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3 - La solitudine ricercata è un esercizio perché le anime
si allenino a quella solitudine involontaria che Iddio concede come
un periodo di prova e quindi come occasione di merito.
La morte di persone care, il rovesciamento di una situazione economica
o di altri valori umani, un lungo periodo di malattia o di prigionia
e molti altri motivi possono creare attorno alle anime la solitudine.
Può anche succedere che la fedeltà agli ordini ricevuti
dai superiori, o la fedeltà alle opere intraprese per il servizio
della Chiesa determini una zona di incomprensione, di freddezza e di
solitudine attorno all'operaio.
La solitudine non ricercata, ma imposta e quindi subita, è molto
amara non solo per quello che produce, ma anche per ciò che significa:
malvolenza, ingratitudine, doppiezza, povertà di spirito cristiano.
È una prova fra le più difficili a sopportare, la prova
del vuoto. Il cuore sente il bisogno di essere compreso e incontra indifferenza,
distrazione.
L'intelligenza chiede di capire e non vi è chi la illumini.
Le necessità materiali urgono e il prossimo abbandona Giobbe
sulle immondezze.
L'operaio di fronte a questa ingiustizia autentica ma sottile e quasi
inafferrabile, non è mai così superficiale da profondersi
in lamenti od accuse, ma circonda di dolcezza e di tranquillità
la propria condizione.
Le possibilità dolorifiche della solitudine sono innumerevoli
e cangianti. La solitudine può esistere nel cuore dell'uomo anche
se egli è assediato da mane a sera da una folla di uomini.
Tormentosa è la solitudine procurata dalla mancanza di affetti
domestici, di amicizie, oppure dalla mancanza di un ambiente professionale,
culturale, ricreativo.
È la socialità dell'uomo che si desta, talora all'improvviso,
e reagisce contro la mutilazione procurata ad essa dalla solitudine,
da quel tipo di solitudine, che gli procura dolore.
Talora non è in gioco la propria sensibilità, ma quella
del prossimo e non di rado passa vicino a noi il dramma di un'anima
che va singhiozzando per le strade della vita poiché è
sola.
Altre solitudini, non meno trag-che, sono contegnose e pudiche e non
si svelano che all'osservatore attento.
A volte la solitudine si ammanta di una particolare asprezza e si parla
di misantropia, strano impasto di superbia, di delusione e di anomalia
psichica.
La solitudine è uno straordinario testimone che rivela l'uomo
a se stesso e l'uomo all'uomo.
Di fronte alla solitudine propria, l'atteggiamento dell'operaio è
di chi conosce la preziosità del soffrire sull'esempio di Chi,
nel Getsemani, affrontò la più desolata solitudine.
In questo modo la solitudine è apparente più che reale
poiché popolata dal conforto divino e dal pensiero delle anime
che il Getsemani affratella.
Di fronte alla solitudine altrui, l'operaio ha il compito di medicare
con mano soave le ferite di chi soffre e di esporre le anime ai raggi
vitali del più gran sole, la carità di Cristo.
fine 3° paragrafo........4° paragrafo.
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GETSEMANI
capitolo XII
Edizioni Operaie 1952
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Per tornare
a "Getsemani"
<< Et progressus pusillum...
>>
(Mc. 26, 39)
<< Et cum processisset paulum...
>>
(Mc. 14,35)
<<Et ipse avulsus
est ab eis quantum jactus est lapidis>>
(Lc. 22,41)

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