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"Gesù nel Getsemani" - P. Giampiero Arabia, 2007, olio su tela - Chiesa parrocchiale "Santi Protomartiri Cristiani" in Roma
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L'agonia di Gesù nel Getsemani

La spiritualità getsemanica

Ho sviluppato questo argomento in occasione del 60° Anno di fondazione della Società Operaia in Sardegna34. Il già citato san Massimo il Confessore, vero maestro in materia, dopo essersi soffermato sulla preghiera di Gesù nel Getsemani, concludeva: «In questo, egli da se stesso come esemplare (tupos) e modello per noi, affinchè noi rinunciamo alla nostra propria volontà per compiere perfettamente quella di Dio, anche se per questo dobbiamo affrontare la morte... Poiché il medesimo è interamente Dio con l'umanità, e interamente uomo con la divinità, come uomo, in se stesso e per se stesso, ha sottomesso la sua volontà umana a Dio Padre, dando se stesso come esemplare eccellente e modello da imitare, affinchè anche noi, considerandolo come capo della nostra salvezza, sottomettiamo pienamente la nostra volontà a Dio, non volendo che quanto vuole lui stesso»35. F-M. Léthel commenta: «L'importanza dell'elemento morale nella Cristologia di Massimo fonda veramente una spiritualità dell'imitazione di Gesù Cristo. La morale cristiana è una morale cristologica»36. La spiritualità getsemanica ci introduce in un momento o "stato" particolare della vita umana di Gesù, quando si è trovato "solo" di fronte al Padre, nella sua qualità inalienabile di Figlio, è vero, ma carico di tutta la peccaminosità dell'umanità da lui assunta nel mistero dell'incarnazione. Gesù non è come il figlio prodigo che ritorna al Padre; in tale caso avrebbe trovato un padre talmente misericordioso da scandalizzare il fratello "giusto". Il Padre, invece, che incontra qui Gesù sembra impassibile, nonostante egli, vero Figlio, lo chiami tenerissimamente "abba" (Mc 14,26), nome che aveva fatto vacillare Abramo pur deciso a sacrificare a Dio il suo figlio Isacco (cf. Gn 22,7). Nel Getsemani inizia quel " volgersi di Dio contro se stesso", secondo l'espressione usata due volte37 da Benedetto XVI per indicare la morte di Gesù in croce, dove questo atto si compie per esprimere l'amore "nella sua forma più radicale". In confronto a Gesù, chi è mai Giobbe, il quale è solo un semplice uomo che "si rivolta contro Dio", e nonostante ci sorprende tanto? La lettera agli Ebrei inserisce proprio nel tema del sacrifico e del sacerdozio questo momento storico della vita "nella carne" di Gesù. Il suo autore abbina e unisce due passi della Scrittura: «Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato» (Sal 2,7) e «Tu sei sacerdote per sempre, al modo di Melchisedek» (Sal.110,4). Figlio, dunque, per la divinità; sacerdote e insieme vittima, per l'umanità. Un abbinamento che stupisce la ragione e che lo stesso autore così descrive: «Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena (alla lettera: nei giorni della sua carne) egli offrì sacrifici e suppliche con grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek» (5,7-10).
Troviamo qui un ulteriore abbinamento, questa volta tra la qualifica di "figlio" e la virtù che la manifesta, l'"obbedienza", come Paolo evidenzia nel celebre passo della lettera agli Efesini: «Gesù Cristo, pur essendo di natura divina... umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (2,6-8).
La spiritualità del Getsemani è quella del Figlio, che si dimostra tale nei riguardi del Padre, "obbedendo", ossia accettando e compiendo fino in fondo la sua volontà: la volontà di Dio, appunto, tante volte presente nel vangelo secondo Giovanni per definire lo scopo dell'incarnazione e tutto l'atteggiamento della vita di Gesù. Nell'intensità contenuta nella parola "Abbà" sulla bocca di Gesù c'è tutto il "non mea voluntas, sed tua fiat", parole che non sono un'espressione di "resa", ma un grido di "vittoria", perché esprimono e proclamano il risultato finale della lotta estrema (l'agonia!) vissuta da Gesù nella sua umanità unita alla divinità. Ancora l'autore della lettera agli Ebrei ci conferma questo verdetto della vittoria di Gesù appunto con le parole: «Fu esaudito per la sua pietà» (5,7).
Trattandosi della spiritualità di "Figlio" appare con ciò stesso chiaro che essa è la spiritualità di ogni cristiano, definito da Paolo, come colui che è "guidato dallo Spirito di Dio", attraverso lo spirito di filiazione che ci fa esclamare «Abbà! Padre!» (Rm 8,14s.; cf. Gal 6,4-7).
È quanto aveva compreso Luigi Gedda nel 1940, a trentotto anni, nel Convento dei Passionisti sul Celio, dove lo colpì la figura di Gesù "agonizzante" nel Getsemani, una statua fatta là collocare da Pio XI.
