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Statua di Gesù orante nella cripta della chiesa del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda


Il Getsemani è permanente

La Chiesa preconciliare era favorevole a considerare la Messa specialmente come il rinnovo della morte di Cristo, cioè come il sacrificio del Calvario che si ripete nel tempo. La Chiesa postconciliare preferisce vedere nella Messa ilo rinnovo della cena nella quale il Cristo ha istituito l’Eucarestia e perciò l’altare è stato rivolto verso il popolo e la disposizione del rito ricorda il quadro di Leonardo da Vinci.
Questa sovrumana sintesi e con testualità di misteri divini è autentica in virtù del mistero fondamentale che si realizza nella Messa: la presenza di nostro Signore e Redentore, Gesù Cristo. Il recente Concilio lo ha confermato definendo la Messa <<memoriale della morte e della resurrezione di Cristo: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è dato il segno della gloria futura>>.
Per questo e di conseguenza la Messa deve anche essere considerata come un memoriale della passione spirituale di Gesù, un’occasione per rivivere in modo reale tanto il Cenacolo, il Calvario e la Resurrezione, quanto il Getsemani.
L’autenticità di questa interpretazione poggia sul fatto che la transustanziazione del pane e del vino produce il mistero eucaristico. Il Cristo ormai fuori dee tempo, ritorna bel tempo con la piena attualità di ciò che ha detto e fatto in ogni epoca della sua vita, tantoché a Natale è proprio la Messa che trasforma l’altare in un presepio dove nasce di nuovo Gesù.
La rievocazione del Getsemani nella Messa è suggerita da tre motivi principali dei quali il primo è la sincronizzazione del rito con la notte nella quale ebbe luogo l’avvenimento del Getsemani. Dopo le letture, il credo, l’offertorio e il sanctus, e cioè nel cuore della preghiera eucaristica, le parole della transustanziazione pronunciate dal sacerdote sono solennemente precedute da questo riferimento: <<Nella notte in cui fu tradito…>>.
La notte di cui il sacerdote parla è quella annunciata quando Cristo volle celebrare la pasqua con i suoi, la quale notte finisce con il canto del gallo, quando Pietro piange per il suo triplice rinnegamento, cioè con l’alba del giorno nel quale Gesù muore.
Dunque la notte rivissuta nella Messa è anche la notte del Getsemani perché in quella notte gli undici andarono con Gesù oltre il Cedron nel luogo dove c’era il frantoio. Ed è la notte del tradimento di Giuda conosciuto e annunziato da Cristo durante la cena non solo perché lo indicò a Giovanni, ma anche perché disse a Giuda: <<Ciò che vuoi fare, fallo presto>> (Gv.13,27). Il tradimento di cui parla il canone fu consumato nel Getsemani quando Giuda lo baciò per indicarlo ai soldati e Gesù di rimando: <<Amico, perché sei qui? Tradisci con un bacio il figlio dell’uomo?>> (Lc.22,48).
La seconda nota getsemanica della Messa è quella per cui sacerdote e popolo recitano il <<Padre nostro>>.
Secondo il racconto di Matteo (6,9-15), all’inizio della sua vita pubblica, Gesù salito sul monte pronuncia il discorso nel quale esalta le beatitudini e insegna la formula del <<Padre nostro>>, preghiera fondamentale per il cristiano, inserita fin dall’antichità nella Messa e, oggi, nei <<Riti di Comunione>>.
Il <<Padre nostro>> è semplice ma solenne, in quanto il fremito della preghiera individuale è contenuto nella maestosità ieratica della preghiera collettiva. Così è la preghiera <<insegnata>> da Gesù; ma nel Getsemani scopriamo che questa preghiera è <<vissuta>> da Gesù, il <<Padre nostro>> è individualizzato, cioè applicato da Gesù a sé stesso. Nella preghiera del Getsemani si ravvisano facilmente gli elementi fondamentali della preghiera insegnata. Gesù incomincia a pregare, anche qui, rivolgendosi al Padre: <<Padre, se tu vuoi, allontana da me questo calice>> (Lc.22,42). Anche Matteo e Marco riferiscono questa preghiera al Padre con leggere varianti che si spiegano pensando che Gesù nel Getsemani abbia ripetuto molte volte la preghiera, mantenendo fissi i concetti essenziali e modificando di poco la formula. Però mentre nella preghiera insegnata, il Padre è invocato collettivamente come <<Padre nostro>>, qui, nella preghiera personalmente sofferta, l’invocazione si individualizza e diventa <<Padre mio>> (Mt.26,39). Si misura in questa variante non solo la coscienza della filiazione propria di Gesù, ma anche il senso di isolamento e di costernazione che invadeva il suo cuore, così da fargli richiamare l’attenzione e del Padre, urgentemente, sopra di sé.
