Società Operaia
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Statua di Gesù orante nella cripta della chiesa del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

Il Getsemani è attuale

La serva di Dio Suor Pierina De Micheli fu protagonista a dodici anni, e precisamente nel venerdì santo del 1902, di un fatto che, se non straordinario, fu certamente singolare. Nella chiesa di S. Pietro in Sala a Milano si trovava fra la gente che baciava il crocefisso deposto a terra, accostando le labbra ai segni delle cinque piaghe. Ala bambina ebbe allora la nettissima sensazione (e fu lei stessa a rievocare più volte quel giorno e quel fatto) di udire una voce che diceva: <<Nessuno mi dà un bacio d’amore in volto per riparare al bacio di Giuda?>>. La bimba si stupì al notare che la gente restava insensibile a quella richiesta che lei aveva sentito distintamente. Non osò rispondere ad alta voce, ma diede il bacio richiesto dicendo: <<Te lo dò io il bacio d’amore, Gesù abbi pazienza>>.
Senza voler dare a questo episodio una particolare importanza prima che la Chiesa ne riconosca l’attendibilità, ma collocandolo in ordine di tempo rispetto all’appassionata e ripetuta richiesta di Gesù ai tre discepoli: <<Fermatevi qui e vegliate con me>> (Matt.26,38) e rispetto a quanto Gesù disse a S. Margherita Maria: <<tutte le notti dal giovedì al venerdì ti farò partecipare a questa mortale tristezza che ho voluto sentire nel giardino degli Ulivi…>> troviamo che il ricordo di Suor Pierina, la quale all’età di dodici anni non conosceva i testi evangelici del Getsemani né gli scritti di S. Margherita Maria, è misticamente sulla medesima direttrice dei precedenti inviti a penetrare e conoscere il mistero del Getsemani.
D’altra parte bisogna rendersi conto di una legge di vita che riguarda anche la Chiesa la quale impone un accrescimento progressivo e graduale di quantità e qualità. Nei duemila anni di storia vissuta, a prescindere dai periodi critici, che però ebbero anch’essi un’importanza a volte paradossale per lo sviluppo della verità rivelata, la Chiesa, nell’ambito dell’ortodossia, è venuta chiarendo a se stessa principi e comportamenti racchiusi nel messaggio evangelico, ma non ancora esplorati. Vi furono tempi in cui l’attenzione della Chiesa venne focalizzata sul problema delle due nature di Cristo ed altri, molto vicini a noi, nei quali lo studio dei teologi e le definizioni dell’autorità si concentrarono sulla persona e le grazie singolari concesse alla Madre di Gesù, come nel secolo scorso quando Pio IX definì la Madonna concepita senza il peccato originale (ossia l’Immacolata Concezione di Maria) e nel nostro secolo quando Pio XII definì l’Assunzione della Vergine.
Per quanto riguarda l’episodio del Getsemani, malgrado la considerazione espressa da Pascal che l’agonia getsemanica di Cristo continua fino alla fine del mondo, la Chiesa non ha messo un accento particolare su questo episodio. Un esperto di Cristologia come l’abate G. Ricciotti, fornisce una spiegazione attendibile di questo scarso interesse. Egli scrive nella <<Vita di Gesù Cristo>>: <<In questa notizia (del sudore di sangue) che mette in rilievo la realtà della natura umana in Gesù trovarono scandalo taluni antichi cristiani nel leggere il vangelo del medico Luca. Essi giudicarono che, sebbene il medico aveva narrato un fatto vero, era meglio che la narrazione non fosse ripetuta, perché sembrava fornire una conferma alle calunnie dei nemici del cristianesimo: probabilmente gli attacchi di Celso contro la persona di Gesù avevano suscitato tale preoccupazione.
Perciò avvenne che la narrazione del sudore di sangue, insieme col precedente accenno all’angelo confortatore, cominciò a scomparire dai codici del III Vangelo, soppressa per questo infondato timore. Oggi essa manca in vari codici uncinali, e questa mancanza era già stata segnalata nel quarto secolo da Ilario e Gerolamo. Tuttavia allorché quella vana preoccupazione si dissipò col cessare degli attacchi contro il cristianesimo, cessò anche la soppressione dell’ombroso passo>>.
Intanto chiediamoci: non è forse vero che la Chiesa parla di uno sviluppo nella intelligenza del dogma? Non è vero che importanti espressioni della pietà cristiana si sono innestate molto tardi sull’albero della tradizione cattolica? Presso la Chiesa delle catacombe la raffigurazione preferita di Gesù era quella del Buon Pastore. Durante questo periodo ed anche in seguito la Croce fu oggetto di culto, ma sulla croce non compariva il Crocefisso, ed anche oggi le Chiese orientali che si separarono in quei secoli dal tronco del cattolicesimo usano comunemente la croce senza il Crocefisso. Fu soprattutto nel basso medioevo che la figura del Crocefisso inalberato sulla croce invase la mente e conquistò il cuore del popolo cristiano. L’arte non tardò ad esprimere questo diffuso e vibrante sentimento nelle innumerevoli raffigurazioni del Golgota che arricchiscono le nostre chiese e pinacoteche. Per la ragione opposta, cioè per la mancata popolarizzazione del Getsemani, l’espressione in forma d’arte di questo episodio appare scarsa e poco convincente, poco convincente perché poco convinta.
