Società Operaia
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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

XII

<<AVULSUS EST>>

3 - La solitudine ricercata è un esercizio perché le anime si allenino a quella solitudine involontaria che Iddio concede come un periodo di prova e quindi come occasione di merito.

La morte di persone care, il rovesciamento di una situazione economica o di altri valori umani, un lungo periodo di malattia o di prigionia e molti altri motivi possono creare attorno alle anime la solitudine.
Può anche succedere che la fedeltà agli ordini ricevuti dai superiori, o la fedeltà alle opere intraprese per il servizio della Chiesa determini una zona di incomprensione, di freddezza e di solitudine attorno all'operaio.
La solitudine non ricercata, ma imposta e quindi subita, è molto amara non solo per quello che produce, ma anche per ciò che significa: malvolenza, ingratitudine, doppiezza, povertà di spirito cristiano.
È una prova fra le più difficili a sopportare, la prova del vuoto. Il cuore sente il bisogno di essere compreso e incontra indifferenza, distrazione.
L'intelligenza chiede di capire e non vi è chi la illumini.
Le necessità materiali urgono e il prossimo abbandona Giobbe sulle immondezze.
L'operaio di fronte a questa ingiustizia autentica ma sottile e quasi inafferrabile, non è mai così superficiale da profondersi in lamenti od accuse, ma circonda di dolcezza e di tranquillità la propria condizione.

Le possibilità dolorifiche della solitudine sono innumerevoli e cangianti. La solitudine può esistere nel cuore dell'uomo anche se egli è assediato da mane a sera da una folla di uomini.
Tormentosa è la solitudine procurata dalla mancanza di affetti domestici, di amicizie, oppure dalla mancanza di un ambiente professionale, culturale, ricreativo.
È la socialità dell'uomo che si desta, talora all'improvviso, e reagisce contro la mutilazione procurata ad essa dalla solitudine, da quel tipo di solitudine, che gli procura dolore.
Talora non è in gioco la propria sensibilità, ma quella del prossimo e non di rado passa vicino a noi il dramma di un'anima che va singhiozzando per le strade della vita poiché è sola.
Altre solitudini, non meno trag-che, sono contegnose e pudiche e non si svelano che all'osservatore attento.
A volte la solitudine si ammanta di una particolare asprezza e si parla di misantropia, strano impasto di superbia, di delusione e di anomalia psichica.
La solitudine è uno straordinario testimone che rivela l'uomo a se stesso e l'uomo all'uomo.

Di fronte alla solitudine propria, l'atteggiamento dell'operaio è di chi conosce la preziosità del soffrire sull'esempio di Chi, nel Getsemani, affrontò la più desolata solitudine.
In questo modo la solitudine è apparente più che reale poiché popolata dal conforto divino e dal pensiero delle anime che il Getsemani affratella.
Di fronte alla solitudine altrui, l'operaio ha il compito di medicare con mano soave le ferite di chi soffre e di esporre le anime ai raggi vitali del più gran sole, la carità di Cristo.

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GETSEMANI

capitolo XII

Edizioni Operaie 1952

 

Per tornare a "Getsemani"

<< Et progressus pusillum... >>
(Mc. 26, 39)

<< Et cum processisset paulum... >>
(Mc. 14,35)

<<Et ipse avulsus est ab eis quantum jactus est lapidis>>
(Lc. 22,41)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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