L’apertura del <<Pater>> nella versione getsemanica assume un tale accento di necessità e fiduciam che Gesù, come un uomo qualsiasi, si rivolge a suo Padre, chiamandolo <<Papà>>. La parola <<Abba>> in aramaico significa questo ed è la parola che Maria, sua Madre, aveva insegnato a Gesù fanciullo come appellativo ordinario e domestico di Giuseppe, suo sposo e padre di Gesù di fronte all’opinione pubblica. Gesù sa che il Padre che lo ha <<non creato ma generato>>, è onnipotente e dovendosi rivolgere a lui per un motivo grave che lo angoscia, lo chiama con l’appellativo che certamente gradisce: <<Abba, Papà>>.
Non è solo un dettaglio linguistico, ma un taglio teologico e biografico, che si introduce nella preghiera ufficiale e può insegnare a chi la ripete ricordando il Getsemani, l’intimità che la nostra qualità di cristiani ci permette non solo con la Seconda Persona della Trinità, ma anche con la Prima che ha creato l’universo e di cui siamo figli adottivi.
Altro cardine della preghiera insegnata consiste nell’accettazione della volontà del Padre e qui il parallelo con la preghiera vissuta non potrebbe essere più toccante. Gesù insegnò a dire: <<sia fatta la tua volontà>> (Mt.6,16) e nel Getsemani esclama <<non la mia volontà, ma la tua sia fatta>> (Lc.22,42). Balza agli occhi non solo l’identità del concetto, ma anche la profonda somiglianza delle parole, per cui non si può dubitare che Gesù sia l’autore della prima e della seconda preghiera. Conseguentemente al carattere della preghiera getsemanica che è vissuta, sofferta, personalizzata, la volontà del Padre viene contrapposta alla sua volontà umana, contrapposizione che manca nella preghiera insegnata.
Altri dettagli meritano di essere rilevati nella nostra meditazione comparata. Gesùaveva insegnato <<sia santificato il tuo nome>> (Mt.6,9; Lc.22,2) per esprimere il desiderio che il Padre suo e nostro venga riconosciuto e lodato. Nella preghiera del Getsemani il desiderio viene sostituito da un’affermazione elogiativa carica di fiducia in quanto Gesù dice: <<Abba, Padre, tutto ti è possibile>> (Mc. 14,36). E’ una santificazione del nome del Padre, basata sul riconoscimento della sua onnipotenza. Gesù ha insegnato e Gesù realizza il proprio insegnamento.
Inoltre il <<Padre nostro>> insegnato da Cristo e ripetuto nella liturgia della Messa, termina con una domanda: <<Non ci indurre in tentazione>> (Mt. 6,13; Lc.21-1,4). Un senso di sfiducia nell’uomo anima queste parole che esprimono un riconoscimento della sua fragilità. Ovviamente Gesù non poteva applicarle a se stesso e perciò non si trovano nella preghiera individualizzata del Getsemani. Però anche qui vi è traccia di questo timore di Gesù per gli uomini di cui conosceva la grande debolezza e traspare nelle parole rivolte ai discepoli: <<Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole>> (Mc.14,38), parole che possono essere ricollegate all’ultima domanda del <<Padre nostro>> anche per dimostrare l’autenticità del ricordo getsemanico nella Messa.
Un parallelo getsemanico che dipende dal modo stesso come Cristo celebrò il sacrificio nell’ultima cena, consiste nel fatto che il pane e il vino vengono transustanziati separatamente per cui sull’altare si verifica una separazione del sangue dal corpo di Cristo. E’ ben vero che la Chiesa crede che tutto Cristo è in ciascuna delle due specie consacrate e lo significa disponendo che il sacerdote dopo la consacrazione mette nel calice un frammento dell’ostia. Ma è altrettanto vero che anche nel Getsemani a motivo dell’ematoidrosi, il sangue di Cristo, in parte, si separa dal corpo. In ogni caso è dato certo che sull’altare dopo la consacrazione, la specie del corpo è separata dalla specie del sangue e questo è rilevante perché induce il fedele a pensare al sangue di cui parla il medico evangelista Luca: <<il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra>> (Lc.22,44).
Infine il Getsemani dimostra in modo palese la verità di quanto la Preghiera Eucaristica afferma nella Messa con queste parole: <<Accettando liberamente la sua passione>>. Che il Cristo avesse la possibilità di fuggire, ma che abbia voluto cadere nelle mani di coloro che volevano ucciderlo è provato dal fatto che scelse, per passarvi la notte, il Getsemani dove Giuda lo avrebbe cercato.
Anche la presenza dell’angelo confortatore, l’effetto delle parole <<Sono io>> di cui parlerà nel paragrafo seguente, la guarigione miracolosa dell’orecchio di un servo di Caifa che Pietro aveva ferito e l’osservazione fatta al medesimo Pietro che il padre avrebbe potuto inviare legioni di angeli per salvarlo indicano che Cristo, per i mezzi soprannaturali di cui disponeva, avrebbe potuto sfuggire alla sua passione, ma non lo volle per rispetto alla volontà del padre che impegnava la sua libertà.

.......Sono Io

 

 

 

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