Può darsi che la Provvidenza riservi proprio a questa nostra epoca, umana e disumana ad un tempo, il privilegio ed il conforto di meditare sull’umanità di Cristo nella tragedia del Getsemani.
In realtà vi è qu7alcosa di nuovo a questo riguardo, nello spazio e nell’atmosfera della Chiesa cattolica da quando il Patriarcato di Gerusalemme e la Custodia della Terra Santa stabilirono, nel primo quarto del nostro secolo, di erigere un Santuario moderno nel luogo del Getsemani storico, dove viene conservata la piattaforma di pietra sulla quale, secondo la tradizione, il Cristo agonizzò spiritualmente e sudò sangue.
Questo santuario di stile composito che copre con tre navate il luogo dell’Agonia viene chiamato <<Basilica delle Nazioni>> la quale iniziata nel gennaio del 1920 su disegno dell’architetto Antonio Barluzzi fu inaugurata il 15 giugno 1924. E’ il solo santuario interamente cattolico di Gerusalemme ed è servito dai Frati minori francescani.
A questo avvenimento topografico e devozionale ha fatto seguito il dono di una statua grande al naturale di Gesù che agonizza nel Getsemani regalata dalla Francia a Pio XI il quale, nel gradirla, stabilì che fosse collocata in Roma in quel convento dei Passionisti sul Celio, che lo stesso Pio XI volle incluso nei Trattati Lateranensi come proprietà del Vaticano.
Questa commovente scultura è oggetto di visita e meditazione da parte di cattolici di tutto il mondo ed è il riferimento di molte iniziative e opere getsemaniche, per esempio dei due Santuari dedicati al Getsemani che sono sorti in Italia, l’uno a Casale Corte Cerro (Novara) nel 1950 e l’altro a Paestum (Salerno) nel 1959. Anche in una parrocchia di Roma sulla via del mare a Vitinia inaugurata nel 1955 viene riprodotta la statua del Celio e il titolo della Chiesa riproduce con fedeltà l’interpretazione mistica dell’episodio evangelico in quanto essa è dedicata al <<Sacro Cuore di Gesù Agonizzante>>, cioè collega l’episodio evangelico del Getsemani alle rivelazioni del Sacro Cuore di Paray-le-Monial. Fu l’Azione Cattolica Italiana che regalò questa chiesa alla diocesi del Papa. Numerosi luoghi per onorare l’agonia getsemanica del Salvatore sono sorti in questi ultimi anni come a Lecce, Siracusa, Imperia, Acireale, Cuglieri e nella Chiesa della Navicella a Roma.
Ma vi è dell’altro, fra cui due libri di esegesi scritturale relativa al Getsemani editi negli anni settanta, uno a cura di Mario Galizzi: <<GESU’ NEL GETSEMANI>> e l’altro di André Feuillet: <<L’AGONIE DE GETHSEMANI>> che puntualizzano criticamente i testi e l’avvenimento storico; senza dire del mio libro <<GETSEMANI>> che dal 1945 ad oggi ebbe varie edizioni.
Dal punto di vista liturgico è importante che la devozione del Rosario, fin dalle origini,abbia ricordato l’agonia del Getsemani come prima stazione dei misteri dolorosi e che la forma prevista dal Concilio Vaticano II abbia preso in considerazione lo schema della Via Crucis indicato da San Leonrdo da Porto Maurizio includendo in essa il Getsemani come seconda delle 14 stazioni.
Di grande rilievo è il fatto che Paolo VI nel pellegrinaggio <<eminentemente religioso>> in Terra Santa, effettuato nel gennaio 1964 e precisamente nella notte del 4 gennaio, giorno del suo arrivo in Gerusalemme, abbia voluto praticare l’Ora Santa nella Basilica delle nazioni, al Getsemani storico. Durante la meditazione getsemanica vennero alternati canti, preghiere e passi del Vangelo che narrano dell’Agonia vissuta in quel luogo dal Salvatore, letti in latino, greco, arabo, armeno, slavo e copto.
Nell’attualità del Getsemani prende posto anche l’ipotesi affacciata in sede scientifica a proposito della Santa Sindone, riguardante l’impronta diffusa che disegna sulle due superfici del lenzuolo funerario l’immagine anteriore e posteriore di Cristo. Finora le osservazioni relative alle impronte a stampo delle piaghe e delle colature ematiche avevano prevalso nello studio della preziosa reliquia. Oggi, un più attento esame, tende a valorizzare l’impronta diffusa che profila la sagoma del corpo dell’ Uomo della Sindone e la spiegazione più attendibile la riconduce al sudore ematico, cioè all’ematoidrosi sofferta da Cristo nel Getsemani la quale coprì il suo corpo di un velo di sudore e di emoglobina che certo non fu rimosso durante le 14 ore della passione, e durante le pratiche della sepoltura potè riprendere, in parte, fluidità e capacità di lasciare delle impronte in seguito all’applicazione di quegli olii aromatici di cui parla il Vangelo di Giovanni (19,40) che furono provveduti da Nicodemo per la composizione del cadavere.
Oggi dunque una voce multanime parte dalla Chiesa invocando l’esempio e l’insegnamento di Cristo lasciato in quella notte e la grazia meritata da lui per i nostri bisogni attuali.