Potremmo, non dico paragonare, ma accostare quell'incontro all'illuminazione famosa di B. Pascal, anche lui trentenne, nella "notte di fuoco" del 23 novembre 1654, descritta nel suo "Mémorial". A quella data potrebbe risalire il Mystère de Jésus, 38 che penetra così profondamente nell'agonia di Gesù, mettendo in risalto l'incoerente comportamento dei discepoli, che paradossalmente non hanno la "libertà" di stare svegli, «perché i loro occhi si erano fatti pesanti» (Mc 14,41). Al contrario, come abbiamo visto, è proprio al Getsemani, e poi al Calvario, che Gesù manifesta la sua piena "libertà", fondamentale per trasformare la sua morte in atto di "obbedienza", espressione del suo "amore". Nel Messaggio per la Quaresima 2007, Benedetto XVI scriveva: «Per conquistare l'amore della sua creatura, il Padre celeste ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo Unigenito Figlio. La morte, che per il primo Adamo era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è così trasformata nel supremo atto di amore e di libertà del nuovo Adamo. Ben si può allora affermare, con san Massimo il Confessore, che Cristo "morì, se così si può dire, divinamente, perché morì liberamente" (Ambigua, 91, 1956)»39. Quanto Luigi abbia meditato sul mistero del Getsemani lo dicono le sue pubblicazioni 40, le sue innumerevoli "istruzioni", ma soprattutto i "Getsemani", da lui fatti sorgere a Casale Corte Cerro (Novara) e a Paestum (Salerno), dove siamo ora riuniti per celebrare appunto il 50° anno della sua costruzione, che comprende anche il Santuario dedicato espressamente a Gesù agonizzante.
Che dire poi della rivista Tabor, l'unica rivista per la formazione spirituale dei laici, la cui pubblicazione è durata quanto la lunga vita del suo fondatore? E perché Luigi volle intitolarla Tabor e non Getsemani, come sembrerebbe logico? Certamente fu una sua felice intuizione, maturata nella preghiera, in un tempo in cui non si era ancora sviluppata la "teologia" del mistero pasquale. Non è proprio la preghiera, infatti, tanto raccomandata da Gesù ai suoi discepoli, che unisce i due luoghi evangelici - Tabor e Getsemani - e i loro rispettivi "misteri"? Anche qui ci illumina la parola di Benedetto XVI: «L'evangelista Luca sottolinea che Gesù salì sul monte "a pregare" (9,28) insieme agli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni e, "mentre pregava" (9,29), si verificò il luminoso mistero della sua trasfigurazione... C'è un altro dettaglio, proprio del racconto di Luca, che merita di essere sottolineato: l'indicazione cioè dell'oggetto della conversazione di Gesù con Mosè ed Elia, apparsi accanto a lui trasfigurato. Essi - narra l'Evangelista - "parlavano della sua dipartita (in greco éxodos), che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme"(9,31). Dunque, Gesù ascolta la Legge e i Profeti che gli parlano della sua morte e risurrezione. Nel suo dialogo intimo con il Padre, Egli non esce dalla storia, non sfugge alla missione per la quale è venuto nel mondo, anche se sa che per arrivare alla gloria dovrà passare attraverso la Croce. Anzi, Cristo entra più profondamente in questa missione, aderendo con tutto se stesso alla volontà del Padre, e ci mostra che la vera preghiera consiste proprio nell'unire la nostra volontà a quella di Dio. Per un cristiano, pertanto, pregare non è evadere dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta, ma assumerle fino in fondo, confidando nell'amore fedele e inesauribile del Signore. Per questo, la verifica della trasfigurazione è, paradossalmente, l'agonia nel Getsemani (cf. Lc 22, 39-46). Nell'imminenza della passione, Gesù ne sperimenterà l'angoscia mortale e si affiderà alla volontà divina; in quel momento la sua preghiera sarà pegno di salvezza per tutti noi. Cristo, infatti, supplicherà il Padre celeste di "liberarlo dalla morte" e, come scrive l'autore della lettera agli Ebrei, "fu esaudito per la sua pietà" (5,7). Di tale esaudimento è prova la risurrezione»41.
Come voleva Gesù, alla "preghiera" Luigi univa la "veglia", che doveva tradursi in "opere", come espresso nel nome "Società Operaia", fondata il 3 settembre 1942 con gli scopi chiaramente enunciati nel suo "Statuto", canonicamente approvato nel giorno della festa di san Giuseppe (19 marzo 1981), compatrono, insieme a Maria SS. Assunta, dell'Associazione Laicale di Diritto Pontificio.
Da ricordare, infine, la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Così mi scriveva Luigi (19 dicembre 1996), incaricandomi di predicare gli Esercizi di Marzo ai Capi Rod sul tema del Sacro Cuore: «Si tratta dello sviluppo devozionale della sofferenza di Gesù nel Getsemani, la quale è il fulcro ascetico della Società Operaia. Nel 1534-1535 Tommaso More scrisse un libretto finora sconosciuto su questa passione di Gesù, del quale tratterò io. Successivamente ebbe luogo nel 1931 la collocazione del Getsemani voluta nel Convento del Celio da Pio XI, la quale ci ha condotti a fondare la Società Operaia nel 1942. Nel 1965 scoprimmo che Gesù aveva detto a Santa Margherita Maria Alacoque che la sua sofferenza nell'orto degli Ulivi fu l'episodio più doloroso della Sua passione. Gesù apparve alla Santa la prima volta il 27 dicembre 1675 e le rivelò che il Suo Cuore non era compreso né riamato come Egli avrebbe voluto... Tutta la devozione al Suo Cuore significa che Lui ci ama di un amore che i cristiani neppure immaginano e che gli Operai devono conoscere e ricambiare».
"Conoscere e ricambiare" sono due parole d'ordine, onorate dai tanti Operai che ci hanno preceduti e che qui sono spesso venuti da ogni parte d'Italia. Nella comunione dei Santi siamo ora tutti qui presenti.

