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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

X

<<USQUE AD MORTEM>>

2 - La tristezza denunciata da Gesù è anzitutto, per sua confessione, una sofferenza dell'anima e cioè una manifestazione interiore: <<Tristis est anima mea>> (Mt 26, 38- Mc 14, 34).
Ma il dolore spirituale che può talora esistere senza riflettersi sul fisico, altre volte è di tale violenza che si riversa sui fenomeni materiali della vita scuotendoli e perfino sradicandoli.
Il dolore spirituale può uccidere, ed è questo il limite verso il quale Gesù sembra essere trascinato poichè la tristezza non solo avviluppa la sua anima, ma giunge a scavare nell'equilibrio delle sue forze corporali fino a minacciarne la distruzione: <<Tristis est anima mea usque ad mortem>>. Fino a morirne.
Queste parole non si spiegano se Gesù non avesse accusato quel travaglio anche fisico e cioè il sentimento dell'angoscia, che si riversa dall'anima sul corpo dell'uomo.

L'angoscia stronca le energie dell'uomo e lo annienta.
Non vi è argine capace di contenere questa marea crescente; non vi è considerazione umana, né ricordo, né speranza che tenga.
I giorni dell'angoscia sono di polverizzazione, di nullificazione.
Colpito da un dolore disumano, l'uomo sente che il tempo lo divora, che la vita gli sfugge, che la morte è prossima.

Il dolore di Gesù è dunque totale; egli si dibatte in una morsa che avviluppa tutto il suo essere umano.

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GETSEMANI

capitolo X

Edizioni Operaie 1952

 

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<<Tristis est anima mea usque ad mortem>>
(Mt. 26, 38)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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