Il Getsemani è necessario

Un aspetto particolare dell’attualità è la necessità. Gli uomini di oggi hanno estremo bisogno della dottrina e del modello che Gesù presenta nel Getsemani.
Anzitutto hanno bisogno di abbandonare i pensieri di illusione e di comodo, di avvertire il pericolo che sovrasta l’umanità, e di accorgersi che una notte di regressione, di violenza e di animalità favorisce il nemico e la congiura organizzata contro la Chiesa.
L’atteggiamento dei discepoli nel Getsemani i quali non pensano alla veglia, ma a soddisfare il sonno è quello che dobbiamo rimproverare a noi stessi. Il sonno può essere autentico e incosciente, ma anche spirituale, cioè consiste in falso ottimismo, disinteresse, egoismo.
L’Italia a cui Pio XI aveva augurato <<Dio all’Italia e l’Italia a Dio>> riassumendo in queste parole le lacrime, il sangue e le speranze dei Santi e dei cattolici che avevano lavorato nell’epoca del Risorgimento e nel primo periodo dell’unità da Romagnoli a Gioberti, da Manzoni a Ferrini, da Pellico a Rosmini, cammina ora sopra un sentiero fra i più pericolosi della sua storia. Da un lato l’abisso del divorzio, dall’altro quello dell’aborto e di fronte la muraglia della tirannia comunista.
Aborto e divorzio portano a offendere Dio, a distruggere la vita, la famiglia, la moralità e l’amore…quello vero. Il muraglione comunista è quello di carcere semi-universale (cioè che imprigiona mezza umanità), di una tirannia che distrugge la libertà, la democrazia e vorrebbe cancellare la religione.
Il frequente uso, anche di giovani, degli stupefacenti per dare un assurdo contenuto alla vita di cui non conoscono il significato, il ricorso frequente alla violenza e alla menzogna per soffocare i problemi della giustizia sociale, l’esibizione degli istinti e l’accettazione acritica dell’opinione pubblica prevalente da parte del cittadino, denunciano il disfacimento della nostra società.
La situazione politica italiana che richiederebbe estrema vigilanza, saggezza, disinteresse, si sviluppa in un ambiente internazionale di estrema difficoltà per l’estensione del messaggio di salvezza che Cristo ha affidato a Pietro e Pietro a Roma.
L’aspetto anticristiano della società ha due principali componenti che si riflettono anche nel nostro popolo e nei popoli a cui dovremmo con l’esempio e con l’opera annunziare il Vangelo. Si tratta in primo luogo di un effetto procurato dalla tecnica che mediante le comunicazioni socialidei mass-media e attraverso i trasporti aerei ha impicciolito il mondo e mette a contatto quotidiano popoli di tutte le lignue, religioni, costumi e di tutte le empietà. Contatto significa contagio perché il male è più diffusivo del bene e chi è buono tende a considerare buone anche le idee sbagliate, le religioni assurde, le filosofie del male e le teorie scientificamente superate come marxismo, freudismo, evoluzionismo. Si va stabilizzando fra gli uomini di oggi un denominatore comune di galateo formale, un vocabolario universale di interlingua a servizio dell’edonismo, un codice di comportamento materializzante.
Se è vero che ciascuno renderà conto a dio secondo quello che ha ricevuto e che il cristiano deve rispettare la coscienza di chi non ha la sua fede, è altrettanto vero che trascendenza, legge e grazia, di cui il cristiano ha conoscenza e disponibilità, lo rendono responsabile della situazione.
La parola di Dio non può essere messa in catene ed è quella che risuona nel getsemani: <<Vigilate>>.
<<Vigilare>> significa affrontare le ore notturne che i latini chiamavano <<vigiliae>>, resistendo al sonno e restando all’erta per scoprire le manovre del nemico e quelle dei traditori che lo conducono nel campo del bene.
I cristiani devono valorizzare la carica di doni dello Spirito Santo che hanno ricevuto per rovesciare il piano di Satana e rendere strade aperte al messaggio evangelico la politica, la scienza, la tecnica e il costume del nostro tempo. Gli anni che separano dal terzo millennio sono decisivi per trasformare l’Italia e il mondo in quel popolo che Dio descriveva a Geremia come il vaso di creta modellato dal vasaio e come una persona che ha la sua veste raccolta ai fianchi da una cintura di lino che simboleggia la legge divina. Questo è possibile se i cattolici italiani affrontano la notte disposti al sacrificio richiesto dalla vigilanza di cui Cristo ha dato ordine ed esempio. Specialmente e puntualmente il cristiano deve abituarsi a praticare il sacrificio, cioè a rendere sacro il dolore offrendolo a Dio nella veglia getsemanica con Gesù.