P. Tarcisio Stramare, OSJ
Assistente Nazionale della Società Operaia

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"L'AGONIA DI GESU'
NEL GETSEMANI"

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P. Tarcisio Stramare O.S.J.

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A cura della Società Operaia, Reparto Operaio Diocesano "Luigi Gedda" Roma

 

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34 «La spiritualità getsemanica di Luigi Gedda e della Società Operaia nella Chiesa oggi», SOCIETÀ' OPERAIA, Reparto Diocesano di Sassari, Atti del Convegno, Sassari, 2007, pp. 9-17.
35 Opuscule 7, in F-M. LÉTHEL, Op. cit., pp. 123s.

36 Ibidem, p. 124.

 

 

 

37 Enc. Deus caritas est, nn. 10 e 12.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

38 Il testo, con commento, è riportato in "Appendice", in A. FEUILLET, L'agonie de Gethsémani. Enquéte exégétìque et théologique suivi d'une etude du "Mystère de Jésus" de Pascal, Gabalda, Paris, 1977. In italiano, vedi BLAISE PASCAL, Pensieri. Traduzione, introduzione e note di Paolo Serini, E. Mondadori, Milano, 1970.

39 Cf. L'Osservatore Romano, 14 febbraio 2007, p. 5. GIOVANNI PAOLO II scriveva nella Lettera alle Famiglie: «L'agonia del Getsemani e l'agonia del Golgota sono il culmine della manifestazione dell'amore» (n. 23).

40 Ad es., Getsemani, Edizioni Operaie, 1945; Spiritualitą Getsemanica, Editrice Massimo, Milano, 1992.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

41 Angelus del 4 marzo, II Domenica di Quaresima, L'Osservatore Romano, 4-5 marzo 2007, p. 5.

www.societaoperaia.org