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Il Getsemani è permanente
La Chiesa preconciliare era favorevole a considerare
la Messa specialmente come il rinnovo della morte di Cristo, cioè
come il sacrificio del Calvario che si ripete nel tempo. La Chiesa postconciliare
preferisce vedere nella Messa ilo rinnovo della cena nella quale il Cristo
ha istituito l’Eucarestia e perciò l’altare è
stato rivolto verso il popolo e la disposizione del rito ricorda il quadro
di Leonardo da Vinci.
Questa sovrumana sintesi e con testualità di misteri divini è
autentica in virtù del mistero fondamentale che si realizza nella
Messa: la presenza di nostro Signore e Redentore, Gesù Cristo.
Il recente Concilio lo ha confermato definendo la Messa <<memoriale
della morte e della resurrezione di Cristo: sacramento di pietà,
segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel
quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è
dato il segno della gloria futura>>.
Per questo e di conseguenza la Messa deve anche essere considerata come
un memoriale della passione spirituale di Gesù, un’occasione
per rivivere in modo reale tanto il Cenacolo, il Calvario e la Resurrezione,
quanto il Getsemani.
L’autenticità di questa interpretazione poggia sul fatto
che la transustanziazione del pane e del vino produce il mistero eucaristico.
Il Cristo ormai fuori dee tempo, ritorna bel tempo con la piena attualità
di ciò che ha detto e fatto in ogni epoca della sua vita, tantoché
a Natale è proprio la Messa che trasforma l’altare in un
presepio dove nasce di nuovo Gesù.
La rievocazione del Getsemani nella Messa è suggerita da tre motivi
principali dei quali il primo è la sincronizzazione del rito con
la notte nella quale ebbe luogo l’avvenimento del Getsemani. Dopo
le letture, il credo, l’offertorio e il sanctus, e cioè nel
cuore della preghiera eucaristica, le parole della transustanziazione
pronunciate dal sacerdote sono solennemente precedute da questo riferimento:
<<Nella notte in cui fu tradito…>>.
La notte di cui il sacerdote parla è quella annunciata quando Cristo
volle celebrare la pasqua con i suoi, la quale notte finisce con il canto
del gallo, quando Pietro piange per il suo triplice rinnegamento, cioè
con l’alba del giorno nel quale Gesù muore.
Dunque la notte rivissuta nella Messa è anche la notte del Getsemani
perché in quella notte gli undici andarono con Gesù oltre
il Cedron nel luogo dove c’era il frantoio. Ed è la notte
del tradimento di Giuda conosciuto e annunziato da Cristo durante la cena
non solo perché lo indicò a Giovanni, ma anche perché
disse a Giuda: <<Ciò che vuoi fare, fallo presto>>
(Gv.13,27). Il tradimento di cui parla il canone fu consumato nel Getsemani
quando Giuda lo baciò per indicarlo ai soldati e Gesù di
rimando: <<Amico, perché sei qui? Tradisci con un bacio il
figlio dell’uomo?>> (Lc.22,48).
La seconda nota getsemanica della Messa è quella per cui sacerdote
e popolo recitano il <<Padre nostro>>.
Secondo il racconto di Matteo (6,9-15), all’inizio della sua vita
pubblica, Gesù salito sul monte pronuncia il discorso nel quale
esalta le beatitudini e insegna la formula del <<Padre nostro>>,
preghiera fondamentale per il cristiano, inserita fin dall’antichità
nella Messa e, oggi, nei <<Riti di Comunione>>.
Il <<Padre nostro>> è semplice ma solenne, in quanto
il fremito della preghiera individuale è contenuto nella maestosità
ieratica della preghiera collettiva. Così è la preghiera
<<insegnata>> da Gesù; ma nel Getsemani scopriamo che
questa preghiera è <<vissuta>> da Gesù, il <<Padre
nostro>> è individualizzato, cioè applicato da Gesù
a sé stesso. Nella preghiera del Getsemani si ravvisano facilmente
gli elementi fondamentali della preghiera insegnata. Gesù incomincia
a pregare, anche qui, rivolgendosi al Padre: <<Padre, se tu vuoi,
allontana da me questo calice>> (Lc.22,42). Anche Matteo e Marco
riferiscono questa preghiera al Padre con leggere varianti che si spiegano
pensando che Gesù nel Getsemani abbia ripetuto molte volte la preghiera,
mantenendo fissi i concetti essenziali e modificando di poco la formula.
Però mentre nella preghiera insegnata, il Padre è invocato
collettivamente come <<Padre nostro>>, qui, nella preghiera
personalmente sofferta, l’invocazione si individualizza e diventa
<<Padre mio>> (Mt.26,39). Si misura in questa variante non
solo la coscienza della filiazione propria di Gesù, ma anche il
senso di isolamento e di costernazione che invadeva il suo cuore, così
da fargli richiamare l’attenzione e del Padre, urgentemente, sopra
di sé.
L’apertura del <<Pater>> nella versione getsemanica
assume un tale accento di necessità e fiduciam che Gesù,
come un uomo qualsiasi, si rivolge a suo Padre, chiamandolo <<Papà>>.