Sacrificio non vuol dire dolore sofferto con spirito di ribellione interiore ma dolore, piccolo o grande che sia, reso sacro, cioè grato a dio, perché si compia il suo disegno di salvezza.
Ci troviamo a questo punto di fronte all’ostacolo forse più grave, perché la tecnica ha aumentato a dismisura la produzione dei beni mediante l’automazione, e questa ha diminuito la fatica del lavoro (cioè la scuola del sacrificio), mentre ha creato la necessità di suscitare nuovi bisogni voluttuari e spesso inutili, per consumare i prodotti gettati sul mercato con ritmo crescente. Così è nato il consumismo che significa bisogno di godere per consumare di più. Così è diminuita nel cristiano la capacità di sacrificarsi per un ideale trascendente ed è aumentata la schiavitù che lo tiene legato al carro della moda e della sensualità. La nostra è una società cristiana di nome e neopagana di fatto, forse, peggio ancora, postcristiana cioè la comunità di Giuda.
Il getsemani è sulla sponda opposta, contraltare del consumismo e del materialismo, perché nel Getsemani il comando è quello della vigilanza e della preghiera pagati da Cristo con il sudore di sangue. L’impresa che la Chiesa si propone, cioè di risalire la corrente del paganesimo e di partecipare la salvezza cristiana all’intera umanità, è l’impegno di sempre e il Getsemani traccia il cammino.
La vigilanza, come Gesù la intendeva in quella notte, era una mobilitazione delle forze fisiche e spirituali dei suoi discepoli. Anche per il presente vigilanza significa incontro, intesa e sforzo individuale e comune per mettere fine alla situazione di pericolo, debolezza e confusione nella quale ci troviamo.
La forza di noi che seguiamo Cristo, ma siamo uomini, non basta. Come in quella notte bisogna imparare da lui che la preghiera è una legge che condiziona il successo.
La Chiesa, nelle più gravi ore della sua storia, si è buttata ai piedi degli altari per strappare dal Cuore di dio la salvezza. Così oggi è necessario, urgente, primario, inevitabile il ricorso alla forza divina la quale soltanto può concederci di superare le difficoltà umanamente insormontabili che abbiamo di fronte, di lato e fra noi.
E’ questione di fede. Chi crede sul serio che Dio sostiene l’esistenza dell’universo e di ogni uomo in esso, deve rivolgersi a questa suprema Origine puntando su di essa con tutte le forze di cui può disporre. Questo era chiaro e praticato dal popolo ebreo quando non era aberrante e sotto il castigo di Dio. Ma è più chiaro e più facile da venti secoli a questa parte, perché l’episodio del Getsemani dimostra che Gesù vuole averci con sé nel momento del pericolo, che vuole essere con noi, che la nostra battaglia è la sua, che lui né il capo e noi la sua gente.
La preghiera che Gesù consiglia è preventiva <<per non entrare in tentazione>>, cioè diretta a respingere le seduzioni, le illusioni, le discordie, le debolezze suscitate da Satana che è ritornato nella notte; poi la preghiera viene presentata in forma più intima dal suo esempio e dalla sua parola. Quando rimprovera i tre che avevano ceduto al sonno usa un’espressione complementare e incisiva: <<Non avete potuto vegliare un’ora con me?>>. La preghiera si trasforma nell’invito a rimanere con lui in una veglia orante nella quale si rivolge al Padre perché la Redenzione raggiunga il suo fine. Questo è il significato più profondo della richiesta di preghiera che leggiamo in questo episodio del Vangelo: vita di unione con Cristo perché l’uomo possa partecipare con Dio alla salvezza del mondo.
Il Getsemani dove Gesù chiede amore è il sentiero della nostra preghiera e della nostra vigilanza perché il mistero dell’incarnazione produca, nel tragico momento che viviamo, il suo frutto.

