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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

X

<<USQUE AD MORTEM>>

3 - Come dinanzi ad ogni problema, così di fronte al dolore, l'operaio si dispone ad affrontare la realtà con visione chiara e radicale.
Ogni dolore provoca una ferita caratteristica e suscita una reazione, per quanto sempre molesta, diversa di volta in volta; ma un legame sostanziale congiunge tutti i dolori ed ha il valore di una legge che domina la vita dell'uomo.

La visione frammentaria del dolore si esaurisce nell'analisi umana delle cause e dei rimedi di ogni sofferenza; ma si completa ed innalza nel cristiano poiché egli si rende conto che il dolore è una sanzione ineluttabile la quale può assumere volti diversi, ma non può essere allontanata in modo permanente dall'uomo.
Questo o quel dolore potrà essere evitato con opportuni accorgimenti, ma non può darsi che il dolore, nella più vasta accessione del termine, venga escluso.

La legge del dolore è uscita dalla bocca di Dio Padre quando comparve ai nostri progenitori dopo il peccato di origine. <<Quia audisti vocem uxoris tuae et comedisti de ligno — Egli disse —, ex quo praeceperam tibi ne comederes, maledicta terra in opere tuo: in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae. Spinas et tribulos germinabit ubi, et comedes herbam terrae. In sudore vultus tui vesceris pane, donec revertaris in terram de qua sumptus es: quia pulvis es et in pulverem reverteris>> (Gen. 3, 17, 19 - Perché hai ascoltato la voce di tua moglie, ed hai mangiato dell' albero di cui ti avevo comandato di non mangiare, la terra sarà maledetta nel tuo lavoro: con grandi fatiche ne trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita. Essa ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l'erba della terra. Mangerai il pane nel sudore della tua fronte, finché ritorni alla terra dalla quale sei stato tratto: giacché polvere sei e in polvere ritornerai).

Di qui deriva l'universalità del dolore e la sua eccellenza perché non vi ha liberazione, vale a dire espiazione del peccato originale e del peccato attuale, senza dolore.
Gesù, che ha voluto assumere la posizione dell'uomo decaduto onde operarne la redenzione, ce lo insegna con la sua vita e soprattutto con la terribile agonia del Getsemani.
L'accostamento del più grande dolore che mai uomo abbia sofferto e il pensiero che esso fu ritenuto necessario dall'UomoDio, che era personalmente innocente e che disponeva di ogni altro mezzo per fondare la sua Chiesa, deve accrescere a dismisura nelle anime la stima per il dolore.
L'operaio, pur soffrendone, deve apprezzare il dolore fino a condividere la grande espressione di Santa Teresa <<o soffrire o morire>>, perché una vita senza dolore è sfornita del suo valore redentivo più alto e caratteristico.
Occorre che l'operaio sappia spiritualmente superare le contingenze del suo dolore per assaporarne il succo amarissimo che ha il valore di una medicina individuale e universale.
Quanto più l'anima cristianamente soffre, tanto più aumenta in sé il potere assorbente della grazia, e tanto più estende nel mondo l'opera redentiva del Cristo.

L'operaio è compreso di questa elementare verità che il dolore è cosa grande e che ci accompagna nella vita come un fuoco sacro destinato a consumare in noi tutte le scorie.
Il dolore è comune a tutti gli esseri umani, li affratella, li unisce, li salda in una simpatia universale!
Il dolore annulla le distanze, cancella le diversità morali e sociali e permette che due persone piangenti, una nel freddo e nel buio di una strada deserta, l'altra in una stanza ricchissima e deserta siano assolutamente eguali!

Un intento del Redentore nell'accettare la tortura del Gètsemani fu certamente quella di farci apprezzare, nella giusta misura, il dolore come mezzo di redenzione.

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GETSEMANI

capitolo X

Edizioni Operaie 1952

 

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<<Tristis est anima mea usque ad mortem>>
(Mt. 26, 38)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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