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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

XI

<<VIGILATE MECUM>>

3 - Non basta a Gesù che i suoi apostoli si fermino accanto a Lui nell'ora del dolore, come non gli basta che i cristiani si raccolgano a meditare sul Getsemani nutrendosi a questa eccelsa scuola spirituale.
Egli vuole dagli apostoli e dai cristiani una singolare presenza che ora va elemosinando con parole che attestano l'umiltà del suo Cuore divino.
Egli vuole la presenza affettiva delle persone amate, che esse prendano parte intimamente ai suoi dolori.

Colui, del quale era stato scritto: <<Misertus est eis, et curavit languidos eorum>>» (Mt. 14,14 - Ebbe compassione di essi e guarì i loro infermi) chiede ora che l'esempio si compia nei suoi riguardi e che si vegli con Lui: mecum.
Gesù non chiede un'assistenza fisica, né, pur sapendo che fra poco verrà il traditore per catturarlo, intende disporre nella notte delle sentinelle a vigilare il podere; Egli invoca che il cuore dei fedeli sia vicino al suo Cuore, e che la loro attenzione comprensiva non sia rivolta all'esterno verso l'inevitabile, ma che si trattenga sui dolori che trafiggono e devastano la sua anima.

<< Mecum>>. In questo desiderio di Gesù che i tre Apostoli veglino con Lui dobbiamo scorgere il suo invito a circondare di una devozione amorosa il ricordo dell'agonia.
Il Getsemani non è soltanto un episodio del Vangelo, ma una realtà in atto; come il Dio vivo pende anche oggi dalla Croce del peccato che gli uomini rinnovano, così agonizza nella notte profonda dell'incomprensione e del tradimento.
La devozione getsemanica parte da una rievocazione storica, ma si allarga ad abbracciare una realtà soprannaturale che accompagna in ogni tempo e luogo, come pure in ogni anima, l'estendersi della redenzione, poiché tutti siamo coinvolti in quanto a colpa e in quanto a merito in quest'agonia, e siamo invitati a parteciparvi.

<< Mecum>>. Questa parola esce come sussurro da ogni tabernacolo. È l'invito che si rinnova da quel mistico Getsemani dove il Cristo soffre nei secoli la solitudine, l'incomprensione e il tradimento.
La notte del tabernacolo non è meno pesante della notte nella macchia degli ulivi, non è altra la vittima nascosta sotto le specie del pane, né diverso è il comportamento degli uomini, di quelli che dovrebbero vegliare e pregare, e di quelli che compiono il sacrilegio di imprigionare Gesù.

La pratica della devozione getsemanica come quella dell'ascetica getsemanica è il punto di riferimento delle anime operaie che, per altro, devono guardarsi dall'attribuire un tono sentimentale a questa devozione per non diminuirla e per non profanare l'austerità che domina nella tragedia del Getsemani.
Giova modellarsi sull'esempio degli evangelisti. Di essi scrive il Lebreton: «il loro amore per il Maestro superava di molto il nostro; i sentimenti che agitavano il loro cuore, specie di Giovanni, il testimonio oculare del dramma, erano infinitamente più forti e vivi di quelli che possiamo ora provare noi; eppure il loro racconto procede con un tono commosso e modesto che ci impressiona di più di ogni lamento.
Gli evangelisti hanno compreso che il rispetto per la vittima adorata imponeva loro questo silenzio » (P. G. LEBRETON, La vita e l'insegnamento dì Gesù Cristo Nostro Signore, Morcelliana, 1934, p. 337).

Lo stile degli evangelisti è di esempio alla devozione getsemanica, la quale, essendo concreta, deve condurre l'operaio frequentemente dinanzi al tabernacolo e soprattutto a visitare i tabernacoli di quelle chiese che il pubblico diserta e dove il Cristo sembra ripetere con particolare ragione: <<Sustinete hic et vigilate mecum>>.

fine 3° paragrafo.........



 

 

 

 





 

 

 

 

 

 


 

 

 

GETSEMANI

capitolo XI

Edizioni Operaie 1952

 

Per tornare a "Getsemani"

<<Sustinete hic et vigilate mecum >>
(Mt. 26, 38)

<<Sustinete hic et vigilate>>
(Mc. 14,34)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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