Il Getsemani è permanente

La Chiesa preconciliare era favorevole a considerare la Messa specialmente come il rinnovo della morte di Cristo, cioè come il sacrificio del Calvario che si ripete nel tempo. La Chiesa postconciliare preferisce vedere nella Messa ilo rinnovo della cena nella quale il Cristo ha istituito l’Eucarestia e perciò l’altare è stato rivolto verso il popolo e la disposizione del rito ricorda il quadro di Leonardo da Vinci.
Questa sovrumana sintesi e con testualità di misteri divini è autentica in virtù del mistero fondamentale che si realizza nella Messa: la presenza di nostro Signore e Redentore, Gesù Cristo. Il recente Concilio lo ha confermato definendo la Messa <<memoriale della morte e della resurrezione di Cristo: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è dato il segno della gloria futura>>.
Per questo e di conseguenza la Messa deve anche essere considerata come un memoriale della passione spirituale di Gesù, un’occasione per rivivere in modo reale tanto il Cenacolo, il Calvario e la Resurrezione, quanto il Getsemani.
L’autenticità di questa interpretazione poggia sul fatto che la transustanziazione del pane e del vino produce il mistero eucaristico. Il Cristo ormai fuori dee tempo, ritorna bel tempo con la piena attualità di ciò che ha detto e fatto in ogni epoca della sua vita, tantoché a Natale è proprio la Messa che trasforma l’altare in un presepio dove nasce di nuovo Gesù.
La rievocazione del Getsemani nella Messa è suggerita da tre motivi principali dei quali il primo è la sincronizzazione del rito con la notte nella quale ebbe luogo l’avvenimento del Getsemani. Dopo le letture, il credo, l’offertorio e il sanctus, e cioè nel cuore della preghiera eucaristica, le parole della transustanziazione pronunciate dal sacerdote sono solennemente precedute da questo riferimento: <<Nella notte in cui fu tradito…>>.
La notte di cui il sacerdote parla è quella annunciata quando Cristo volle celebrare la pasqua con i suoi, la quale notte finisce con il canto del gallo, quando Pietro piange per il suo triplice rinnegamento, cioè con l’alba del giorno nel quale Gesù muore.
Dunque la notte rivissuta nella Messa è anche la notte del Getsemani perché in quella notte gli undici andarono con Gesù oltre il Cedron nel luogo dove c’era il frantoio. Ed è la notte del tradimento di Giuda conosciuto e annunziato da Cristo durante la cena non solo perché lo indicò a Giovanni, ma anche perché disse a Giuda: <<Ciò che vuoi fare, fallo presto>> (Gv.13,27). Il tradimento di cui parla il canone fu consumato nel Getsemani quando Giuda lo baciò per indicarlo ai soldati e Gesù di rimando: <<Amico, perché sei qui? Tradisci con un bacio il figlio dell’uomo?>> (Lc.22,48).
La seconda nota getsemanica della Messa è quella per cui sacerdote e popolo recitano il <<Padre nostro>>.
Secondo il racconto di Matteo (6,9-15), all’inizio della sua vita pubblica, Gesù salito sul monte pronuncia il discorso nel quale esalta le beatitudini e insegna la formula del <<Padre nostro>>, preghiera fondamentale per il cristiano, inserita fin dall’antichità nella Messa e, oggi, nei <<Riti di Comunione>>.
Il <<Padre nostro>> è semplice ma solenne, in quanto il fremito della preghiera individuale è contenuto nella maestosità ieratica della preghiera collettiva. Così è la preghiera <<insegnata>> da Gesù; ma nel Getsemani scopriamo che questa preghiera è <<vissuta>> da Gesù, il <<Padre nostro>> è individualizzato, cioè applicato da Gesù a sé stesso. Nella preghiera del Getsemani si ravvisano facilmente gli elementi fondamentali della preghiera insegnata. Gesù incomincia a pregare, anche qui, rivolgendosi al Padre: <<Padre, se tu vuoi, allontana da me questo calice>> (Lc.22,42). Anche Matteo e Marco riferiscono questa preghiera al Padre con leggere varianti che si spiegano pensando che Gesù nel Getsemani abbia ripetuto molte volte la preghiera, mantenendo fissi i concetti essenziali e modificando di poco la formula. Però mentre nella preghiera insegnata, il Padre è invocato collettivamente come <<Padre nostro>>, qui, nella preghiera personalmente sofferta, l’invocazione si individualizza e diventa <<Padre mio>> (Mt.26,39). Si misura in questa variante non solo la coscienza della filiazione propria di Gesù, ma anche il senso di isolamento e di costernazione che invadeva il suo cuore, così da fargli richiamare l’attenzione e del Padre, urgentemente, sopra di sé.
