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2 - La tristezza
denunciata da Gesù è anzitutto, per sua confessione, una
sofferenza dell'anima e cioè una manifestazione interiore: <<Tristis
est anima mea>> (Mt 26, 38- Mc 14, 34).
Ma il dolore spirituale che può talora esistere senza riflettersi
sul fisico, altre volte è di tale violenza che si riversa sui
fenomeni materiali della vita scuotendoli e perfino sradicandoli.
Il dolore spirituale può uccidere, ed è questo il limite
verso il quale Gesù sembra essere trascinato poichè la
tristezza non solo avviluppa la sua anima, ma giunge a scavare nell'equilibrio
delle sue forze corporali fino a minacciarne la distruzione: <<Tristis
est anima mea usque ad mortem>>. Fino a morirne.
Queste parole non si spiegano se Gesù non avesse accusato quel
travaglio anche fisico e cioè il sentimento dell'angoscia, che
si riversa dall'anima sul corpo dell'uomo.
L'angoscia stronca le energie dell'uomo e lo annienta.
Non vi è argine capace di contenere questa marea crescente; non
vi è considerazione umana, né ricordo, né speranza
che tenga.
I giorni dell'angoscia sono di polverizzazione, di nullificazione.
Colpito da un dolore disumano, l'uomo sente che il tempo lo divora,
che la vita gli sfugge, che la morte è prossima.
Il dolore di Gesù è dunque totale; egli si dibatte in
una morsa che avviluppa tutto il suo essere umano.
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GETSEMANI
capitolo X
Edizioni Operaie 1952
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