3 - Non basta
a Gesù che i suoi apostoli si fermino accanto a Lui nell'ora
del dolore, come non gli basta che i cristiani si raccolgano a meditare
sul Getsemani nutrendosi a questa eccelsa scuola spirituale.
Egli vuole dagli apostoli e dai cristiani una singolare presenza che
ora va elemosinando con parole che attestano l'umiltà del suo
Cuore divino.
Egli vuole la presenza affettiva delle persone amate, che esse prendano
parte intimamente ai suoi dolori.
Colui, del quale era stato scritto: <<Misertus est eis, et curavit
languidos eorum>>» (Mt. 14,14 - Ebbe compassione
di essi e guarì i loro infermi) chiede ora che l'esempio
si compia nei suoi riguardi e che si vegli con Lui: mecum.
Gesù non chiede un'assistenza fisica, né, pur sapendo
che fra poco verrà il traditore per catturarlo, intende disporre
nella notte delle sentinelle a vigilare il podere; Egli invoca che il
cuore dei fedeli sia vicino al suo Cuore, e che la loro attenzione comprensiva
non sia rivolta all'esterno verso l'inevitabile, ma che si trattenga
sui dolori che trafiggono e devastano la sua anima.
<< Mecum>>. In questo desiderio di Gesù che i tre
Apostoli veglino con Lui dobbiamo scorgere il suo invito a circondare
di una devozione amorosa il ricordo dell'agonia.
Il Getsemani non è soltanto un episodio del Vangelo, ma una realtà
in atto; come il Dio vivo pende anche oggi dalla Croce del peccato che
gli uomini rinnovano, così agonizza nella notte profonda dell'incomprensione
e del tradimento.
La devozione getsemanica parte da una rievocazione storica, ma si allarga
ad abbracciare una realtà soprannaturale che accompagna in ogni
tempo e luogo, come pure in ogni anima, l'estendersi della redenzione,
poiché tutti siamo coinvolti in quanto a colpa e in quanto a
merito in quest'agonia, e siamo invitati a parteciparvi.
<< Mecum>>. Questa parola esce come sussurro da ogni tabernacolo.
È l'invito che si rinnova da quel mistico Getsemani dove il Cristo
soffre nei secoli la solitudine, l'incomprensione e il tradimento.
La notte del tabernacolo non è meno pesante della notte nella
macchia degli ulivi, non è altra la vittima nascosta sotto le
specie del pane, né diverso è il comportamento degli uomini,
di quelli che dovrebbero vegliare e pregare, e di quelli che compiono
il sacrilegio di imprigionare Gesù.
La pratica della devozione getsemanica come quella dell'ascetica getsemanica
è il punto di riferimento delle anime operaie che, per altro,
devono guardarsi dall'attribuire un tono sentimentale a questa devozione
per non diminuirla e per non profanare l'austerità che domina
nella tragedia del Getsemani.
Giova modellarsi sull'esempio degli evangelisti. Di essi scrive il Lebreton:
«il loro amore per il Maestro superava di molto il nostro; i sentimenti
che agitavano il loro cuore, specie di Giovanni, il testimonio oculare
del dramma, erano infinitamente più forti e vivi di quelli che
possiamo ora provare noi; eppure il loro racconto procede con un tono
commosso e modesto che ci impressiona di più di ogni lamento.
Gli evangelisti hanno compreso che il rispetto per la vittima adorata
imponeva loro questo silenzio » (P. G. LEBRETON,
La vita e l'insegnamento dì Gesù Cristo Nostro Signore,
Morcelliana, 1934, p. 337).
Lo stile degli evangelisti è di esempio alla devozione getsemanica,
la quale, essendo concreta, deve condurre l'operaio frequentemente dinanzi
al tabernacolo e soprattutto a visitare i tabernacoli di quelle chiese
che il pubblico diserta e dove il Cristo sembra ripetere con particolare
ragione: <<Sustinete hic et vigilate mecum>>.
fine 3° paragrafo.........