La parola <<Abba>> in aramaico significa questo ed è
la parola che Maria, sua Madre, aveva insegnato a Gesù fanciullo
come appellativo ordinario e domestico di Giuseppe, suo sposo e padre
di Gesù di fronte all’opinione pubblica. Gesù sa che
il Padre che lo ha <<non creato ma generato>>, è onnipotente
e dovendosi rivolgere a lui per un motivo grave che lo angoscia, lo chiama
con l’appellativo che certamente gradisce: <<Abba, Papà>>.
Non è solo un dettaglio linguistico, ma un taglio teologico e biografico,
che si introduce nella preghiera ufficiale e può insegnare a chi
la ripete ricordando il Getsemani, l’intimità che la nostra
qualità di cristiani ci permette non solo con la Seconda Persona
della Trinità, ma anche con la Prima che ha creato l’universo
e di cui siamo figli adottivi.
Altro cardine della preghiera insegnata consiste nell’accettazione
della volontà del Padre e qui il parallelo con la preghiera vissuta
non potrebbe essere più toccante. Gesù insegnò a
dire: <<sia fatta la tua volontà>> (Mt.6,16) e nel
Getsemani esclama <<non la mia volontà, ma la tua sia fatta>>
(Lc.22,42). Balza agli occhi non solo l’identità del concetto,
ma anche la profonda somiglianza delle parole, per cui non si può
dubitare che Gesù sia l’autore della prima e della seconda
preghiera. Conseguentemente al carattere della preghiera getsemanica che
è vissuta, sofferta, personalizzata, la volontà del Padre
viene contrapposta alla sua volontà umana, contrapposizione che
manca nella preghiera insegnata.
Altri dettagli meritano di essere rilevati nella nostra meditazione comparata.
Gesùaveva insegnato <<sia santificato il tuo nome>>
(Mt.6,9; Lc.22,2) per esprimere il desiderio che il Padre suo e nostro
venga riconosciuto e lodato. Nella preghiera del Getsemani il desiderio
viene sostituito da un’affermazione elogiativa carica di fiducia
in quanto Gesù dice: <<Abba, Padre, tutto ti è possibile>>
(Mc. 14,36). E’ una santificazione del nome del Padre, basata sul
riconoscimento della sua onnipotenza. Gesù ha insegnato e Gesù
realizza il proprio insegnamento.
Inoltre il <<Padre nostro>> insegnato da Cristo e ripetuto
nella liturgia della Messa, termina con una domanda: <<Non ci indurre
in tentazione>> (Mt. 6,13; Lc.21-1,4). Un senso di sfiducia nell’uomo
anima queste parole che esprimono un riconoscimento della sua fragilità.
Ovviamente Gesù non poteva applicarle a se stesso e perciò
non si trovano nella preghiera individualizzata del Getsemani. Però
anche qui vi è traccia di questo timore di Gesù per gli
uomini di cui conosceva la grande debolezza e traspare nelle parole rivolte
ai discepoli: <<Vegliate e pregate per non cadere in tentazione.
Lo spirito è pronto, ma la carne è debole>> (Mc.14,38),
parole che possono essere ricollegate all’ultima domanda del <<Padre
nostro>> anche per dimostrare l’autenticità del ricordo
getsemanico nella Messa.
Un parallelo getsemanico che dipende dal modo stesso come Cristo celebrò
il sacrificio nell’ultima cena, consiste nel fatto che il pane e
il vino vengono transustanziati separatamente per cui sull’altare
si verifica una separazione del sangue dal corpo di Cristo. E’ ben
vero che la Chiesa crede che tutto Cristo è in ciascuna delle due
specie consacrate e lo significa disponendo che il sacerdote dopo la consacrazione
mette nel calice un frammento dell’ostia. Ma è altrettanto
vero che anche nel Getsemani a motivo dell’ematoidrosi, il sangue
di Cristo, in parte, si separa dal corpo. In ogni caso è dato certo
che sull’altare dopo la consacrazione, la specie del corpo è
separata dalla specie del sangue e questo è rilevante perché
induce il fedele a pensare al sangue di cui parla il medico evangelista
Luca: <<il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano
a terra>> (Lc.22,44).
Infine il Getsemani dimostra in modo palese la verità di quanto
la Preghiera Eucaristica afferma nella Messa con queste parole: <<Accettando
liberamente la sua passione>>. Che il Cristo avesse la possibilità
di fuggire, ma che abbia voluto cadere nelle mani di coloro che volevano
ucciderlo è provato dal fatto che scelse, per passarvi la notte,
il Getsemani dove Giuda lo avrebbe cercato.
Anche la presenza dell’angelo confortatore, l’effetto delle
parole <<Sono io>> di cui parlerà nel paragrafo seguente,
la guarigione miracolosa dell’orecchio di un servo di Caifa che
Pietro aveva ferito e l’osservazione fatta al medesimo Pietro che
il padre avrebbe potuto inviare legioni di angeli per salvarlo indicano
che Cristo, per i mezzi soprannaturali di cui disponeva, avrebbe potuto
sfuggire alla sua passione, ma non lo volle per rispetto alla volontà
del padre che impegnava la sua libertà.
.......Sono
Io
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Andiamo
al Getsemani
Il Getsemani è attuale
Il Getsemani è necessario
Il Getsemani è permanente
<<Sono Io>>
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