L’apertura del <<Pater>> nella versione getsemanica assume un tale accento di necessità e fiduciam che Gesù, come un uomo qualsiasi, si rivolge a suo Padre, chiamandolo <<Papà>>. La parola <<Abba>> in aramaico significa questo ed è la parola che Maria, sua Madre, aveva insegnato a Gesù fanciullo come appellativo ordinario e domestico di Giuseppe, suo sposo e padre di Gesù di fronte all’opinione pubblica. Gesù sa che il Padre che lo ha <<non creato ma generato>>, è onnipotente e dovendosi rivolgere a lui per un motivo grave che lo angoscia, lo chiama con l’appellativo che certamente gradisce: <<Abba, Papà>>.
Non è solo un dettaglio linguistico, ma un taglio teologico e biografico, che si introduce nella preghiera ufficiale e può insegnare a chi la ripete ricordando il Getsemani, l’intimità che la nostra qualità di cristiani ci permette non solo con la Seconda Persona della Trinità, ma anche con la Prima che ha creato l’universo e di cui siamo figli adottivi.
Altro cardine della preghiera insegnata consiste nell’accettazione della volontà del Padre e qui il parallelo con la preghiera vissuta non potrebbe essere più toccante. Gesù insegnò a dire: <<sia fatta la tua volontà>> (Mt.6,16) e nel Getsemani esclama <<non la mia volontà, ma la tua sia fatta>> (Lc.22,42). Balza agli occhi non solo l’identità del concetto, ma anche la profonda somiglianza delle parole, per cui non si può dubitare che Gesù sia l’autore della prima e della seconda preghiera. Conseguentemente al carattere della preghiera getsemanica che è vissuta, sofferta, personalizzata, la volontà del Padre viene contrapposta alla sua volontà umana, contrapposizione che manca nella preghiera insegnata.
Altri dettagli meritano di essere rilevati nella nostra meditazione comparata. Gesùaveva insegnato <<sia santificato il tuo nome>> (Mt.6,9; Lc.22,2) per esprimere il desiderio che il Padre suo e nostro venga riconosciuto e lodato. Nella preghiera del Getsemani il desiderio viene sostituito da un’affermazione elogiativa carica di fiducia in quanto Gesù dice: <<Abba, Padre, tutto ti è possibile>> (Mc. 14,36). E’ una santificazione del nome del Padre, basata sul riconoscimento della sua onnipotenza. Gesù ha insegnato e Gesù realizza il proprio insegnamento.
Inoltre il <<Padre nostro>> insegnato da Cristo e ripetuto nella liturgia della Messa, termina con una domanda: <<Non ci indurre in tentazione>> (Mt. 6,13; Lc.21-1,4). Un senso di sfiducia nell’uomo anima queste parole che esprimono un riconoscimento della sua fragilità. Ovviamente Gesù non poteva applicarle a se stesso e perciò non si trovano nella preghiera individualizzata del Getsemani. Però anche qui vi è traccia di questo timore di Gesù per gli uomini di cui conosceva la grande debolezza e traspare nelle parole rivolte ai discepoli: <<Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole>> (Mc.14,38), parole che possono essere ricollegate all’ultima domanda del <<Padre nostro>> anche per dimostrare l’autenticità del ricordo getsemanico nella Messa.
Un parallelo getsemanico che dipende dal modo stesso come Cristo celebrò il sacrificio nell’ultima cena, consiste nel fatto che il pane e il vino vengono transustanziati separatamente per cui sull’altare si verifica una separazione del sangue dal corpo di Cristo. E’ ben vero che la Chiesa crede che tutto Cristo è in ciascuna delle due specie consacrate e lo significa disponendo che il sacerdote dopo la consacrazione mette nel calice un frammento dell’ostia. Ma è altrettanto vero che anche nel Getsemani a motivo dell’ematoidrosi, il sangue di Cristo, in parte, si separa dal corpo. In ogni caso è dato certo che sull’altare dopo la consacrazione, la specie del corpo è separata dalla specie del sangue e questo è rilevante perché induce il fedele a pensare al sangue di cui parla il medico evangelista Luca: <<il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra>> (Lc.22,44).
Infine il Getsemani dimostra in modo palese la verità di quanto la Preghiera Eucaristica afferma nella Messa con queste parole: <<Accettando liberamente la sua passione>>. Che il Cristo avesse la possibilità di fuggire, ma che abbia voluto cadere nelle mani di coloro che volevano ucciderlo è provato dal fatto che scelse, per passarvi la notte, il Getsemani dove Giuda lo avrebbe cercato.
Anche la presenza dell’angelo confortatore, l’effetto delle parole <<Sono io>> di cui parlerà nel paragrafo seguente, la guarigione miracolosa dell’orecchio di un servo di Caifa che Pietro aveva ferito e l’osservazione fatta al medesimo Pietro che il padre avrebbe potuto inviare legioni di angeli per salvarlo indicano che Cristo, per i mezzi soprannaturali di cui disponeva, avrebbe potuto sfuggire alla sua passione, ma non lo volle per rispetto alla volontà del padre che impegnava la sua libertà.

