3 - Come
dinanzi ad ogni problema, così di fronte al dolore, l'operaio
si dispone ad affrontare la realtà con visione chiara e radicale.
Ogni dolore provoca una ferita caratteristica e suscita una reazione,
per quanto sempre molesta, diversa di volta in volta; ma un legame sostanziale
congiunge tutti i dolori ed ha il valore di una legge che domina la
vita dell'uomo.
La visione frammentaria del dolore si esaurisce nell'analisi umana delle
cause e dei rimedi di ogni sofferenza; ma si completa ed innalza nel
cristiano poiché egli si rende conto che il dolore è una
sanzione ineluttabile la quale può assumere volti diversi, ma
non può essere allontanata in modo permanente dall'uomo.
Questo o quel dolore potrà essere evitato con opportuni accorgimenti,
ma non può darsi che il dolore, nella più vasta accessione
del termine, venga escluso.
La legge del dolore è uscita dalla bocca di Dio Padre quando
comparve ai nostri progenitori dopo il peccato di origine. <<Quia
audisti vocem uxoris tuae et comedisti de ligno — Egli disse —,
ex quo praeceperam tibi ne comederes, maledicta terra in opere tuo:
in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae. Spinas et tribulos
germinabit ubi, et comedes herbam terrae. In sudore vultus tui vesceris
pane, donec revertaris in terram de qua sumptus es: quia pulvis es et
in pulverem reverteris>> (Gen. 3, 17, 19 - Perché
hai ascoltato la voce di tua moglie, ed hai mangiato dell' albero di
cui ti avevo comandato di non mangiare, la terra sarà maledetta
nel tuo lavoro: con grandi fatiche ne trarrai il nutrimento per tutti
i giorni della tua vita. Essa ti produrrà spine e triboli, e
tu mangerai l'erba della terra. Mangerai il pane nel sudore della tua
fronte, finché ritorni alla terra dalla quale sei stato tratto:
giacché polvere sei e in polvere ritornerai).
Di qui deriva l'universalità del dolore e la sua eccellenza perché
non vi ha liberazione, vale a dire espiazione del peccato originale
e del peccato attuale, senza dolore.
Gesù, che ha voluto assumere la posizione dell'uomo decaduto
onde operarne la redenzione, ce lo insegna con la sua vita e soprattutto
con la terribile agonia del Getsemani.
L'accostamento del più grande dolore che mai uomo abbia sofferto
e il pensiero che esso fu ritenuto necessario dall'UomoDio, che era
personalmente innocente e che disponeva di ogni altro mezzo per fondare
la sua Chiesa, deve accrescere a dismisura nelle anime la stima per
il dolore.
L'operaio, pur soffrendone, deve apprezzare il dolore fino a condividere
la grande espressione di Santa Teresa <<o soffrire o morire>>,
perché una vita senza dolore è sfornita del suo valore
redentivo più alto e caratteristico.
Occorre che l'operaio sappia spiritualmente superare le contingenze
del suo dolore per assaporarne il succo amarissimo che ha il valore
di una medicina individuale e universale.
Quanto più l'anima cristianamente soffre, tanto più aumenta
in sé il potere assorbente della grazia, e tanto più estende
nel mondo l'opera redentiva del Cristo.
L'operaio è compreso di questa elementare verità che il
dolore è cosa grande e che ci accompagna nella vita come un fuoco
sacro destinato a consumare in noi tutte le scorie.
Il dolore è comune a tutti gli esseri umani, li affratella, li
unisce, li salda in una simpatia universale!
Il dolore annulla le distanze, cancella le diversità morali e
sociali e permette che due persone piangenti, una nel freddo e nel buio
di una strada deserta, l'altra in una stanza ricchissima e deserta siano
assolutamente eguali!
Un intento del Redentore nell'accettare la tortura del Gètsemani
fu certamente quella di farci apprezzare, nella giusta misura, il dolore
come mezzo di redenzione.
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