sassari, Atti del Convegno, Sassari, 2007, pp. 9-17.
35 Opuscule 7, in F-M.
LÉTHEL, Op. cit., pp. 123s.
36 Ibidem,
p. 124.
37 Enc. Deus
caritas est, nn. 10 e 12.
38 Il testo,
con commento, è riportato in "Appendice", in A.
FEUILLET, L'agonie de Gethsémani. Enquéte exégétìque
et théologique suivi d'une etude du "Mystère de Jésus"
de Pascal, Gabalda, Paris, 1977. In italiano, vedi BLAISE
PASCAL, Pensieri. Traduzione, introduzione e note di Paolo
Serini, E. Mondadori, Milano, 1970.
39 Cf. L'Osservatore
Romano, 14 febbraio 2007, p. 5. GIOVANNI PAOLO II
scriveva nella Lettera alle Famiglie: «L'agonia del Getsemani e
l'agonia del Golgota sono il culmine della manifestazione dell'amore»
(n. 23).
40 Ad es.,
Getsemani, Edizioni Operaie, 1945; Spiritualitą
Getsemanica, Editrice Massimo, Milano, 1992.
41 Angelus
del 4 marzo, II Domenica di Quaresima, L'Osservatore Romano,
4-5 marzo 2007, p. 5.
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