<<Sono Io>>

Nel Getsemani, luogo della sua più grande angoscia, Gesù volle che non mancasse un piccolo Tabor, cioè una dimostrazione della sua divinità come prova che egli accettava <<liberamente>> la sua passione e perciò come esempio ai cristiani e sostegno della loro fede.
Il piccolo Tabor s’innesta nell’avvenimento getsemanico quando arriva Giuda con i servi e i soldati del tempio per catturare Gesù. L’evangelista Giovanni ne riferisce puntualmente con questo dettaglio: <<Allora Gesù, che sapeva tutto quello che doveva accadere, si fece avanti e chiese loro: <<Chi cercate?>>. Gli rispondono: <<Gesù Nazareni>>. Gesù dice loro: <<Sono io>>. C’era anche Giuda, il suo traditore, con loro. Ma appena Gesù ebbe detto loro: <<Sono io>>, indietreggiarono e caddero per terra. (Gv.18, 4-6).
Gesù aveva usato queste parole <<Sono io>> nella tempesta del lago quando i suoi cedettero di vedere un fantasma (Mt.14, 26-27) e le userà per convincerli della sua resurrezione (Lc.24,36), mentre nel Getsemani <<Sono io>> ha il significato di attestare la sua divinità come Dio aveva fatto nell’Antico Testamento: <<Io sono il Signore>> (Isaia 43,11). A queste parole quelli indietreggiarono e caddero a terra. Anche se l’apparizione della divinità è fugace e la cattura riprende, serve a dimostrare che il piano delle cose umane e delle cause naturali è superficiale e dietro ad esso si sviluppa il piano divino delle cause soprannaturali efficienti.
Andare al Getsemani significa dunque oltrepassare con il pensiero la contingenza delle cose terrestri e vivere nella realtà divina, piano che il cristiano raggiunge con l’osservanza dei comandamenti e approfondisce seguendo con docilità la voce dello Spirito Santo che guida la sua coscienza, come guida chiunque perché raggiunga ed eserciti la funzione soprannaturale che gli è stata assegnata nel piano creativo di Dio.
Il consiglio Getsemanico <<vigilate>> non riguarda solo il nemico che opera all’esterno, ma ancor prima la tentazione che aggredisce l’anima per allontanarla dal progetto di Dio e che Gesù ci ha insegnato a temere chiedendo al Padre <<non ci indurre in tentazione>> ancor prima di chiedergli <<liberaci dal male>>.
Per la comprensione, la difesa e lo sviluppo del piano soprannaturale della nostra vita individuale sono utili e perciò raccolti e suggeriti dalla Chiesa gli esempi dei Santi. Nella molteplicità di espressione di questi uomini che in tempi e condizioni diversissime hanno compiutamente realizzato il volere di Dio e la vocazione individuale, vi è la dimostrazione lampante che ciascuno ha il suo compito da svolgere, diverso nel contesto della società, ma egualmente essenziale di fronte a Dio. La voce della coscienza individualizza il compito di ciascun uomo e gli ripete l’origine della sua vocazione: <<Sono io>>, Gesù Cristo.
L’esistenza naturale, temporale dell’uomo è provvisoria e precaria. L’esistenza autentica e perenne sarà quella in Dio che viene preparata dalla vita soprannaturale che l’uomo può condurre nel tempo rispondendo positivamente alla vocazione di Dio.
Sta scritto nel Vangelo: <<Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare>> (Mt.11,27). Dunque è il Figlio che sceglie e chiama, come pure è tramite per realizzare il disegno di Dio. <<Che cosa dobbiamo fare – gli chiede la folla – per compiere le opere di Dio?>> Gesù risponde: <<Questa è l’opera di Dio, credere in colui che ha mandato>> (Gv. 6,27) e San Paolo sviluppando questo principio, aggiunge: <<Egli è morto per tutti perché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro>> (Cor.5,15).
