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2 - L'anima dell'operaio non dev'essere come la vite o l'edera che richiedono
per espandersi di appoggiarsi a muri, a piante o ad altri sostegni umani,
ma come la quercia che cresce solitaria, diritta e possente verso il
ciclo.
Non che l'operaio tenga in poco conto la compagnia degli uomini, non
la desideri e non sappia trarne quel profitto di carità e di
umiltà che essa soprattutto procura, ma questa compagnia non
deve essere condizione indispensabile della sua vita la quale ha una
sola condizione assoluta e cioè l'amicizia di Dio, che i sacramenti
e i sacramentali alimentano.
L'operaio deve trovare in questo dolce legame intcriore tutto quanto
è necessario e sufficiente per sostenerlo e sospingerlo nella
sua missione fino al giorno del transito.
Gli stimoli ed i conforti che provengono dal di fuori, e cioè
dalla compagnia degli uomini, sono complementari, devono essere ricercati
e apprezzati, ma si deve anche, all'occorrenza, farne a meno.
Quindi giova all'operaio la solitudine volontariamente ricercata perché
lo mette di fronte alla realtà interiore, gli fa comprendere
di quanto sia tributario ad altri il suo equilibrio spirituale, quale
e quanta sia la sua autonomia personale e cioè la sua capacità
di attingere direttamente alle fonti che il Salvatore apre a ciascuno.
Nella solitudine, l'operaio studia la sua anima come un motore al banco
di prova e, specialmente, anticipa quella prova suprema nella quale
si risolve la vita dell'uomo quando solo, e perciò carico delle
responsabilità personali, e soltanto di queste, egli si presenterà
al giudizio di Dio.
Nella solitudine degli Esercizi Spirituali e delle giornate di ritiro,
nella solitudine che il monte e il mare regalano all'uomo, nella solitudine
della notte vegliata, o in quella particolare solitudine che procura
un paese dove le persone e talora anche la lingua sono sconosciute,
l'operaio si mette, con grande frutto, alla presenza di Dio, valuta
le sue debolezze, le sue necessità, le sue risorse.
Quando esce dalla solitudine egli è più forte e come traboccante
di vita intcriore; la riconquista dell'ordine e la chiara nozione del
cammino da percorrere lo sostengono.
La solitudine è dunque feconda quando non è ricercata
per un desiderio egoistico di tranquillità, per fuggire alle
preoccupazioni che il lavoro apostolico procura, o per altri motivi
di viltà spirituale, ma quando si verifica come una parentesi
attiva della vita quotidiana nella quale l'uomo viene a colloquio con
se stesso, vive spiritualmente di quanto la Grazia produce nella sua
anima, e guarda con l'obiettività di un estraneo alla sua vita
d'ogni giorno, misurandola con il metro dei valori assoluti.
L'operaio ama questa solitudine anche quando è ridotta in frammenti,
come nella meditazione o nell'esame di coscienza, la gusta e la ricerca.
fine 2° paragrafo.........3° paragrafo
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GETSEMANI
capitolo XII
Edizioni Operaie 1952
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<< Et progressus pusillum...
>>
(Mc. 26, 39)
<< Et cum processisset paulum...
>>
(Mc. 14,35)
<<Et ipse avulsus
est ab eis quantum jactus est lapidis>>
(Lc. 22,41)

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