Che poi Gesù, a sua volta, desideri questo lo ha dimostrato anche attraverso la materia e la forma con la quale ha istituito l’Eucarestia. Nulla ha maggior senso di unione nella vita dell’uomo del cibo e della bevanda per chi li assume. <<Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue… mangiate e bevete tutti>>. L’ordine che viene ripetuto nella Messa è semplice e trasparente. Gesù desidera la vita d’unione con ciascuno di quelli che ha prescelto per arricchirlo di grazia e renderlo capace di ritrasmettere il messaggio e dilatare la luce, la grazia, la salvezza.
I discepoli non avevano ancora capito tutto questo ed essendosi addormentati avevano lasciato Gesù solo nel Getsemani. Di qui il suo lamento, e la frustrazione del suo desiderio di vivere la vita d’unione con l’uomo che non solo arricchisce divinamente l’uomo stesso, ma conforta il suo Cuore per il tradimento di altri uomini.
Nella vita dei Santi questo ricambio d’amore fra Cristo e l’uomo è la sostanza della vita soprannaturale condotta in grado eroico.
Meditando sul dato getsemanico di Gesù che dopo aver affermato il suo desiderio di amore umano, prima di lasciarsi imprigionare, condannare e giustiziare ritiene opportuno di dimostrare la sua forza divina buttando a terra la banda di Caifa, ci mette in grado di superare il volto terrestre degli avvenimenti e vedere il dramma di Dio che si mescola al dramma umano ricavandone una lezione di certezza e di fiducia.
La fiducia deve essere quella che traspare dal <<Padre nostro>> nel quale Gesù insegna a chiedere <<il pane quotidiano>> cioè non più dell’aiuto per ciò che giornalmente occorre, senza eccessivi calcoli previdenziali o di apprensione per gli avvenimenti del futuro che sono inclusi nella volontà di Dio.
Al volere divino il cristiano non solo si attiene e si affida ma lo invoca. L’inciso <<sia fatta la tua volontà>> del Pater Noster come pure quello <<Non la mia volontà ma la tua sia fatta>> del Getsemani, non hanno un significato di rassegnazione per un avvenimento inevitabile, ma di primato assoluto per ciò che Dio vuole.
In altri termini, la lezione fondamentale di Gesù nel Getsemani è quella della <<disponibilità>> perché è Dio stesso, cioè la sua grazia, che costruisce la vita e la santità del cristiano, la Chiesa, la salvezza dell’umanità e ricostruisce con vantaggio il piano che Dio aveva stabilito nel creare l’universo ed in questo ciascun uomo.
La disponibilità rispetto a Dio scalza dalle fondamenta l’orizzontalità delle scelte umane che le tecnocrazie dei governi politici, della vita e del comportamento umano hanno seminato e vanno seminando nella società di oggi e fra i cristiani.
La notte che dobbiamo vivere perché Cristo ci ha invitato nel Getsemani, è una notte illuminante e feconda che si chiuderà con il canto del gallo, canto di vittoria perché Cristo si è incaricato di vincere, con la sua, la nostra morte.
Nella luce delle rivelazioni del Sacro Cuore a Paray-le-Monial, <<Sono io>> ha il significato delle parole che sono scritte sull’altare di Santa Margherita Maria: <<Ne crains rien, je regnairais malgré mes ennemis>> (<<non temere nulla, regnerò malgrado i miei nemici>>).

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Andiamo

al Getsemani

Il Getsemani è attuale

Il Getsemani è necessario

Il Getsemani è permanente

<<Sono Io>>



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